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Tra le pieghe delle tele e dell’anima. Il fantasma della madre di Rembrandt, un’icona nella storia dell’arte

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“…e disperderò da essi le
voci di gioia e di letizia…
la voce della mola…
tutta questa terra sarà
una solitudine e un orrore…”
(Geremia 25, 10-11)

 

La madre di Rembrandt un vera icona della storia dell’arte
(parte prima)

di Roberto Manescalchi

Quella di Geremia, nel predire l’esilio babilonese è, senza dubbio, una delle prime testimonianze scritte dell’uso della mola, nella fattispecie “trusatilis”, nel mondo occidentale; mola che l’antropologia culturale ci propone come rudimentale attrezzo di pietra – girevole mediante sostegno allungato – che le donne, ma non solo loro, usavano per triturare vari tipi di cereali.
I genitori di Rembrandt erano mugnai nonché calvinisti devoti e praticanti. La lettura delle sacre scritture era attività sicuramente nelle abitudini, ma cogliere il riferimento alla “voce della mola” e collegarlo al proprio mestiere era forse pratica ardua per chi è abituato alle fatiche del corpo piuttosto che a quelle della mente.
I fattori che in un epoca storica contribuiscono a determinare la natura della tecnologia sono innumerevoli e la felice combinazione di disponibilità dei materiali, abilità degli artigiani, condizioni economiche e sociali, religione, etica e dottrine filosofiche hanno permesso all’uomo di dotarsi – nel bacino del mediterraneo orientale – di un motore primario: la “mola versatilis”.
Il motore primario è il tramite della trasformazione di energia esistente in natura (forza muscolare, forza del vento, dell’acqua corrente, ecc) in forma conveniente di energia meccanica che rende disponibile, per un nuovo e più alto livello di produzione.

“Cessate di macinare, o affaticate
donne che attendete alla mola;
dormite fino a tardi,
fin dopo che il gallo ha annunziato l’alba.
Demetra infatti ha chiamato le ninfe
a far esse il lavoro delle vostre mani;
ed esse saltando giulive contro la ruota,
fanno girar l’asse
che con le sue pale rotanti
muove a torno le macine
fatte venir d’oltremare da Nisia”
(Antipatro di Tessalonica, – Anthologia Palatina)

Dall’utensile biblico alla “mola versatilis”, mossa dalla forza dell’acqua, il passo, probabilmente, non fu né breve né semplice, né ci è dato di conoscere il nome o i nomi degli ideatori.
Oltre ai versi dell’Antologia Palatina, ci è noto, attraverso Strabone, che Mitridate VI, re del Ponto, aveva fatto costruire un mulino ad acqua in dipendenza del proprio palazzo di Cubeira.
Vitruvio nel “De Architectura” descrive compiutamente la nuova macchina che chiama, in greco, Hydraletes.
A parte il trattato di Vitruvio, Plinio nella sua “Naturalis Historia” segnala mulini sui corsi d’acqua dell’Italia.
Non crediamo che Harman Gerrits, mugnaio in Leida, conoscesse quanto sopra, né che sapesse che degli ingranaggi che usava abitualmente: ritrecini, palmenti, tramogge, moltipliche, viti senza fine e quant’altro si erano occupati personaggi del calibro di Francesco di Giorgio, Piero della Francesca (quest’ultimo era anche proprietario di un mulino con gualchiera), Giuliano da Sangallo e Leonardo da Vinci.
Ad onor del vero, il motore dell’opificio di Harman funzionava con il vento (qui sotto) anche se i meccanismi interni differivano poco da quelli azionati da ruote idrauliche.

Crediamo che non sia capitato ad Harman di leggere la descrizione dei benefici effetti delle acque di un fiume e dei suoi molteplici impieghi che ci ha lasciato S. Bernardo .
Forse Harman sapeva, che in assenza di acqua, tra i primi a temprare le braccia con strumenti atti alla monotona funzione della molitura è da ricordare il giudice Sansone a favore dei Filistei suoi padroni, ma è facile che ignorasse che, molto più tardi, la stessa sorte sia toccata anche a qualche uomo libero come il giovane e indigente Plauto.
Ci resta difficile credere che il mugnaio di Leida avesse letto Svetonio e sapesse che Caligola affamò Roma semplicemente requisendo i cavalli che venivano impiegati per far girare la macine.
Non crediamo, inoltre, che Harman si sia mai potuto immaginare che, in tempi in cui l’approvvigionamento di manodopera servile, era soggetto a notevoli restrizioni, un illuminato del calibro di Costantino avesse pensato di sostituire i condannati agli schiavi, introducendo i lavori forzati nei pubblici mulini.
Harman Gerrits, non era però uno sprovveduto e nel suo disegno di piccolo borghese, riformato e laborioso, l’acquisto di metà mulino dal patrigno in coincidenza del matrimonio, nel 1589, con Neeltje Willemsdochter Van Zuytbroek, figlia di fornaio, c’era almeno il tentativo d’approccio al concetto di sinergia. In alcune monografie dedicate a Rembrandt si sostiene che il mulino del padre fosse adibito alla molitura del malto per la produzione di birra. Nella realtà tutti gli opifici atti alla molitura erano e sono predisposti per la triturazione di qualsiasi tipo di cereale basta intervenire per regolare e o variare alcuni meccanismi. Neeltje non era bella e la labioschisi induriva ulteriormente dei lineamenti non proprio femminei, ma era una donna robusta e di sani principi. Non esistono, al momento, prove documentali circa l’identità della modella che presenta i tratti somatici di quella che comunemente viene definita: “la madre di Rembrandt” ma, già nell’inventario dei beni del mercante di stampe Clement De Jonghe, redatto nel 1679, l’incisione che il Bartsch classifica al n°354, compare con questo titolo (qui sotto).

Il De Jonghe arrivò ad Amsterdam intorno al 1656 ed era illustratore e coloritore di mappe. In seguito divenne un celebre mercante di stampe. Nel 1679, dopo la sua morte, venne redatto un inventario dei suoi beni, tra cui erano ben settantaquattro lastre in rame di Rembrandt e grazie a quella lista abbiamo, oggi, conoscenza dei titoli con i quali le incisioni erano conosciute.
La letteratura non fornisce neanche riscontri circa l’aspetto fisico della madre di Rembrandt e crediamo di aver individuato per primi il sussistere di una labioschisi al labbro superiore destro (i ritratti incisi vengono ribaltati dalla successiva operazione di stampa) in corrispondenza del canino (cfr. le numerose foto di particolari dei vari ritratti della madre eseguiti dal maestro presenti in questo lavoro).
Harmen, conscio delle difficoltà connesse all’allevamento dell’uomo, uno tra i più delicati, e quindi alla produzione di braccia per la sua impresa, deve aver pensato che quella era la donna giusta per partorirgli figli.
Le biografie di Rembrandt non concordano sul numero della prole da attribuire alla coppia; si comincia con un minimo di sei e si finisce con un massimo di dieci. Simon Schama nel suo “Gli occhi di Rembrandt”, sostiene che il nostro fosse l’ottavo di nove figli, di cui due morti bambini durante l’epidemia del 1604.
Quello del numero è un dettaglio, tutto sommato, irrilevante; certamente il devoto Harmen non disperdeva il suo seme e l’altrettanto devota Neeltje evitava con cura qualsiasi piacere in nome del dovere.
Crediamo però che una sera d’ottobre del 1605 anche lei si sia lasciata andare, forse permise che il mugnaio le sfilasse completamente la veste,

“Dans ses deux mains
sous ma jupe relevée
j’étais nue comme jamais
tout mon jeune corps
était en fête
des cheveux de ma tête
aux ongles de mes pieds
J’étais une source qui guidait
La baguette du sourcier
Nous faisions le mal
Et le mal était bienfait.”
Jacques Prévert: “Fatras”

Le sfacesse la crocchia

“…e si vuol dar marito a chi non lo voleva,
si batte la campagna, si fruga la via…
Popolo senza moglie, uomini d’ogni leva,
del corpo d’una vergine si fa lotteria,
del corpo d’una vergine si fa lotteria.
Sciogli i capelli e guarda, già vengono!
Guardala, guardala scioglie i capelli,
sono più lunghi dei nostri mantelli,
guarda la pelle tenera, lieve,
risplende al sole come la neve.
Guarda le mani, guardale il viso,
sembra venuta dal Paradiso,
guarda le forme la proporzione,
sembra venuta per tentazione.
Guardala guardala, scioglie i capelli,
sono più lunghi dei nostri mantelli,
guarda le mani guardale il viso,
sembra venuta dal Paradiso.
Guardale gli occhi, guarda i capelli,
guarda le mani guardale il collo
guarda la carne guarda il suo viso
guarda i capelli del Paradiso…..”
Fabrizio de Andrè, “La buona novella”

“Sembra che i capelli debbano resuscitare molto meno delle altre parti del corpo” ,Tommaso D’Aquino: “Dell’integrità dei corpi resuscitati”

“La trascinarono fino all’abbeveratoio della stalla la lavarono a secchiate, la spogliarono e strattonandola le misero il camicione degli eretici…una monaca le tagliò i capelli all’altezza della nuca con quattro colpi di un paio di cesoie per potare e li gettò sul fuoco che ardeva nel cortile…la monaca terminò di raderle il resto, come lo portavano le clarisse sotto il velo, e lo gettò nel fuoco mano a mano che tagliava. Sierva Maria udì il creptio della legna vergine e odorò il lezzo acre di corno bruciato senza che le si muovesse un solo muscolo sul viso impietrito.”
Gabriel Garcia Marquez: “Del amor y otros demonios”

Il tutto per far si che il destino si impadronisse di lei per farle concepire il signore assoluto della luce e del buio: Rembrandt Harmenzoon (figlio di Harmen) van Rijn (che sta, più o meno, per: concepito in prossimità del Reno.
Da quell’attimo d’abbandono l’austera Neeltje si riprese immediatamente….,ma quel figlioletto sognante proprio non se la sentiva di avviarlo al mestiere del padre o del nonno e…non si sa come, ma Rembrandt, dopo sette anni di gioco, fu iscritto alla scuola latina di Leida (inutile dire che nessuno potrà mai convincerci che Harmen e Neeltje potessero aver letto Erasmo da Rotterdam secondo cui la formazione ideale di un giovane maschio si articolava in: sette anni di gioco, sette anni di scuola latina e sette anni di università.)
Alla scuola latina il giovane Rembrandt (qui sotto)

imparò presto tutto quello che il padre e la madre ignoravano ed anche qualche cosa che i suoi genitori avrebbero preferito che non apprendesse.
Il motto della scuola latina di Leida (ancora visibile sopra l’ingresso dell’edificio) era: “Timor di Dio – Lingue – Arti Liberali”. Al tempo di Rembrandt era rettore della scuola Theodorus Schrevelius grande collezionista d’arte e amico personale del celebre pittore e incisore Hendrick Goltzius (lo Schama op. cit. sostiene che la scuola fosse retta da certo Jacobus Lettingius – dottore in legge – che è ricordato per essersi, nel 1625, impadronito indebitamente dei fondi dell’Istituto).
Ad ogni buon conto, furono sicuramente sette anni di verga, di punizioni trascorse in ginocchio, di Bibbia e vite di Santi condite con Omero, Virgilio, Orazio, Plutarco, Tacito, Ovidio e…tanti altri!
Rembrandt ricevette quindi l’educazione raffinata che il miglior corso di studi della più colta città d’Olanda poteva offrirgli.
Il padre e la madre sognavano il pubblico funzionario quando, al compimento del quattordicesimo anno, lo iscrissero all’Università (studente di letteratura). L’Erasmo che i suoi vecchi non conoscevano, probabilmente faceva, invece, già parte delle sue letture e, a più di cent’anni dalla prima edizione, ci piace credere che a Rembrandt sia capitata per le mani l’edizione dell'”Elogio della follia” con le incisioni di Hans Holbein. L’elogio della follia sorretto dal “De libero arbitrio” devono aver spinto la mente del giovane a voli pindarici troppo arditi per i suoi vecchi. Forse aveva già visitato “Utopia” (erano passati quasi cent’anni da quando, in un mattino di luce (6 luglio 1535), la testa decapitata di Tommaso Moro aveva fatto bella mostra di se sul ponte di Londra) e conosciuto i bianchi incantati delle saline e dei mulini di “Motia” (chi scrive sa perfettamente che, caso più unico che raro, Rembrandt sembra non aver mai lasciato la nativa Olanda (cinque delle sue stampe, ad onor del vero, attesterebbero una sua presenza a Venezia tra il 1635 e il 1636); chi legge dovrebbe poter immaginare che, a volte, la luce rapisce e fa percorrere degli strani viaggi – uno dei primi committenti ed estimatori del Nostro fu il nobile e ricchissimo siciliano Antonio Ruffo ed ora era già in procinto di affrontare i neri delle più profonde perversioni dell’anima.
“…perché io ho veduto diverse sue opere in stampa in queste nostre parti, le quali sono riuscite molto belle, intagliate di buon gusto e fatte di buona maniera…et io ingenuamente lo stimo per un gran virtuoso”. Lettera del 1660 di Giovanni Francesco Barbieri detto il “Guercino” a Don Antonio Ruffo aristocratico siciliano nella cui collezione d’arte erano già presenti opere di Rembrandt
Neeltje, non riusciva proprio a capire….quel figlio (di un momento d’abbandono) “venuto male” eppure qualche cosa sulla predestinazione avrebbe dovuto essergli familiare (era calvinista e avrà pure orecchiato prediche e sermoni nei giorni comandati!)
Suo marito e i suoi figli Gerrit ed Adrien si spaccano la schiena (e anche qualche cosa d’altro visto che Harmen e Gerrit si invalideranno a causa di infortuni sul lavoro) al mulino e Rembrandt (la speranza di famiglia) lascia gli studi per andare a bottega dal pittore Jacob Isaacz von Swanenburg (certe figure, quando si parla dei sommi, non andrebbero ricordate e comprendiamo lo stato d’animo della madre che inizia a puntare il suo indice inquisitore – a volte, da certe biografie, sembra che i grandi possano aver appreso qualche cosa da personaggi del tutto insignificanti, ma sono per lo più solo bestemmie di critica storica!-).
Un’altra cosa che i genitori di Rembrandt, probabilmente non sapevano, quando si accinsero ad avviare la loro impresa, era che venticinque anni prima Pieter Brueghel il Vecchio aveva posto un mulino a vento in cima alla rupe dell’andata al Calvario.

ma forse è un caso che un mulino sia nel punto ove il cielo è più chiaro….lo stesso luogo deputato alla celebrazione della nefandezza più grande!
Nel 1630 muore, anche di fatica, il padre ed il figlio ne esegue due ritratti superbi: uno frontale (tecnica mista di matita, sanguigna e acquerello); l’altro (un’acquaforte – tecniche miste di incisione -) ritratto di profilo volto a destra di cui si conoscono tre stati .

Nello stesso anno di Rembrandt annotiamo: autoritratto con bocca aperta, autoritratto con espressione accigliata, autoritratto con espressione ridente, autoritratto con berretto ed occhi sgranati (molti altri in tempi vicinissimi).

e la vecchia madre, che continua a non capire, non si esime certo dal continuare a puntare l’indice su quel figlio che scopre anche narciso.
Di Rembrandt contiamo circa quaranta autoritratti ad olio e numerosissimi autoritratti incisi con varie tecniche, ma il narcisismo dell’artista lo spinge, ad esempio, fino a raffigurarsi, assieme alla moglie Saskia, nei panni di Assuero (Serse I) e Ester che da un balcone della reggia assistono al “trionfo di Mardocheo.


Gli affari del giovane vanno piuttosto bene, ma tutte quelle stampe che acquista con tutte quelle fornicazioni di divinità pagane e simili provenienti addirittura dall’Italia. Quelle immagini ( la celeberrima serie delle posizioni “i modi” realizzata da Marcantonio Raimondi… qui, nella foto, la posizione n°2 )

che il Papa ha messo al bando e che invece continuano a circolare in forma di xilografie corredate dai sonetti osceni di tale Pietro Aretino.
Tutti quegli oggetti d’arte (cianfrusaglie perfettamente inutili con cui suo figlio suole agghindarsi…preludio al piacere sottile del ritrarsi)…perché sperperare il denaro frutto del suo talento? L’indice continua ad essere puntato!
” Visitava spesso i luoghi de’ pubblici incanti: e quivi faceva procaccio di abiti di usanze vecchie e dimesse, purché gli fossero paruti bizzarri e pittoreschi: e quegli poi, tuttoché talvolta fossero stati pieni di immondezza, appiccava alle mura nel suo studio, fra le belle galanterie, che pure si dilettava di possedere: come sarebbe a dire, ogni sorta di armi antiche e moderne, come frecce, alabarde, daghe, sciable, coltelli e simili: quantità innumerabile di squisiti disegni, di stampe e medaglie, ed ogni altra cosa, ch’e’ credeva poter giammai bisognare ad un pittore.” Filippo Baldinucci: ” Notizie de’ professori del disegno da Cimabue in qua”.
Diana al bagno? La stessa modella seduta nuda su un rialzo del terreno?

Il terreno? Il vecchio in piedi con il membro in mano che non si vergogna di orinare pubblicamente? La donna china con i seni scoperti, le vesti alzate che orina e defeca ….

Il primo esempio di pittura oscena della storia dell’arte? No! I Greci ci hanno abituato a ben altro e poi Piero della Francesca, non ha forse mostrato i testicoli dell’ebreo che porta la croce negli affreschi di S. Francesco ad Arezzo?
Continuiamo a sostenere che la povera Neeltje, tutto questo non poteva saperlo…mentre restava il fatto che lei nuda forse non si era mostrata mai neppure al povero Harmen e l’indice non poteva che continuare ad essere puntato.
Rembrandt si sposa?
Saskia è bella ha la pelle liscia non ha difetti alla bocca e tiene i capelli sciolti…sembra la Maddalena! Sembra una puttana!
Rembrandt?
Rembrandt pensa solo al piacere!
Non si vergogna quel figlio di mostrarsi al mondo, con la “sua puttana” in grembo, nelle vesti del figliol prodigo nella taverna, che dilapida il patrimonio con donne di malaffare?

Nel corso di questo studio ci è capitata sottomano la radiografia del dipinto. Una figura muliebre (la madre?) è certamente dipinta in una prima versione e poi eliminata nella definitiva (sotto, a sinistra).

Eliminata? Forse non proprio se è vero che tra l’alcool nel bicchiere di Rembrandt fortemente ingrandito, la vecchia madre, se non abbiamo traveggole continua ad essere evocata dall’inconscio o dal raziocinio del figlio (sotto, immagine a destra)

nel 1638 Rembrandt verrà realmente accusato, dai familiari della moglie Saskia, di sperperare il patrimonio di famiglia.
Cosa sono per Neeltje quelle piccole anime che fanno appena a tempo a vedere la luce del primo mattino…una maledizione o il segno del castigo divino?
Nel 1635 a Rembrandt muore il primo figlio Rombertus di appena due mesi; nel 1638 muore la seconda figlia Cornelia di appena un mese e nel 1640 la terza figlia, di nuovo chiamata Cornelia, sopravvive solo qualche settimana. Questi eventi luttuosi, associati al modo di vivere del figlio, non possono non aver devastato l’immaginario della vecchia Neeltje, inciso profondamente nei rapporti tra i due e lasciato segni indelebili nell’anima del Nostro. Nell’anno 1640, probabilmente, muore anche la madre di Rembrandt che, forse, non regge proprio all’ultima disgrazia capitata in famiglia.
Muore la vecchia madre, forse ha perdonato al figlio che non ha mai capito, ma per lui quel dito puntato sulle sue miserie e quello sguardo diritto negli occhi… quello sguardo che a volte non riesce a sostenere saranno, per tutta la vita, come una sorta di particolarissimo viatico.

Continuerà per anni a lavorare a quegli occhi, cercando la luce e continuando ad annerire quel viso con migliaia di segni tutti uguali e allo stesso tempo diversi, ma soprattutto tutti assolutamente necessari.

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