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Quando Canossi faceva il critico d’arte

 

“Un contadino seduto sopra un masso si protende verso un gruppo di tre vispe contadinelle, che con ingenua civetteria gli si parano e gli si chinano innanzi godendo del suo imbarazzo a decretare quale di esse meriti il primato della beltà. Quanta poesia, quanta freschezza, quanta luminosità, quanta aria in questo quadro”. Sono parole semplici e chiare di Angelo Canossi, nelle vesti di critico d’arte. Nel 1902 il direttore dell’Illustrazione Bresciana visita l’Esposizione Artistica di Palazzo Bargnani, ammira un’opera di Cesare Bertolotti (Il giudizio di Paride) e scrive, scordando verso, rima e dialetto. “E che salute e che pace si deve godere in quei monti!” aggiunge Canossi, che anni dopo troverà rifugio ideale in una ca’ della Valsurda di Bovegno dove i ciclamini (le bàchere) fioriscono dal luglio all’aprile successivo. Il piccolo vate, non avendo spazio per pubblicare più quadri, si scusa: “Chiediamo venia ad artisti provetti come Tagliaferri, Rovetta, Zuccari, Bianchi, Pezzoli, Pesenti, Fossati e a giovani promettenti come Premoli e Franciosi, nonché al gentil sesso esponente, se ragioni tecniche e di tempo e di spazio non ci hanno permesso di preparare un maggior numero di riproduzioni”. Bertolotti, allora di 48 anni, piace. “Se non possedesse altre doti squisite – fra cui quella di colorista smagliante e di interprete sereno, spontaneo, fedelissimo della natura nelle sue bellezze più sane – lo vorremmo chiamare il pittore dell’aria”.

A palazzo Bargnani con Il giudizio di Paride aveva portato altri paesaggi: Nella tranquillità dei monti, Aprile in collina, Ottobre in un castagneto. “Pochi paesisti – giudica Canossi – sanno dare così perfettamente la sensazione dimessa: e questa sensazione crediamo sia delle più importanti e più necessarie da ottenersi per chi voglia rappresentare l’anima vera e completa del paesaggio, e specialmente di quello di montagna”. “E ora excelsior! Saliamo più su…” esorta Canossi, trasportandoci nelle atmosfere di Arnaldo Soldini (40 anni) davanti ad Alba in montagna. Alta Valcamonica. “Il cielo biancheggia del primo albore: una nuvoletta s’innalza pel nitido cielo e rosseggiando precorre l’aurora. Nelle capanne i pastori devono già da tempo essere desti, che da una di esse pigramente sale una colonna di fumo. Accovacciate sui massi dell’arido prato roccioso alcune capre si ridestano lentamente dal sonno notturno: e tutta la natura intorno pare che riprenda i suoi palpiti aspettando il bacio amico del sole”. Non stupisca l’insistenza dello scrittore nel descrivere. La foto non era diffusa, i cataloghi inesistenti. Al cronista spetta in primis il compito di raccontare. Si chiede che il critico sappia scrivere con chiarezza, senza frasi roboanti e incomprensibili. E Canossi si fa capire. “Sebbene non appaia in questa tela la sicurezza magistrale del pennello raggiunta dal veterano dei nostri paesisti – il Bertolotti -, è in essa tutta l’anima del Soldini che si avventa, diremmo quasi, alla conquista delle fredde superbe altitudini e delle asprezze della natura riscaldandole poi e addolcendole con una serena seducente malinconia. E dalla rappresentazione della natura così detta, sebbene inesattamente, morta, passiamo a quella della natura viva”.

“Vivo, opulento e fascinante” è il ritratto di dama di Emilio Pasini, allora trentenne. “Omai il Pasini è, fra noi, il pittore consacrato delle belle signore: la facilità sua di cogliere dì primo acchito le caratteristiche della fisionomia umana, e lo studio ch’egli vi aggiunge perchè questa esprima degnamente le caratteristiche dell’anima, gli hanno dato una meritata riputazione; e, se una menda gli si può apporre, essa deriva da quel suo pregio della facilità, la quale, permettendogli una rapidità tecnica singolare, lo travolge, se così si può dire, vertiginosamente al compimento del suo lavoro, impedendogli talora di tenere in equo conto alcuno dei varii elementi non trascurabili dell’artistica creazione, quello, per esempio, della vivezza dei colori”. Con garbo non mancano le osservazioni, anche per altri. “Questa mancanza di vivezza di colorito fu osservata da parecchi non nella tecnica generale del Castelli, che non soffre tale difetto, ma in una parte del suo grande polittico I fiori, e precisamente nella parte superiore rappresentante appunto i fiori nascenti dalle anime immortali dei trapassati. Ma adagio! L’idea che ha ispirato il Castelli è riassunta nelle parole ch’egli ha apposte al suo quadro: ‘Pensi tu che tanta bellezza siasi disciolta nelle putride tombe? / Apri gli occhi: vedi questi fiori che mai sono sazi di rispuntare?’. Il poeta, il guerriero, il filosofo, le madri amorose e i teneri figli, le giovani vergini: quanto splendore di forza, di pensiero, di sentimento, di grazia, ottenebrato dalla gelida ala della morte! Ma le tombe discioglieranno le membra, non le anime che in quelle hanno pensato, amato, patito: rigermoglieranno esse senza posa e produrranno nuovi entusiasmi, nuove fedi, nuovi amori, nuovi dolori: e saranno questi i cardi, i gigli, le rose, e le spine della vita. E una mistica luce serena innonderà questa selva gentile. Dato il carattere simbolico, solenne, malinconico dell’intera concezione, si comprende come un giardino allietato dei più ridenti colori non avrebbe potuto né tecnicamente né idealmente intonarsi col resto della magnifica tela”.

Come i critici teatrali e musicali a conclusione della recensione scrivevano “bene gli altri”, anche Canossi non si sottrae alla regola. “Ci resta da accennare alle Teste a pastello del Cresseri (32 anni), del Bettinelli (22 anni), e alla Testa di fanciulla scolpita dall’Asti. Cresseri meriterebbe uno studio particolare, essendo egli artista nel più completo senso della parola. Fecondità, vigoria, originalità severa di concezione, facilità, sicurezza, eleganza di disegno, vivacità e finezza geniale di tavolozza, equilibrio perfetto di tutte queste doti riunite in un temperamento sanissimo, instancabile e moderno, garantiscono a questo artista, dalla faccia ricordante, un po’ giovialmente, quella di Michelangelo, una luminosa carriera. Egli è anche uomo di spirito, e speriamo ci perdonerà d’aver tentato di riprodurre coll’inchiostro il suo Studio di testa, che, privato delle delicatissime tinte a pastello, perde il novanta per cento della sua magica avvenenza. Perizia non poca, sebbene ancora alle prime armi, e buon gusto e grande amore dimostra il giovane Bettinelli, allievo del Bertolotti, nei pastelli esposti a questa Esposizione fra i quali primeggiava quello del Vecchio Pensieroso. E siccome il Bettinelli è intelligente e modesto siamo certi che, sdegnando gli ovvii allori dei giovinetti prodigio, ai quali poi maturano gli anni e mai non matura la mente, seguirà sempre impaziente e senza incostanze il cammino, lungo bensì ma sicuro, che lo deve addurre a non fallaci vittorie. E’ ciò che auguriamo anche al giovane scultore Giovanni Asti – all’epoca aveva 21 anni -, la cui Testa di fanciulla, così soavemente modellata e significante, ha rincuorato la fiducia di quanti, volendogli bene davvero, stavano in tema ch’egli amasse troppo presto riposarsi sui primi, sempre pericolosissimi, allori”.

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