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Tonga e Vesuvio-Pompei, eruzioni simili? Possibile prevedere esplosioni del “tappo”? Nuovo studio dell’Università di Zurigo

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In copertina: veduta del Vesuvio da Pompei antica. Foto Jörn-​Frederik Wotzlaw / ETH Zurigo

Il Vesuvio è uno dei vulcani più pericolosi d’Europa. Nelle sue immediate vicinanze vivono più di tre milioni di persone e in epoca storica e preistorica si sono verificate eruzioni esplosive che hanno distrutto interi insediamenti e città della zona, come Pompei ed Ercolano.
Quindi, la domanda urgente è: quando il Vesuvio erutterà di nuovo e quanto potrebbe essere forte l’eruzione?

Per cercare di rispondere a questa domanda, un gruppo di ricerca dell’ETH di Zurigo – il Politecnico svizzero – in collaborazione con ricercatori italiani, ha esaminato da vicino le quattro più grandi eruzioni del Vesuvio negli ultimi 10.000 anni in modo da poter valutare meglio se un evento pericoloso possa essere previsto nel prossimo futuro.

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Le quattro eruzioni studiate dal gruppo di ricerca svizzero includono l’eruzione di Avellino di 3.950 anni fa, considerata un possibile “scenario peggiore” per future eruzioni, e l’eruzione del 79 d.C. che seppellì le città romane di Pompei ed Ercolano. Quest’ultimo evento – come sappiamo – è stato documentato dallo scrittore romano Plinio il Giovane. Inoltre, i vulcanologi hanno studiato – a livello di sistema-Vesuvio – le eruzioni del 472 d.C. e dell’8890 a.C. L’eruzione sub-​Pliniana del 472 d.C. è la minore – a livello di violenza – delle eruzioni studiate ma comunque di dimensioni simili rispetto alla recente eruzione di Tonga.

Nel loro studio, appena pubblicato sulla rivista Science Advances, i ricercatori – che lavorano con l’autore principale Jörn-​Frederik Wotzlaw e con il professor Olivier Bachmann dell’ETH di Zurigo – hanno determinato l’età dei cristalli di granato presenti nei depositi vulcanici. Questo minerale, prodotto dal magma, viene immagazzinato nella camera magmatica nella crosta superiore, sotto il Vesuvio. I granati se ne restano per molto tempo, a quel livello, con il resto del materiale meno caldo, fino a quando un’ondata di magma profondo – caldissimo – provoca un’esplosione e la rimozione dei questo “tappo”. Quando ciò avviene può verificarsi un’eruzione più o meno violenta. Conoscere l’età di questi minerali permette di dedurre per quanto tempo il magma più superficiale e “denso” sia rimasto in questa camera prima che il vulcano lo espellesse.

Utilizzando l’età di cristallizzazione dei granati, i ricercatori possono ora dimostrare che il tipo di magma più esplosivo (il cosiddetto magma “fonolitico”) resta immagazzinato, nel Vesuvio, in un serbatoio, collocato nella crosta superiore, per diverse migliaia di anni prima che l’ afflusso magma dalla crosta inferiore, più caldo e primitivo, inneschi un’eruzione.

Per i due eventi preistorici, i ricercatori hanno determinato che il magma fonolitico era rimasto nella camera per circa 5.000 anni, prima che venisse “stappato” violentemente dal magma proveniente dal profondo. Prima delle eruzioni avvenute nel periodo storico, invece, fu immagazzinato in questo serbatoio per soli 1.000 anni circa.

Accumulo di magma piuttosto improbabile

Le indagini sismiche indicano che esiste effettivamente un serbatoio a una profondità di circa sei-otto chilometri sotto il Vesuvio. Ma dal momento che il Vesuvio produce principalmente magma mafico dal 1631, i ricercatori ritengono improbabile che attualmente si stia accumulando fonolite differenziata.

“L’ultima grande eruzione nel 1944 è ora di quasi 80 anni fa – affermano gli studiosi svizzeri – il che potrebbe benissimo essere l’inizio di un periodo di quiescenza prolungato durante il quale può accumularsi magma differenziato”. “Per evitare comunque brutte sorprese, il Vesuvio e la sua attività, insieme al fratello maggiore ad ovest, i Campi Flegrei, sono monitorati 24 ore su 24. Ad esempio, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia italiano misura ogni terremoto intorno ai vulcani, analizza i gas emessi dalle fumarole e osserva la deformazione del suolo, che sono indicatori dell’attività sotterranea. C’è anche un piano di emergenza che delinea come evacuare la grande area di Napoli nel caso in cui la sorveglianza concludesse che un’eruzione è imminente”.

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