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Uno sguardo sull’Afghanistan attraverso le opere di Francis Alÿs

Francis Alÿs, Reel-Unreel, 2011, Kabul, Afghanistan, con Julien Devaux, Ajmal Maiwandi. Fotogramma (video-documentazione di un’azione). Courtesy l’artista; David Zwirner, New York-London.

Francis Alÿs, Reel-Unreel, 2011, Kabul, Afghanistan, con Julien Devaux, Ajmal Maiwandi. Fotogramma (video-documentazione di un’azione). Courtesy l’artista; David Zwirner, New York-London.

REEL-UNREEL (AFGHAN PROJECTS, 2010-14)
a cura di Andrea Viliani, Eugenio Viola
Museo Madre – Napoli
DAL 14.06 AL 22.09.2014

ORARI
Lunedì / Sabato
10.00 – 19.30
Domenica
10.00 – 20.00
Martedì chiuso

Info:
+39.081.193.13.016
info@madrenapoli.it

La mostra personale di Francis Alÿs (1959, Anversa, Belgio), presenta in anteprima internazionale l’insieme dei lavori prodotti da Alÿs in vari luoghi dell’Afghanistan, dal 2010 al 2014, posti in relazione ad alcune delle più celebri opere dell’artista. La mostra è suddivisa in due parti, la prima al piano terra del museo, nella sala Re_PUBBLICA MADRE, dove è esposto il video REEL-UNREEL (ARROTOLARE- SROTOLARE), la seconda al secondo piano, dove sono esposti gli altri “Progetti afghani”.


Alÿs è autore di opere che spaziano dal video all’installazione, dalla pittura al disegno, dall’animazione alla fotografia. Costantemente basate su una pulsione performativa, queste opere prendono spesso la forma di esplorazioni, di “passeggiate” in luoghi che divengono oggetto di un’articolata ricerca, matrice di un processo creativo aperto, al contempo narrativo e documentario. Sospesi tra reale e immaginario, gli attraversamenti di Alÿs da fisici diventano metaforici, tesi ad intercettare e reinventare, sul proprio cammino, i codici linguistici, socio-politici e culturali delle realtà con cui l’artista si è via via confrontato. Animate da una sensibilità al contempo politica e poetica, le opere dell’artista sono come i singoli, spesso minimi, episodi di un unico discorso in cui la realtà è messa in scacco, sovvertita e riscritta dalla surrealtà di gesti al limite dell’assurdo e del paradosso. Nella loro transitorietà, precarietà, incompletezza, queste opere sono allegorie, parabole, sul ruolo dell’arte quale catalizzatore di realtà alternative, mere possibilità, al contempo immaginarie e rivoluzionarie che scaturiscano dall’immaginazione e che riscattano e reincantano la realtà come la conosciamo.

REEL-UNREEL (ARROTOLARE-SROTOLARE)

 Prodotto nel 2011 in occasione di dOCUMENTA(13), REEL-UNREEL (presentato al Madre in anteprima nazionale), rappresenta il culmine emblematico della pratica artistica di Alÿs: sia per la sua radicale reinvenzione e riproposta del medium adottato, in questo caso il cinema, sia per la sua matrice performativa nonché per la sua unione fra impegno critico ed esperienza estetica. Il titolo fa riferimento all’azione presentata nel video (due ragazzi che “arrotolano e srotolano” per la strade dell’antica capitale dell’Afghanistan, Kabul, due bobine di pellicola cinematografica), così come alla pellicola stessa che “si svolge e riavvolge” nel proiettore cinematografico, anche se in italiano si perde l’assonanza fra i termini reel e real (“reale”) / unreel e unreal (“irreale”), adottata dall’artista per indicare le conoscenza parziale, o appunto irreale, da parte dell’Occidente della realtà culturale, politica e socioeconomica dell’Afghanistan contemporaneo.

Ispirato al classico gioco da strada del cerchio, o della ruota, un tempo diffuso anche in Europa e ancora comune tra i ragazzi in Afghanistan, il gesto di far rotolare un cerchio è un esercizio di destrezza, consistente nel farlo rotolare per il maggior tempo possibile, senza che cada, con l’aiuto di un pezzo di legno. Nella versione di Alÿs il cerchio è rimpiazzato da una bobina cinematografica: un gruppo di ragazzi segue incuriosito lo srotolamento della bobina lungo le strade di Kabul, attraverso il centro storico, l’area del bazar, le banchine lungo fiume, fino alle colline che guardano dall’alto la città. Il ragazzo che nel video srotola la pellicola traccia un percorso, immediatamente contraddetto da un suo coetaneo, che lo segue a distanza, intento a riavvolgere la pellicola a un’altra bobina, come avviene in un proiettore cinematografico. L’intera città di Kabul è in questo modo trasformata in un set cinematografico improvvisato, e il gesto stesso del giocare nella proiezione di un film tridimensionale che, coprendosi di polvere e detriti, reca con sé, nell’impressione materica della pellicola, la molteplice memoria di una comunità sospesa fra passato e futuro, memoria e oblio, disintegrazione e ricostruzione, dramma e gioco.

Analogamente ad altre opere dell’artista, REEL-UNREEL allude a una dicotomia, da una parte il gesto di srotolare e dall’altro quello di arrotolare, che corrisponde, nel gioioso sovvertimento di ogni regola urbana (check- point ignorati, regole di comportamento disattese), alla creazione di una narrazione alternativa della città di Kabul che fa saltare il contrasto fra l’immagine reale e quella irreale dell’Afghanistan contemporaneo, “arrotolato e srotolato” a uso e consumo dei media occidentali secondo agende giornalistiche, politiche e socio-economiche che dall’esterno hanno storicamente influenzato e continuano
a influenzare la nostra conoscenza di questo paese, mai veramente compreso dagli occidentali. Tutte le opere in questa mostra si trasformano in un caleidoscopio in cui convivono realtà della cronaca e reinvenzione immaginaria, tentativo e fallimento, politica e poesia. Acquista allora un senso la frase apparentemente surreale con cui si chiude REEL-UNREEL, dopo aver evocato la distruzione, perpetrata dai Talebani, di migliaia di bobine filmiche nel piazzale antistante agli archivi dell’Afghan Film: quando alla fine del video la pellicola arrotolata e srotolata dai ragazzi si spezza, sancendo la fine del loro gioco, compare infatti questa frase, compendio e testimonianza del ruolo civile ma al contempo ludico, identitario e insieme visionario, di quest’opera, come forse di ogni opera d’arte, in ogni tempo: Cinema: everything else is imaginary (“Cinema: tutto il resto è immaginario”).

BIOGRAFIA
Francis Alÿs è nato ad Anversa (Belgio) nel 1959. Dal 1986 vive e lavora a Città del Messico. Una mostra retrospettiva sul suo lavoro (Francis Alÿs: A Story of Deception) è stata organizzata nel 2010-2011 da Tate Modern, Londra; Wiels Centre d’Art Contemporain, Bruxelles; MoMA-Museum of Modern Art, New York e MoMA-PS1, Long Island City, New York. Mostre personali gli sono state dedicate da alcuni fra i più importanti musei del mondo, tra cui Irish Museum of Modern Art, Dublino (2010); The Renaissance Society at the University of Chicago (2008); Hammer Museum, Los Angeles (2007); Hirshhorn Museum-Sculpture Garden, Washington, D.C. (2006); Portikus, Francoforte (2006); MALBA, Buenos Aires (2006); Kunstmuseum, Wolfsburg; Musée d’Art Contemporain, Avignone (2004); Kunsthaus, Zurigo (2003); Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid (2003). Nel 2012, in occasione di dOCUMENTA (13), l’artista ha esposto a Kabul, tra le rovine del Cinema Behzad riaperto appositamente, il film REEL-UNREEL, fulcro della mostra al Madre. Alÿs ha inoltre partecipato a numerose biennali, fra cui la Biennale di San Paolo (2010, 2004 e 1998), la Biennale di Venezia (2007, 2001 e 1999), la Biennale di Shanghai (2002), la Biennale di Istanbul (2001 e 1999) e la Biennale dell’Avana (2000 e 1994).

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