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“Tu non hai sale in zucca!” Perchè si dice? Da cosa deriva? Le immagini, la pittura, la storia

l’Arithmetica, raffigurata in aspetto muliebre da Maarten de Vos e incisa da Giovanni I Sadeler nella seconda metà del ‘500,  "Tradit Arithmetiche numeros sparsimque vagantes colligit et certa in summas ratione coercet." (L’Aritmetica insegna i numeri e quelli qua e là vaganti con calcolo esatto assomma).

Allegoria dell’’Arithmetica, disegno di Maarten de Vos, incisione di Giovanni Sadeler, Seconda metà nella seconda metà del ‘500. L’aritmetica è qui intesa come addizione e pertanto in un connotato di accumulo, positivo. La lettura della didascalia in latino e la presenza dei frutti da noi esaminati, consentono di ribadire che la zucca è legata al concetto di prosperità. “Tradit Arithmetiche numeros sparsimque vagantes colligit et certa in summas ratione coercet.” (L’Aritmetica insegna i numeri e quelli qua e là vaganti con calcolo esatto assomma).




Il sale, ai tempi di Roma antica, equivaleva al denaro corrente, tanto che il nome salario deriva, come ben sappiamo, dal pagamento dei prestatori d’opera attraverso dosi di sale, elemento preziosissimo non solo per equilibrare la dieta o aumentare il sapore ai cibi, ma per la conservazione degli alimenti.

Il sale fece sorgere la città più importante del mondo antico, Roma, posta al punto di intersezione tra la via salaria, che dal mare portava all’interno – sulla quale viaggiavano salmerie cariche del prodotto marino – e le strade degli allevatori che portavano il bestiame a valle per poterlo vendere o barattare, acquisendo le scorte saline necessarie al consumo domestico e alla preparazione di salumi. L’integrazione di queste due economie fu alla base remota della fortune della città eterna.


Nelle abitazioni, quindi, la zucca antica si rivelava un ottimo scrigno per contenere i cristalli di sale, considerati così preziosi che rovesciarli inavvertitamente a terra era – ed è – considerato segno di sfortuna. L’essiccazione della buccia, che diveniva sempre più coriacea e la perdita di umidità dell’interno, garantivano un accurata conservazione del prodotto in quello che era divenuto uno scrigno domestico, appeso a un chiodo.
Bisogna, a questo punto, aprire una breve parentesi botanica. La scoperta dell’America portò nel vecchio continente l’antenata della zucca di Halloween e numerose altre varietà; ma Europa e Asia conoscevano già, da tempi antichissimi, la Lagenaria, una zucca di piccole dimensioni, somigliante a una fiaschetta ( o forse dovremmo dire che per la forma della fiaschetta di vetro ci si ispirò alla lagenaria?) . Almeno dai tempi dei Romani, questo frutto asiatico ed europeo veniva consumato dal popolo che lo svuotava della polpa – poi lessata o cotta nel forno, accanto al pane- e ne trasformava la scorza in contenitori leggeri e impermeabili, perfetti soprattutto per contenere l’acqua o, poichè risultavano pressoché impermeabili, per conservare il sale.




Non v’era bastone o cinta di un camminatore che non avesse appesa – come appare in diversi casi nell’iconografia pittorica di san Rocco o di San Giacomo – la bella bottiglia vegetale. La presenza della zucca arcaica nei dipinti o nelle statue è particolarmente legata alla dimensione del viaggio e appare pertanto collegata ai pellegrini , ai vagabondi o santi in cammino. La locuzione “Non hai sale in zucca” combina il concetto di povertà economica con quello di povertà intellettuale. L’aggettivo salace – che vuol dire arguto e piccante e deriva dal latino con la connotazione di “saltare addosso per libidine” – a volte viene ritenuto sinonimo di acutezza, mentre popolarmente “zucca” significa grossa testa per lo più priva di contenuto. Probabilmente il detto nasce dalla fusione di entrambi i modi di dire. Del resto con l’aggettivo “insipida” si definisce una persona che non sa di nulla. Mentre sapido – dal latino tardo sapĭdus, derivato di sapĕre ‘aver sapore; essere saggio’, sec. XIV – significa arguto, dotato di arguzia.

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