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Aligi Sassu, il maestro raccontato dal figlio


Stile arte ripropone la propria intervista a Suarez, figlio adottivo del pittore. e responsabile dell’Archivio Sassu, Suarez è considerato uno dei massimi conoscitori dell’opera del maestro, ed è un punto di riferimento per chiunque (storici, critici, mercanti, galleristi ecc.) desideri studiarla e collezionarla.

Suarez, lei ha conosciuto Aligi Sassu personalmente. Quando e in quali circostanze iniziò la vostra frequentazione? E che ricordo ha lei, adesso, dell’uomo e dell’artista?
Nel marzo 1987 fu lo stesso Aligi Sassu a chiedermi di aiutarlo assumendo le funzioni di suo assistente e di coordinatore dell’archivio: un ruolo essenziale e non più rimandabile, considerata la vasta produzione pittorica, grafica, scultorea, ceramica e anche letteraria del maestro.
Io ero arrivato da poco in Italia con la mia famiglia. Subito acquistai un computer e mi dedicai alla schedatura. Ma soprattutto, da allora, ebbi il privilegio di stare accanto a Sassu fino alla sua morte: lo accompagnavo in fonderia, in stamperia, alle mostre che lui era solito visitare; gli stetti vicino nell’occasione del grande murale che gli fu commissionato dal Parlamento Europeo: un’opera di 150 mq che richiese un anno di intenso lavoro fra progettazione ed esecuzione.
Lei mi chiede che persona fosse Aligi sotto l’aspetto umano: come la maggior parte dei sardi, risultava a prima vista piuttosto chiuso, ma dentro aveva un cuore grande. Certo non fu facile per me guadagnare la sua fiducia; pian piano però, vedendo l’amore che portavo al suo lavoro, mi aprì tutte le porte. Una fiducia e un affetto culminati nel 1995, quando decise che io diventassi suo figlio adottivo.
Proprio in quell’anno, avevo curato l’edizione del secondo volume del catalogo ragionato dell’opera grafica – incisioni e litografie – di Aligi. Sempre in quell’anno cruciale, egli stava conducendo con la città di Lugano le trattative per costituire la Fondazione a lui dedicata, con l’intento di dar vita ad una realtà culturale che ricordasse il suo lavoro, partendo da un nucleo di opere significative e non separabili.

Perché la Fondazione non venne realizzata a Milano, città in cui l’artista aveva sempre vissuto?
Sassu era da anni alla ricerca di un luogo al quale lasciare la sua più vera eredità. Mi parlò esplicitamente della natia Sardegna, ma anche di Firenze – insigne capitale dell’arte -, di Parma, città che amava molto. Da Milano lui si attendeva molto. Ma le risposte tardavano ad arrivare. I Comuni italiani, e soprattutto Milano, sembravano spaventati dalla prospettiva di gestire una simile realtà. In Italia è difficile dialogare con gli enti pubblici, afflitti da budget ridotti e da una cronica instabilità amministrativa. Ma non desistemmo, fin quando si propose la municipalità di Lugano, accettando da parte del maestro la donazione di 362 fra dipinti, sculture e grafiche, opere che vennero assegnate alla storica sede di Villa Ciani.

Come si giunse, invece, alla nascita dell’Associazione, qui in Brianza?
In Italia c’era oggettivamente un vuoto, considerando l’entità storica e culturale dell’opera di Sassu. Prima ancora che l’artista morisse, fin dal 1998, ritenni giusto darmi da fare per realizzare qualcosa che ne custodisse e onorasse la memoria. Fu il Comune di Besana Brianza a farsi avanti, avendo ricevuto in dono la struttura di Villa Filippini, nella quale intendeva creare un polo culturale ed espositivo. Nella Villa trovò così sede l’Associazione, che ormai da sette anni collabora col Comune di Besana alla progettazione e all’allestimento di eventi d’arte.

Da chi è costituita l’Associazione?
Da persone della società civile e del mondo dell’impresa, da amici, tutti accomunati dall’ammirazione per l’opera di Sassu ma anche, e soprattutto, dalla passione per la cultura.

Qual è, secondo lei, il giudizio storico che oggi possiamo e dobbiamo dare riguardo la figura di Sassu? Quali le luci e quali le ombre?

Per quanto riguarda il giudizio di merito, bisogna riconoscere in Sassu uno dei sommi artisti figurativi del ’900 europeo; un artista che è stato anche un precursore. Coi suoi Uomini rossi egli ha indubbiamente influenzato se non ispirato – date alla mano – la Transavanguardia. Negli anni Trenta e Quaranta del XX secolo, con quadri come i Caffè e le Maison Tellier, Sassu è stato testimone, in presa diretta, di un’epoca. Oggi il sistema dell’arte, della critica e del collezionismo cosiddetto “colto” sembra trascurare la figurazione, i cui valori rimangono però prediletti dal grande pubblico. E Sassu è sempre stato fedele a quei valori, che sono tipicamente moderni, anche se la seconda metà del secolo è stata più segnata dall’Informale e dall’Espressionismo astratto americano. (da Stile Arte, ottobre 2007)

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