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Come funzionava la bottega di un pittore antico? Diverse figure, diverse funzioni. L’analisi dei ruoli

Gli studi dei pittori cinquecenteschi non erano come gli atelier che noi immaginiamo, quelli dei pittori del romanticismo, dell’impressionismo o delle avanguardie, nei quali il ruolo dell’artista veniva svolto, in buona parte, in titanica solitudine. Per affrontare lavorazioni complesse e per produrre un elevato numero di pezzi, il pittore si dotava di diversi lavoranti, alcuni mantenuti, a livello di cibo e alloggio, altri minimamente salariati. Inoltre disponeva di lavoratori che si occupavano dei supporti e dei lavori di falegnameria. E di allievi che potevano essere garzoni di bottega o studenti paganti – com’era Caravaggio, nella bottega di Peterzano -. Alcuni garzoni diventavano poi collaboratori del maestro, nell’ambito pittorico. Preparavano i fondali oppure impostavano i dipinti, sino quasi a finirli. Il maestro controllava e dava il proprio assenso. Poteva intervenire, anche rapidamente, per migliorare l’opera. Il lavoro, nella bottega antica, era più simile a quello di una factory warholiana –  in cui si lavorava in gruppo, ma tutto quanto usciva dalla bottega recava il marchio del maestro – che a un antro di un artista misantropo.

La bella stampa che osserviamo, qui sopra, fu incisa da Philips Galle, dopo Johannes Stradanus. E’ un foglio della serie Nova Reperta, 1593-1598. Incisione che illustra lo studio del pittore, dopo la diffusione della tecnica della pittura ad olio, ancora considerata, a quei tempi una “nuova scoperta”, nonostante essa avesse iniziato a diffondersi tra la fine del Quattrocento e gli albori del Cinquecento, divenendo il medium preponderante.

Questo gruppo di lavoro e di allievi costituiva il minimo per poter procedere con produzioni sufficientemente ampie che potessero garantire all’artista un discreto reddito, che proveniva sia dalla vendita delle opere che dalle rette degli studenti paganti. In altri casi, come in Tiziano o in Raffaello, le botteghe erano qualcosa di compreso tra un grande laboratorio artigianale e un’industria.

I primi due personaggi in cui ci imbattiamo, nell’incisione, sono due ragazzini,  seduti su altrettanti sgabelli. Quello alla nostra sinistra copia il volto di una statua. Il colletto indica certamente che è un allievo e non un garzone. E, presumibilmente, la sua provenienza sociale è aristocratica. La pittura era infatti una disciplina nobile, che faceva parte del bagaglio degli aristocratici, che potevano anche esercitare questa arte. I genitori del giovinetto con il collo a onde pagavano, evidentemente, una retta al pittore o lo favorivano con raccomandazioni o acquisti di dipinti. Il ragazzino alla nostra destra è probabilmente un allievo borghese che copia quanto il maestro dipinge sulla tela grande. Con tutta probabilità era stato scelto perchè aveva dimostrato attitudini particolari al disegno ed egli, pertanto, era destinato – perchè già dimostrava una grande abilità, tale da essere ammesso al “vivaio” – ad entrare nella cerchia dei collaboratori stretti del capo-bottega. Davanti all’allievo con colletto a onde, c’è un tavolo dal quale escono i fogli di carta che dimostrano che il primo approccio dell’allievo era con il disegno e, in particolare, con la riproduzione, con matita nera, di volti statuari o di disegni del maestro. Alla nostra destra, un poco più arretrati ci sono due lavoratori che si occupano della macinazione dei pigmenti e della stemperatura delle polveri nell’olio. I colori venivano poi gestiti a livello di tavolozza e, nel caso di finiture accurate o velature, di conchiglie marine, la cui madreperla compatta e impermeabile era ottima per la gestione di quantità di colore limitate, ma preziose. Questi oggetti si trovano sul tavolo. Un lavorante adolescente prepara una tavolozza per il maestro. E’ quello al centro, davanti, in posizione eretta. Presumibilmente è un garzone destinato a fare carriera. L’osservazione diretta del maestro gli consentirà di impararne lo stile, gli accostamenti cromatici, le modalità di costruzione delle figure. Il suo stile somiglierà molto a quello del maestro, ma rivelerà sempre qualcosa di lievemente personale. In diversi dipinti dipinti di Raffaello, realizzati nella capitale pontificia,  sono, ad esempio, riconoscibilissimi la mano e gli accordi cromatici preponderanti di Giulio Romano. Quelle opere furono vendute come dipinti di Raffaello e tuttora, nel catalogo, sono assegnate al grande Maestro urbinate. Non tutti i pittori erano sfruttatori. Raffaello, ad esempio, aveva creato un’armoniosa squadra di bottega. Amici, collaboratori più giovani, ragazzi che imparavano i l mestiere. La personale grazia e la generosità di Raffaello irradiarono i colleghi. Egli volle che la propria consistente eredità andasse ai colleghi della bottega.

Il giovane che sta entrando nello studio con una tela è probabilmente un lavorante o un falegname che ha creato il telaio e tirato la tela sul supporto. Tele o tavole impostate a livello di disegno appaiono anche sulle scansie della parete di fondo, pronte alla stesura dei colori.
Alla nostra sinistra ecco un pittore-collaboratore che ritrae a matita una nobildonna accompagnata da una cameriera da una dama di compagnia. L’artista “in seconda” traccia gli ingombri e i chiaroscuri. Potrà poi portare a termine il ritratto egli stesso, con i colori a olio, oppure potrà passarlo al maestro per le più raffinate finiture.

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