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Parca Lachesi, l’immagine di questa donna allungava la vita. Con il filo


Rappresentazione del memento mori e dell’aleatorietà dell’umana esistenza, le Parche sono state spesso protagoniste della pittura come ammonimento attorno alla brevità della vita e, pertanto, nonostante la loro origine pagana, assunsero – con il Cristianesimo – la funzione di avvertire l’uomo dell’esiguità del tragitto terreno da indirizzare, con fatti, opere e preghiere, a una proiezione eterna. Immagine speculare tremendamente invertita delle tre Grazie, come colpite dal flagello inclemente di una vecchiaia crudele, le anziane tessono il filo dell’umana esistenza, lo allungano e lo tagliano, dividendosi scrupolosamente ogni sequenza dell’operazione.

Loto, con la conocchia, è intenta a filare, Lachesi tende, in misura variabile, il filo stesso; alla terribile Atropo – che deve il proprio nome all’aggettivo inevitabile, saldamente ancorato al concetto di morte – spetta l’operazione del taglio definitivo. Lachesi – il cui nome greco ci conduce al concetto di destino – è pertanto la figura centrale; colei che in misura del movimento del braccio – più o meno vigoroso, più o meno esteso – determina la lunghezza dell’esistenza. Tra le tre è pertanto colei che è in grado di svolgere un’azione positiva nei confronti degli uomini, giungendo a favorire alcuni, come Sofocle, il quale, si diceva, aveva contato sulla collaborazione della vecchia signora, ottenendo un filo lungo novant’anni.

Questa funzione permise evidentemente a Lachesi di acquisire un significato magico beneaugurante quando diviene oggetto di un ritratto che esclude le due compagna. Un dipinto che diviene omaggio a colei che può tirare il filo alla massima estensione possibile, che trasforma il quadro in una sorta di richiesta di grazia. La rappresentazione esclusiva di Lachesi diviene infatti un’immagine agente sul gioco del destino; una sorta di laica divinità da onorare attraverso l’immagine.

Pietro Bellotti, Parca Lachesi

Pietro Bellotti, Parca Lachesi

 

Un “fotogramma” dedicato totalmente a Lachesi è quello realizzato da Pietro Bellotti (1625-1700), che riporta su di un piano completamente umano la parca. Non c’è più il filo, le sorelle con canocchia e forbici sono scomparse. E’ il primo piano di una vecchia. Non vi è altro elemento che indichi un’ascendenza mitica. Ma in un secondo dipinto del Bellotti, che mostra lo stesso soggetto e margini più ampi, come se il pittore avesse agito, allargando il campo del proprio zoom, appaiono il filo – stretto tra mani da lavoratrice, popolane – e, sullo sfondo, i fusi.
Non vi sono dubbi che sia proprio lei, Lachesi. Il pittore ne indica il nome sul cartiglio sul quale appone la propria firma.

Pietro Bellotti, Parca Lachesi

Pietro Bellotti, Parca Lachesi

Giuseppe Maria Crespi (1665-1747), affrescando la Sala dell’Olimpo di palazzo Pepoli Campogrande a Bologna, fornisce al destino e alla morte un’immagine gentile – come richiede l’ambientazione – dipingendo due giovani Parche, Lachesi e Atropo, mentre tagliano il filo.

 

Esse passeggiano spensierate e allegre in un parco; ridono, scherzano come se stessero solo giocando, con quel filo, le vesti mosse dal vento, i corpi atteggiati in un abbozzo di corsa leggere. Sono più simili a Grazie che a Moire greche. La morte, così, assume un’aura rocaille. E’ un erotico assopirsi dopo l’appagamento dei sensi, sotto il cielo, sull’erba.
Diverse, certo, dalle consorelle delle rappresentazioni Medioevo, che non appaiono sedute ma ritte, nei pressi del corpo esanime della vittima, che giace a terra, ai loro piedi. Ricordano che di “doman non c’è certezza” e che anche i più giovani e ricchi non possono sempre sfuggire alle loro attenzioni.. Un chiaro monito attorno alla fragilità della vita, nel solco di una tradizione che trova il proprio punto apicale nelle Danze Macabre, affreschi nei quali creature scheletriche tornano alla luce del sole per coinvolgere i vivi d’ogni classe ed età in un ballo travolgente che porta direttamente all’Aldilà.
Un’aria contemperata dall’umanesimo attraversa l’opera di Francesco del Cossa (1436-1478) che in un affresco della Sala dei mesi di Palazzo Schifanoia di Ferrara dipinge tre donne – che per alcuni rappresenterebbero, appunto, le tre parche – sedute ad un telaio come comuni filatrici, circondate da numerosi cittadini che compiono il loro lavoro quotidiano, mentre Minerva attraversa il paesaggio trionfante su un carro trainato da imponenti cavalli bianchi. E’ un lieve accordo, che ricorda soltanto incidentalmente la morte, togliendole ogni velo di cupezza.
Secondo alcuni critici la presenza delle filatrici sarebbe funzionale a un’esaltazione del duca che aveva promosso le attività tessili nella città estense; per altri simboleggerebbero la propensione dei nati sotto il segno dell’ariete (marzo, appunto) a questo tipo di mansioni. Altri studiosi però fanno notare come le donne stiano compiendo le tre azioni tipiche delle Parche – tessitura, filatura, taglio – e possano pertanto costituire un concreto riferimento ad esse. Ma, come ben sappiamo, la pittura del Quattrocento e del Cinquecento, s’apre alla polisemia. E pertanto i significati non si escludono a vicenda; anzi coesistono, uscendone, dall’interlocuzione, rafforzati.
Di forte impatto simbolico è l’opera di Marco Bigio, artista toscano del Cinquecento. Nella sua composizione compaiono Amore, la Morte, due puttini, una persona di colore – che assume il significato dell’eros primordiale – un gruppo di cigni e un cane. I personaggi attorniano le giovani e generose parche, interpretate dall’artista nella foggia di donne mature dai seni floridi e dai nudi corpi sodi, coperte solo da un esiguo lembo di stoffa.

Francesco Salviati, Le tre parche

Francesco Salviati, Le tre parche

Francesco Salviati (1510-1563) esalta la carnalità del trio in un’opera del 1550; tra Lachesi ed Atropo si assiste ad un perverso gioco di sguardi, che lascia intravedere una preminenza del ruolo della seconda, colei che recide il filo della vita. Cloto, la tessitrice, è in disparte, sullo sfondo, e assiste impotente alla scena. L’atmosfera è cupa, sinistra, permeata da un’aura morbosità; la tensione è quasi palpabile, preludio a un momento drammatico.
Le parche di Bernardo Strozzi (1581-1644) sono invece popolane, abbigliate con vestiti colorati. Hanno visi carnosi. Donne mezza età, guardano in un punto imprecisato, esterno alla tela, ad eccezione di Lachesi che è intenta a tendere il filo in modo che Atropo lo possa ben tagliare. La scena è permeata dalla pacata tranquillità del quotidiano. Una pittura che rende la verità dei domestici interni, ponendo, in cauda venenum, l’allusione allegorica al mito. E’ un’azione indispensabile e per questo è inutile disperarsi troppo. Va fatto. E’ la natura del mondo. Tanto basta.

L'opera di Johan Heinrich Fussli

L’opera di Johan Heinrich Fussli

Piegate dall’immaginario romantico, le Parche di Johann Heinrich Füssli (1741-1825) sono divenute streghe minacciose e crudeli. Appartengono a una dimensione infernale. Non stanno più come nel passato sulla linea della domestica quotidianità.
Atmosfere tendenti al magico, gesti violenti che non conoscono più la mediazione di una parvenza – per quanto inquietante – di ordinaria quotidianità, un pathos sbrigliato e oscuro, fanno esplodere il tema in tutta la sua dirompenza. Le donne di Füssli sono sadiche esponenti di un mondo terrifico.

Le tre parche di Cordero

Le tre parche di Cordero

Anche il pittore spagnolo José Villegas Cordero (1844-1921) si cimenta con questo tema. Il Novecento affronta il tema con un nuovo registro. E’ il mistero metafisico a prevalere, il resto è messo da parte. Nella descrizione fisica delle parche non si guarda più alla tradizione. Angeli o demoni, esseri benevoli o creature destinate a portare alla perdizione? Si gioca sull’ambiguità.

Alla nostra destra, Lachesi, nel dipinto di Kronberg

Alla nostra destra, Lachesi, nel dipinto di Kronberg

Julius Johann Ferdinand Kronberg (1850-1921), nel suo Eros e le dee del Destino, 1905, dipinge una giovane e bellissima Lachesi mentre dispiega il filo della vita tessuto da Cloe, fissando contemporaneamente negli occhi, perduta e apparentemente innamorata Eros che, indifferente a quello sguardo di fuoco fissa lo spettatore, reggendo nella mano destra, la stessa con la quale impugna l’arco, una parte del filo, forse a significare che l’esistenza è retta e governata da Amore, e che non tutto è già deciso e scontato: una forza superiore detta la legge della vita. E’ possibile sfuggire al destino grazie alla forza del sentimento, che cambia la vita e vince perfino la morte.

Angelo Morbelli, Le tre Parche

Angelo Morbelli, Le tre Parche

Permane invece un registro iconografico tradizionale – tre vecchie che filano le, quali, in realtà si rivelano come divinità occultate dal velo della quotidianità – in Angelo Morbelli (1854-1919) che si interessa di questo tema negli stessi anni di Kronberg, con le Tre Parche del 1904. La loro infatti è una presenza discreta e quasi invisibile. La morte sta nascosta e appare in forma anonima.

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