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Rubén Sosa, come in un film. L’arte di “raccontare per immagini” del grande argentino

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Qui sopra l’intervista integrale a Flora Beker, moglie di Rubén Sosa, a cura di Stile Arte e di Pietro Arici
(le immagini animate appartengono al video didattico Viaggio fantastico, che Rubén realizó nel 90/91 e che vinse il primo premio nel concorso indetto da Regione Emilia Romagna e Rai)

 

 

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di Federico Bernardelli Curuz

Il buio. Lame di luce. Controluce. Atmosfere alla blade runner, il colore che scalda. Macchine d’epoca e puro talento tra l’inchiostro e gli acquerelli, mentre essenza dialoga con essenza, passione affianca passione. La mostra “Rubén Sosa, come in un film” realizzata nel luglio del 2021 al Festival del Fumetto di Ome, nella cantina Majolini, lega le suggestioni e il rapporto conflittuale che ha legato Ruben Sosa (Mercedes, 1939 – Mar del Plata, 2007) uno dei più importanti artisti della “narrazione visiva”, all’Italia. Fondatore di un’importante scuola di fumetto, artista internazionale in cerca di nuovi orizzonti, dopo il golpe argentino, Sosa approdò a Brescia nel 1976 e qui operò per poco meno di 30 anni. La mostra documentava, attraverso l’esposizione di tavole originali di illustrazione o di fumetto – un talento assoluto.
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Non un semplice fumettista, non un semplice illustratore, Sosa fu un regista della rappresentazione visiva e un intellettuale vivacissimo, esponente di quella scuola del fumetto colto, in cui confluivano infinite suggestioni, legate al cinema, alla filosofia, alla politica, all’antropologia, alla psicanalisi. La mostra presenta una quarantina di opere originali, a partire dai lavori creativi senza sceneggiatura, fino alle illustrazioni per campagne-progresso – come quelle legate al ciclo dell’acqua – o all’epica narrazione della Mille Miglia, fino a giungere alla notte profonda di It-alien, tavole di un fumetto in cui Brescia – riconoscibile, ma non citata – appare come se fosse rivisitata attraverso memorie del sottosuolo e infinite inquietudini, in un linguaggio che nasce da costanti contaminazioni programmatiche. Evocata, nell’oscurità di It-alien anche le ombre delle persecuzioni argentine condotte da “uomini qualunque”.
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Rubén Sosa apparteneva alla generazione dei grandi fumettisti argentini degli anni ’60 -’70. Fu anche scultore, grafico pubblicitario, scrittore, cineasta, regista teatrale. Le sue opere sono state pubblicate in Argentina (Hora Cero e Frontera dirette da Héctor Oesterheld); negli Stati Uniti (Marvel Comics); in Francia (Charlie) e in Italia (Alter Alter, Corto Maltese, Corrier Boy, Vampirella, Uomini e Guerra, Intrepido, Il Monello, Blitz). Nel 1976 – anche in seguito al golpe argentino – si trasferì a Brescia. Nello stesso anno il Festival del Fumetto (Lucca 12) gli dedicò una mostra personale.

Nel 1986, nella città lombarda fondò una propria scuola di grafica, proseguendo comunque la propria attività espressiva e collaborando con Milano Libri Edizioni (Alter Alter), con Rizzoli (Corto Maltese, Corrier Boys, Vampirella), con la Casa Editrice Universo (Intrepido, Il Monello, Blitz), con Edizioni Dardo per Uomini e Guerra e con la francese Dargaud (Charlie Mensuel).
Il suo ultimo lavoro, “Tigres de Papier”- Edizioni Tartamudo – è stato pubblicato postumo in Francia, nel 2008. Una parte della sua produzione – costituita da 500 tavole a china – è stata donata dalla moglie e dalle figlie alla Biblioteca Nazionale Argentina nel 2016.
“Rubén Sosa si definiva “narratore visivo”, preferendo utilizzare una categoria estesa, non vincolata a un medium preciso, che indicare una linea vocazionale unica. Sotto il profilo stilistico, le sue tavole si inseriscono nella corrente della grande figurazione neo-surrealista, quanto i temi che egli sviluppa graficamente, sospesi tra sogno e incubo, tra realtà effettiva e verità deformata”.

L’esordio argentino

L’avvio della carriera avviene nel 1959 a Buenos Aires, in qualità di assistente di Eugenio Zoppi in strisce quali “Misterix” di cui realizza le tavole. Il suo tratto è sorprendente. La sua capacità di creare una sintesi espressiva è notevolissima. Entra così nel team dell’editore Frontera, avviando la collaborazione con Héctor Oesterheld, uno dei pilastri della storia mondiale del fumetto. Sosa partecipa alla realizzazione di Ernie Pike, liberamente tratto dalla biografia del corrispondente di guerra statunitense Ernie Pyle, e di un fumetto western intitolato Mortimer. Nel 1962 entra a far parte dell’organico della rivista Eternauta che pubblica – tra altri – il celebre fumetto omonimo di fantascienza scritto da Oesterheld (L’Eternauta) di cui Sosa realizza una decina di tavole. Nello stesso periodo inizia a collaborare con case editrici internazionali quali DC Comics, Marvel Comics e Fleetway.
“Ero un ragazzo di appena 20 anni – ricordava Rubén Sosa – e pubblicavo i miei disegni al fianco di autori come Hugo Pratt, Alberto Breccia, Eugenio Zoppi, Solano Lopez, Arturo del Castillo, Carlos Roume e altri. Non male come inizio per un “pibe” appassionato di “solo figurine”. La mia attività professionale inizia a Buenos Aires nel 1959 come aiutante (facendo le matite) di un importante disegnatore di fumetti: Eugenio Zoppi per il suo personaggio Misterix. Nel 1959 comincio a collaborare nelle riviste dirette da Héctor Oesterheld: Hora Cero, Frontera, aprendo in seguito contatti professionali con le più importanti case editrici degli Stati Uniti e dell’Inghilterra: DC Comics, Marvel Comics, Fleetway. Poi vennero la grafica, la pubblicità, il cinema, il teatro, temi e interessi che ho studiato e sviluppato professionalmente a Buenos Aires fino al 1976. Mi trovavo benissimo a Buenos Aires, non avrei mai abbandonato una città così bella che riempiva tutte le mie esigenze, tutto quanto si può chiedere (…). Invece ho dovuto farlo. E’ una ferita ancora aperta”.
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Il periodo italiano

Dopo l’esordio argentino e lo sviluppo di numerosi contatti internazionali, si trasferisce in Italia – scegliendo Brescia per la nuova residenza di famiglia – nel 1976 in occasione di Lucca 12, Salone Internazionale dei Comics, del Film di Animazione e dell’Illustrazione, che gli dedica una mostra personale, nell’ambito di una rassegna alla quale partecipano come ospiti anche Hugo Pratt, Robert La Palme, Guillermo Mordillo, Hihakiro Kawamoto, George Dunning, Francesco Tullio Altan, Milo Manara.
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L’Italia è, in quell’epoca, è uno dei maggiori punti di riferimento del fumetto d’autore e pare offrire ottime prospettive professionali, in rapida e positiva evoluzione. A partire dal decennio precedente, accademici e uomini di cultura – tra i quali Umberto Eco – avevano iniziato a occuparsi di fumetto, cogliendone le vaste e articolate possibilità espressive, in linea con la cultura pop americana e nell’ambito di quella comunicazione interconnessa che eliminava le differenziazioni della nobiltà dei generi. Cinema, psicanalisi, politica, filosofia si univano in un nuovo orizzonte – caratterizzato dall’eleganza formale francese, sviluppata dal Surrealismo – dominato dalla citazione raffinata, come avveniva nella rivista Linus, storico mensile di fumetti colti, fondata da Giovanni Gandini nel 1965.
E’ in questo clima culturalmente euforico – a fronte della concomitante caduta dell’Argentina in un orribile e sanguinoso periodo di dittatura – che Sosa, con la moglie e le figlie, prende la via dell’Italia.
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Per comprendere ciò che avviene, nella vita di Rubén Sosa è possibile allineare due date: 24 marzo 1976 (golpe militare in Argentina) e 30 ottobre 1976 (inaugurazione del salone del fumetto, a Lucca, con mostra personale). Completandola con una terza: giugno 1976. A partire da quel mese scompaiono, fatta rapire e uccise dal regime, Beatriz Marta Oesterheld e Diana Irene Oesterheld – quest’ultima incinta di sei mesi – le figlie del collega ed editore di Sosa, Oesterheld.
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Lo stesso Oesterheld – autore dell’Eternauta, che sembrava prefigurare la dittatura, in toni di presagio inquietante – viene prelevato da casa il 21 aprile del 1977 e viene ucciso, presumibilmente l’anno successivo.
Le dieci tavole dell’Eternauta restano come testimonianza inequivocabile dell’appartenenza di Sosa a un filone culturale perseguitato dal regime argentino.
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“Ruben era stato al Lucca Comics, il festival internazionale del fumetto e dell’illustrazione, allora alla XII edizione, e ha avuto successo. – ricorda la moglie Flora Beker – Aveva portato con sé i primi due capitoli de “L’uomo normale” nei quali lui descriveva questo uomo banale, che era anche un sicario che lavorava per i militari. Aveva portato con sé le tavole, togliendo le didascalie per evitare problemi al controllo in dogana. Questo succedeva tra marzo e novembre del ‘76. A Lucca ha avuto successo e ha trovato un editore e ha chiesto alla famiglia di raggiungerlo”.
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Flora dopo aver sistemato le cose in Argentina, affittato la casa e venduto quello che si poteva vendere, è partita con le figlie, di 6 e 4 anni e mezzo, ed è arrivata in Italia il 1 gennaio del ‘77.
L’appartamento in Argentina era stato affittato ad un giudice. Un anno dopo il padre di Flora la avvisava che erano entrati i militari in casa per cercare qualcuno, “ma ancora oggi non sappiamo se cercassero noi o il giudice”. Flora è un chimico. In Argentina lavorava in un’industria farmaceutica e si era occupata di una questione che riguardava il diritto delle madri lavoratrici.

Il periodo 1976/77, in cui avvenne il trasferimento dall’Argentina a Brescia, è contrassegnato -dall’elaborazione di un lavoro di straordinario interesse, prodotto tra Buenos Aires e l’Italia: “L’uomo normale”, elaborato a china in bianco e nero, con inquadrature che denotano l’impostazione cinematografica di tutte le sue opere. L’opera ha come protagonista un uomo apparentemente “normale” (banale, direbbe Hannah Arendt), un uomo-grigio, insignificante, perbenista, sicario al servizio dei militari. Con i primi due capitoli de “L’uomo normale”, Rubén arriva a Lucca XII l’1 novembre ’76. A Brescia stenderà gli altri 4 capitoli. Quest’opera è stata pubblicata su Corto Maltese (Rizzoli) e in Francia su Charlie mensuel (Éditons du Square).

La scelta di Brescia avviene perchè la città, pur essendo vicina a Milano, offre un orizzonte che appare a misura familiare, considerato il fatto che le due figlie di Sosa sono ancora molto piccole. La vita, in provincia, costa meno. C’è verde, il luogo è tranquillo. Gli affitti sono meno elevati rispetto a Milano. Ma la città lombarda si rivela, in realtà, poco interconnessa con i centri nevralgici della cultura internazionale – che richiedono una frequentazione assidua e pressante – e il sogno di Sosa di creare, qui, una piccola capitale mondiale del fumetto si materializza, in modo decisivo, in un primo momento e si infrange, poi, contro la natura chiusa del contesto territoriale e culturale all’interno del quale inizia ad operare. Negli anni Ottanta, l’artista fonda a Brescia lo Studio di Arti Visive, nella quale trasmette, a varie generazioni di studenti, non solo le diverse tecniche espressive ma anche la passione con cui affrontarle. Nello stesso periodo, collabora anche con agenzie di pubblicità e con quotidiani come Il Giornale di Brescia e Bresciaoggi.
L’attività imprenditoriale e didattica dell’artista dà numerosi frutti di rilievo, sotto il profilo culturale, anche se l’impresa, sotto il profilo economico, presenta tutte le incertezze finanziarie del lavoro artistico. Difficile risulta, in un contesto di forte competitività, accedere a finanziamenti e a provvidenze, che sarebbero necessarie a creare un plafond di sostenibilità dell’impresa stessa. Lo sforzo risulta titanico. La collaborazione del territorio è scarsa se non completamente assente. La linea del fumetto italiano si sposta, peraltro, sempre più verso il capoluogo emiliano, che può attingere – seguendo anche i riferimenti alla scuola argentina – ai fermenti culturali del movimentismo del post 1977 e che trova il proprio magistero attorno al Dams. Il gruppo Valvoline – Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Igort, Marcello Jori, Jerry Kramsky, Lorenzo Mattotti – dà il via a una rivoluzione del fumetto italiano.
Brescia si trova a inseguire. Bologna offre un humus straordinario, in cui ogni scuola viene affermata e negata e i punti di approdo vengono sempre più spostati in là. Il Dams significa Umberto Eco, editoria, riconoscimenti nazionali e interconnessioni internazionali. Brescia è invece molto attenta alle proprie radici produttive e tutto ciò che è cultura sembra un obbligo formale inutile, non afferrando, invece, l’importanza che lo sviluppo di linguaggi autonomi porterebbe all’intero sistema provinciale, gravato da una mentalità contoterzista, consentendole di innovarsi non solo sul piano tecnologico, ma di profilarsi con una vitalità linguistica in grado di influire anche sul piano dell’economia.

Sosa è un uomo di cultura che viene da una grande capitale. Crede – come avveniva in quegli anni – che cinema, letteratura e cultura siano in grado di mutare i pregiudizi e i preconcetti di ogni singolo individuo e che il mondo possa finalmente cambiare, grazie a una consapevolezza maggiore d’ogni individuo, che si coalizza con gli altri, con generosità. La cultura non è soltanto un travaso di tecniche e cognizioni scientifiche. Essa plasma l’individuo, crea visioni del mondo, senza le quali nemmeno la scienza e la tecnica possono progredire. E’ il sogno che hanno tanti intellettuali, in quegli anni, tra impegno e riflusso. Rubén Sosa cerca di lavorare anche per promuovere – tra i giovani – atteggiamenti di consapevolezza intellettuale, di fronte ad ogni problema della vita, minando l’orizzonte piccolo-borghese dell’utilità immediata, minando l’egoismo primordiale che presiede all’esclusiva ricerca di un utile, raggiunto ad ogni costo. Combatta il grigiore stinto che sostiene il pensiero micro-borghese. Crede nella possibilità di creare un movimento di creativi e di intellettuali, anche attraverso il teatro.
Ricordava, a questo proposito, Rubé Sosa stesso: “Dal 1978 al 1984 (…) tengo (anche, ndr) una serie di corsi e performances teatrali attorno al lavoro di formazione dell’attore con l’obiettivo di creare un gruppo che, in totale autonomia (ideologica, finanziaria e artistica), fosse in grado di esprimere se stesso. Un modo di mettersi in relazione con la vita, una scelta di comportamento sulla quale costruire un’attività teatrale. Obiettivo mancato. Punto a capo”. L’azione di regia e l’unità delle arti, rimangono il nodo dell’attività espressiva dell’autore argentino

“Quando disegno non penso mai di fare un fumetto
Penso e agisco come se dovessi fare un film”

“Quando disegno – avrebbe scritto Sosa – non penso mai di fare un fumetto; penso e agisco come se dovessi fare un film. Seguo lo stesso percorso costruttivo: scrivo e faccio lo story board quasi simultaneamente, scelgo gli scenari o fondali scenografici, cerco “gli attori” tra gli amici ai quali chiedo di prestare i loro volti per ogni singolo personaggio…amo lavorare usando modelli dal vero, è una permanente scoperta. Poi, con la matita sul foglio, faccio “recitare” gli attori-personaggi, improvvisando scene per trovare le azioni più interessanti che dopo trasferisco sulle pagine. Mentre scrivo i miei soggetti penso in sequenze d’immagini, alla forza espressiva di un gesto, di una mano, alla luce ed i colori per le diverse scene e ambienti.
Molte scene le risolvo disegnando direttamente quello che “vedo” mentalmente. È come se mi trovassi, con gli attori, dentro un set cinematografico e provassimo ad improvvisare una determinata azione, in questo modo tutto risulta più chiaro. Un’idea, mentre gira dentro la testa, può prendere mille forme diverse ma una volta disegnata e fissata sul foglio resta quella, spariscono le altre variabili e acquista un corpo reale.
Questo non toglie che i lettori leggano la storia per quello che è: un fumetto. Credo molto nelle possibilità di un linguaggio tanto articolato ed affascinante come quello del fumetto. Amo profondamente questo mestiere. Sono molto fortunato, mi diverto lavorando, ma questo ha un prezzo: non diventeró mai ricco… perchè, in verità, lo sono già.
Credo che un buon racconto sia la base sulla quale costruire delle buone immagini, con bravi “attori-personaggi”, ottimi effetti…mancherebbe solo la colonna sonora e sarebbe un film. Forse è già possibile farlo utilizzando, anzichè il supporto cartaceo, un DVD. Certo… è un altro discorso, una sfida importante sulla quale bisogna pensare molto seriamente. Sono affascinato da queste nuove possibilità…quissà se…magari…”
L’utopia collettiva e personale dell’artista, che sogna di vivere e promuovere una società aliena dal luogo comune e dotata di una profonda creatività si arena nella provincia delle industrie.

L’impatto con Brescia, per la famiglia Sosa, fu realmente scioccante “perché Buenos Aires, prima del golpe, era una città stupenda, in cui si trovava tutto, aggiornata, vivace. Una New York sudamericana. Trovammo tutto molto diverso rispetto al mondo a cui eravamo abituati”. Brescia emerge nelle opere di Rubén, come un luogo pieno di malinconia, che si manifesta anche come proiezione del non essere accolto, fino in fondo, nella valorizzazione di ciò di cui era portatore. Una città che forse non riesce a ponderare, fino in fondo, il peso internazionale dell’artista e cercare opportunità nuove, attraverso i canali che lo stesso Sosa potrebbe aprire. Essere un artista affermato ma non valorizzato e riconosciuto nel Bresciano, dove abita, è motivo di dolore. L’artista argentino è, del resto, un passionale. Brescia è un muro di gomma, che attutisce tutto. Che sfibra e disarma. Rubén – come ricorda la figlia Ileana, giunta nel Bresciano all’età di 4 anni – era un uomo dal sentire estremo. “Il freddo era ghiacciato e il caldo era rovente, non esistevano le temperature di mezzo. Aveva un carattere forte e amava gli estremi, non le mezze misure”. Brescia è una città di mezze misure, erette a sistema.

Nel 2005 Rubén e Flora sono rientrati in Argentina, a Mar Del Plata, sulla costa. E’ stato un periodo difficile. Anche la figlia, Ileana – oggi architetto – ricorda che in famiglia non avevano condiviso questa scelta e avevano cercato di osteggiarla. Nemmeno sua sorella, che oggi vive a Parigi – voleva che papà e mamma tornassero in Argentina. “Con l’avvento dell’Unione Europea, la scuola di fumetto fondata a Brescia, che era una scuola privata interamente sostenuta dalle iscrizioni – spiega la moglie dell’artista, Flora Beker – non era entrata nel circuito delle istituzioni che avevano ricevuto sovvenzioni e con la crisi in atto, sembrava una buona scelta tornare in Argentina”.Tra il 2005 e il 2007, in Argentina, l’artista lavora ad It-Alien Act 1: Tigres de papier. Mentre ne “L’uomo normale” (1976-1977) il terrorismo di Stato è narrato dal punto di vista del sicario torturatore, in It-Alien il protagonista è un “uomo normale” riuscito a fuggire e salvarsi. Ma il terrore (Alien) non lo ha abbandonato. È stata l’ultima opera di Rubén, pubblicata postuma nel 2008. È morto mentre stava lavorando al secondo volume di It-Alien.

Il 7 settembre 2007, dopo due anni di soggiorno argentino, una mattina, Flora – a Mar del Plata – si reca a comprare il pane e, rincasando, trova la porta chiusa. Chiama il marito. Scopre che si è sentito male e che non riesce ad aprire la porta. Viene infranto un vetro. Flora riesce ad entrare, aiutata da un vicino. Ruben dice che ha mal di testa e molto freddo. In ambulanza, si corre verso un punto di primo soccorso, dove l’artista muore per emorragia cerebrale. Le sue ceneri riposano nel cimitero di Mompiano, a Brescia.

“Rubén Sosa, come in un film”
Ome, Cantine Majolini
Vernissage: venerdì 2 luglio, dalle 17 alle 19, senza invito.
Sabato 3 e domenica 4 luglio: 10-13 | 14-18 con visite guidate di circa 30 minuti, per
gruppi di massimo 12 persone, su prenotazione.
ENTRATA GRATUITA a gruppi – nel pieno rispetto delle normative anti COVID-19 –
accompagnati dal personale della mostra.
PER TUTTE LE VISITE – nelle giornate di sabato 3 e domenica 4 – È RICHIESTA LA
PRENOTAZIONE ai seguenti riferimenti della Cantina Majolini: [email protected] – tel.
030 6527378

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