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Lida Abdul “Bricksellers of Kabul”, 2006 16mm film transferred to dvd 6'00'' Collezione La Gaia Courtesy Giorgio Persano Torino

Too early, too late. Middle East and Modernity alla Pinacoteca Nazionale di Bologna

TOO EARLY TOO LATE
MIDDLE EAST AND MODERNITY
a cura di Marco Scotini
Pinacoteca Nazionale di Bologna
22 gennaio – 12 aprile 2015

Info e prenotazioni: T. +39 051 282111
www.artefiera.bolognafiere.it


ArteFiera Collezionismi presenta, all’interno del proprio programma espositivo 2015,: Too early, too  late. Middle East and Modernity a cura di Marco Scotini, con la presenza di quasi sessanta  artisti, oltre cento opere – provenienti dalle più prestigiose collezioni private italiane – e documenti  storici, volti a indagare il rapporto dell’Oriente con la modernità occidentale e raccontare la  complessa struttura sociale di un’“area culturale” in transizione

.  Too early, too late occuperà gli spazi delle esposizioni temporanee della Pinacoteca Nazionale di  Bologna ma si estenderà anche all’interno delle prestigiose collezioni del Trecento (da Vitale da  Bologna alle scuole tardogotiche). Questo per sottolineare il fatto che Bologna “la dotta” era tra le  cinque città (con Parigi, Oxford, Avignone e Salamanca) in cui il Concilio di Vienna del 1312  decise l’istituzione delle cattedre di arabo, ebraico e siriaco, ovvero le basi dell’orientalismo  nell’Occidente cristiano. Ma la data che segna l’irruzione della modernità nel campo discorsivo del  pensiero musulmano coincide con l’impresa Napoleonica in Egitto (1798), quando Bonaparte  sbarcò col suo esercito per esplorare il Paese. Ricostruzioni documentarie e materiali originali  d’archivio si alternano a opere d’arte di natura installativa, fotografica e filmica, in modo tale da  poter marcare alcuni passaggi fondamentali delle vicende culturali e politico-sociali di questa  progressiva occidentalizzazione dell’Oriente – dall’introduzione dello ‘stato-nazione’  all’importazione delle spettacolari istituzioni museali negli Emirati Arabi – attraverso alcune  testimonianze storiche per interrogare la produzione artistica e culturale più recente, proiettando la  macchina espositiva in una pluralità di tempi, spazi e narrazioni.

Nell’urgenza della situazione geopolitica in atto, la mostra Too early, too late cerca di analizzare,  attraverso l’arte, i luoghi comuni che hanno accompagnato nel tempo lo scontro e il confronto tra  l’idea di una tradizione orientale rispetto alla modernità di matrice occidentale.

GHADIRIAN-SHADI QAJAR#18-(RADIO),1998 FOTOGRAFIA-IN-B_N,cm.90x60 Collezione Giuseppe Iannaccone Courtesy dell'artista

GHADIRIAN-SHADI QAJAR#18-(RADIO),1998 FOTOGRAFIA-IN-B_N,cm.90×60 Collezione Giuseppe Iannaccone Courtesy dell’artista

<Con il collasso dell’Unione Sovietica – scrive il curatore della mostra Marco Scotini – il  bipolarismo della Guerra Fredda sembra sia stato sostituito da una nuova dicotomia, quella tra  Islam e Occidente, così come il vuoto lasciato dall’alternativa al capitalismo sembra sia stato  colmato da identità nazionalistiche, etniche e religiose. Alla vecchia opposizione “politica” sarebbe  subentrato piuttosto un “conflitto di civiltà”, a diversi regimi temporali, tra forme culturali arcaiche e  avanzate, con l’idea di modernità (al-hadatha) quale discrimine>

Medio Oriente è un termine geopolitico europeo coniato da un giornale inglese alla svolta del  secolo scorso. Da allora ha continuato a esistere più come oggetto teorico che come regione  geografica. Così viene assunto in Too early, too late per rappresentare un’area che si estende  anche al Nord Africa, Caucaso e Asia Centrale, tanto più che il centro di gravità tende a spostarsi    dal mondo arabo a quello turco-iranico: dall’Egitto all’Iraq e all’Arabia Saudita, così come  dall’Azerbaijan ai margini del Kazakistan e dell’Afghanistan. Proprio a causa della loro particolare  posizione, Istanbul e la Turchia rivestono nella mostra un ruolo cruciale quale porta d’Oriente, sia  in senso geografico che politico, con la Repubblica di Ataturk del 1924.

L’esposizione, nella visione curatoriale, non tenta di registrare o riscrivere una storia, pur  confrontandosi con un ampio spettro di accadimenti epocali, né di affrontare in una prospettiva  post-orientalista i codici visivi e linguistici delle rappresentazioni dell’Oriente da parte  dell’Occidente. Too Early, Too Late cerca di ricostruire l’incontro dell’Occidente con il mondo  musulmano e, concentrandosi sulla scena artistica contemporanea, si posiziona intorno a un  preciso “punto topografico”, da cui osservare quest’area aprendo a una costellazione tematica  che articola lo spazio espositivo e discorsivo della mostra attraverso una serie di concatenamenti,  a partire dal ritrovamento dell’unica copia rimasta dei filmati di Tel al Zaatar (1977) e attraverso il  quadro tracciato dal “Taccuino Persiano” di Michel Foucault per il Corriere della Sera  sull’insurrezione pro-Komeini a Teheran (1979).

Fino al titolo della mostra Too early, too late, tratto dal film sull’Egitto di Jean-Marie Straub e  Danièle Huillet Trop tôt/Trop tard del 1981 che ridefinisce i confini negoziabili del tempo storico.

Vero e proprio capolavoro della storia del cinema, il film si concentra sulle lotte contadine della  Francia del 1789 e dell’Egitto del 1952. Diviso tra la campagna bretone e quella egiziana, nella  prima parte una voce fuori campo legge il testo di una lettera di Engels a Karl Kautsky del 1897 a  proposito di ciò che rimane della rivoluzione francese. Nella seconda parte viene recitato un  frammento dalla postfazione del libro La lutte des classes in Égypt de 1945 à 1968 di due autori  arabi che scrivono sotto lo pseudonimo di Mahmoud Hussein (Maspero, 1969). Per tutto il film la  nota coppia di cineasti cerca di inquadrare l’orizzonte della campagna deserta trovando un punto  di vista ideale tra il cielo e la terra, lì dove Engels avrebbe precisato “se la Comune del 1793 con le  sue aspirazioni di fraternità è venuta troppo presto, Babeuf a sua volta è giunto troppo tardi”.

Uno dei pochi film in cui si è tentato di filmare il vento (Serge Daney), così la metafora di questo  secondo capitolo espositivo, che ne Il Piedistallo Vuoto era lo spettro, è ancora una forza invisibile,  qualcosa che c’è ma non si vede: dal vento che scuote gli alberi della campagna prima francese  poi egiziana, nelle sequenze di Straub-Huillet, al vento dei processi rivoluzionari che rovescia  l’ordine della storia. Una revisione dello sguardo sull’Oriente, invenzione dell’immaginario coloniale  occidentale, offre, in un segmento spazio-temporale differente, quello della mostra, una diversa  narrazione, tra percorsi di dominio e di emancipazione.

Gli artisti: Lida Abdul, Mustafa Abu Ali, Bisan Abu Eisheh, Etel Adnan, Vyacheslav Akhunov, Can Altay, Omar Amiralay, Ayreen Anastas, Said Atabekov, Kutlug Ataman, Fikret Atay, Kader Attia, Vahap Avsar, Mahmoud Bakhshi, Gabriele Basilico, Neil Beloufa, CANAN, Céline Condorelli, Dina Danish, Cem Dinlenmiş, Peter Friedl, Rene Gabri, Sadhi Ghadirian, Yervan Gianikian – Angela Ricci Lucchi, Barbad Golshiri, Mona Hatoum, Malak Helmy, Emily Jacir, Khaled Jarrar, Lamia Joreige, Alimjan Jorobaev, Hiwa K., Hassan Khan, Abbas Kiarostami, Taus Makhacheva, Mona Marzouk, Ahmed Mater, Sabah Naim, Moataz Nasr, Navid Nuur, Walid Raad, Koka Ramishvili, Hany Rashed, Mario Rizzi, Ahmed Sabry, Roy Samaha, Hrair Sarkissian, Ariel Schlesinger, Hassan Sharif, Wael Shawky, Ahlam Shibli, Eyal Sivan, Jean
Marie Straub-Danièle Huillet, Jinoos Taghizadeh, Lawrence Weiner, Mohanad Yaqubi, Amir Yatziv, Akram Zaatari.

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