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Van Gogh. Ma perchè doveva uccidersi? E chi coprì, quando fu interrogato?

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Vincent van Gogh, Campo di grano sotto un cielo tempestoso (Auvers-sur-Oise, luglio 1890); olio su tela, 50×100,5 cm, Van Gogh Museum, L’opera venne dipinta pochi giorni prima della morte del pittore Amsterdam

Nella prima puntata abbiamo fornito, relativamente alla morte del pittore, la fondamentale testimonianza della figlia dell’albergatore che, per circa due mesi, aveva ospitato Vincent Van Gogh in una stanza, ad Auvers-sur-Oise, paese nel quale il pittore morì. Ora analizziamo ciò che portò alla morte del pittore, avvenuta il 29 luglio 1890, a causa dell’emorragia provocata da un colpo di pistola al torace.

Seconda puntata

Erano giornate torride, quelle di fine luglio, nella campagna di Auvers, a 30 chilometri da Parigi. Van Gogh alloggiava in un albergo a conduzione familiare. Era arrivato lì, dopo le dimissioni dal manicomio di Saint Remy, perchè il fratello Theo aveva saputo che ad Auvers villeggiava il dottor Gachet, un medico che si diceva potesse disporre di cure risolutive nei confronti di disturbi psichiatrici.
Theo alimentava la speranza di un recupero di Vincent e sosteneva, nonostante un periodo economicamente difficile, le spese del fratello.
Vincent, con il denaro ricevuto da Theo, pagava regolarmente il conto dell’albergo ed era molto puntuale all’ora dei pasti. Il tempo lo trascorreva in campagna, indossando il cappellaccio – che lo rendeva simile a uno spaventapasseri – e trascinando la tela e i materiali per dipingere. Comunicava pochissimo, con tutti coloro che aveva intorno. Era cortese, ma silenziosissimo. “Non l’ho visto mai sorridere” disse anni dopo un pittore olandese che soggiornava nello stesso albergo. Vincent era goffo, nel portamento. Quando camminava teneva una spalla più alta dell’altra. Aveva 37 anni, ma ne dimostrava molti di più.
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A Auvers qualcuno ricordava che i bambini lo scimmiottavano, mentre lui si spostava da un punto all’altro del paese. Gli ultimi suoi giorni furono gironi di crescente disagio. Proviamo ora a sommare il caldo intenso di fine luglio, la solitudine, la mancanza di riconoscimenti e di affetto, la gelosia nei confronti del nipotino – figlio dell’amato fratello Theo – il mercato che per lui non si sbloccava, gli attacchi di panico dai quali – molto probabilmente – veniva colpito mentre era nei campi, sotto il sole, senza conforto. A questi elementi aggiungiamo l’incontro con due ragazzi, figli di un farmacista parigino, in vacanza nella zona, che forse si divertivano a farlo bere, per farlo parlare e per fargli dire spropositi, e che erano proprietari della piccola pistola dalla quale partì il colpo mortale.
Tutti ciò indusse in lui una forte depressione e ad accrebbe il desiderio di non esserci più. In ogni punto in cui egli guardasse sentiva ardere, del resto, la fiamma nera della morte, nascosta sotto la radiosità del cielo. La pittura non leniva il suo dolore. Anzi, lo accresceva. Lo portava ad entrare nell’oscillazione profonda di una materia ingannatrice. Questi sforzi immani non erano in alcun modo oggetto di un alcuna compensazione materiale o emotiva. “Bene, il mio lavoro sta mettendo a rischio la mia vita e la mia sanità mentale è per metà affondata. (…) Ma cosa vuoi? ” scriveva a Theo. Contestava al fratello un non efficace impegno nel collocare sul mercato qualche pezzo. E probabilmente temeva – come scrisse la figlia dell’albergatore di Auvers – che la nascita del nipotino, figlio di Theo, gli sottraesse irrimediabilmente affetto e sostegno economico.

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Nelle sue lettere, Vincent, parlava spesso di suicidio, forse configurandolo per richiamare su di sé l’attenzione del fratello.
“Se fossi senza la tua amicizia, sarei stato proiettato senza rimorso al suicidio e non importa quanto fossi codardo, alla fine sarei andato. ” aveva scritto a Théo, un anno prima, il 30 aprile 1889.
A volte menzionava occasionalmente pensieri suicidari, e non senza un tocco di umorismo: “Ogni giorno prendo il rimedio che l’incomparabile Dickens prescrive per il suicidio. Consiste in un bicchiere di vino, un pezzo di pane e formaggio e una pipa di tabacco ”, aveva scritto alla sorella Wil, in una lettera del 28 aprile-2 maggio 1889.

Il quadro dell’infanzia e della giovinezza offre l’immagine di un bambino – e, poi di un ragazzo – intelligente, dotato di notevoli capacità analitiche, di un’elevata capacità di astrazione, molto protetto, con gravi problemi di relazione che sfociavano in un assoluto isolamento. Accanto a questi comportamenti è ben rilevabile l’incapacità di esercitare qualsiasi furbizia, di aggirare – neppur temporaneamente – il ferreo codice morale, che sentiva potente, dentro di sé.
Non siamo psichiatri, ma seguendo il filo dell’esistenza di di Van Gogh notiamo che il quadro clinico del pittore potrebbe essere essere ricondotto in un ambito Asperger. La sindrome di Asperger è un disturbo pervasivo dello sviluppo, annoverato fra i disturbi dello spettro autistico. Non comporta ritardi nell’acquisizione delle capacità linguistiche né disabilità intellettive, ma difficoltà relazionali. Alcuni sintomi di questa sindrome sono correlati ad altri disturbi, come la fobia sociale e il disturbo schizoide di personalità. La sindrome di Asperger non è diagnosticata solo per le caratteristiche proprie, ma anche per una vasta gamma di condizioni di comorbilità (disturbi non dovuti alla sindrome in sé), come depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo.
Il quadro della personalità psicologica di Van Gogh, ai tempi in cui era ragazzo, è perfettamente delineato dalla sorella Elisabeth nel libro “Vincent, mio fratello”. “Nel voltarsi, uno di loro vide avvicinarsi il fratello maggiore – un ragazzo di diciassette anni, allampanato, le spalle larghe, la schiena leggermente ricurva, con la brutta abitudine di lasciare ciondolare la testa. Un cappello di paglia nascondeva i corti capelli rossicci. Aveva una faccia strana, non giovane, l’ampia fronte già solcata di rughe, le sopracciglia corrugate dai pensieri. Gli occhi, piccoli e infossati, passavano dall’azzurro al verde, a seconda del momento. Ma nonostante l’aspetto sgraziato, si intuiva in lui una grandezza, si percepivano i segni inconfondibili di una profonda vita interiore. Fratello e sorelle gli erano estranei, come gli era estranea la sua stessa giovinezza. Il suo genio, non ancora sbocciato, si faceva già sentire a sua insaputa; come un infante che non capisce chi sia sua madre eppure risponde al suo richiamo”.
Un’estraneità al “mondo degli altri” che fu parzialmente superata attraverso l’amicizia profonda con il fratello Theo, più piccolo di lui. Theo fu l’affettuosa interfaccia con la realtà, l’affettuoso protettore. Una sorta di gemello che aveva capito le potenzialità inespresse di Vincent e il suo dolore e che svolgeva un’azione maieutica. Si sostituiva a lui, nell’interrelazione con il mondo.
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Rifiutato e deriso da compagni di scuola ed insegnanti, messo in difficoltà dai superiori quando cercò di diventare pastore protestante, rifiutato dalle ragazze delle quali si innamorava perdutamente senza esserne corrisposto, timido, goffo ed insicuro, Vincent Van Gogh aveva subito il primo tracollo ad Arles, dove aveva cercato di fondare una comunità di pittori, coinvolgendo, tra i primi, Gauguin e Bernard. Van Gogh probabilmente tendeva a ricreare l’ambiente di fratellanza infantile, con protezioni reciproche, nel quale aveva vissuto durante l’infanzia. Gauguin si era sfilato rapidamente da quel progetto. Non gli piacevano i collettivi. Era un individualista, un edonista. Un genio rapinoso, anche con le donne. E voleva andarsene ai tropici per vivere in quelli che lui riteneva fossero i fondamenti edenici del mondo, conculcati dalla società borghese. Gauguin si sentì, così, soffocare, accanto all’amico e collega Van Gogh.
Per Van Gogh, invece, la comunità artistica era tutto ciò che stava costruendo. Era più importante della sua stessa pittura perchè era, in prima battuta, il prerequisito per dipingere e vivere. Così, come ben sappiamo, Vincent, deluso dalla partenza di Gauguin che distruggeva un sogno di pittura condivisa, giunse, evidentemente in un climax drammatico, all’atto autolesionistico del taglio dell’orecchio, al quale concorsero più di un fattore. L’automutilazione avvenne in un periodo particolare dell’anno, il giorno della vigilia di Natale, il 24 dicembre 1888. L’orecchio fu poi donato a una cameriera che lavorava in un bordello, una giovane donna che aveva una terribile cicatrice sul braccio a causa di un morso di cane. Van Gogh, osservando quella cicatrice, avvertì la specularità del dolore. Van Gogh, alla Vigilia, era terribilmente solo ed innamorato, abbandonato dal collega che, forse, aveva insidiato la cameriera stessa.
. La mutilazione, oltre ad essere punizione di sé e un dono alla giovane donna, risulta certamente utile a Van Gogh nel tentativo di indurre un senso di colpa in Gauguin e accrescere l’affettuosa protezione dal fratello Theo. Gli atti di autolesionismo puniscono le presunte incapacità di chi li compie e, al tempo stesso, tendono a recuperare le dinamiche infantili della compensazione affettiva, in base alle quali ogni ferita sollecita l’intervento di amorevole soccorso da parte dei genitori. Chi non sa chiedere affetto cerca di ottenerlo attraverso un sistema complesso di drammatizzazione, instaurando -attraverso il ferimento di sè – un rapporto stretto tra il sangue e il desiderio di essere curato.
Il truculento episodio della mutilazione dell’orecchio e altre stranezze di Van Gogh, che spesso andava in escandescenza, avevano messo in agitazione la popolazione di Arles, che aveva promosso una petizione popolare da presentare in Comune affinché fossero presi provvedimenti nei confronti di quell’ospite considerato pericoloso.
Van Gogh fu così ricoverato, nell’ospedale della cittadina. Verso la fine della degenza, temendo di diventare pazzo e avvertendo la necessita di essere tenuto sotto controllo e di avere – comunque – una mediazione con il mondo insistette per essere trasferito dall’ospedale di Arles al manicomio di Saint Remy. Ottenne diverse resistenze. Gli psichiatri dovettero rendersi conto che in van Gogh esistevano disturbi seri che non appartenevano, però, alle malattie gravi che venivano seguite in manicomio.
Probabilmente, finita la fase acuta della crisi, il percorso migliore sarebbe stato un inserimento in famiglia. Il manicomio fu devastazione. Van Gogh si trovò, di fatto, tra gli irrecuperabili, in un girone dantesco in cui, giorno dopo giorno, osservando i compagni di degenza, si sentiva peggio. In ospedale, Vincent, dovette assistere a scene abominevoli. Violenza e sessualità. Scrisse al fratello di sentirsi ogni giorno peggio, tra quella gente corrotta.

Van Gogh cercò di avvelenarsi
ingoiando i colori
e bevendo essenza di trementina

Che l’autolesionismo di Van Gogh, fosse un’azione con forti valenze simboliche, destinata a creare i presupposti per sollecitare un’intensa attenzione affettuosa è dimostrato anche da quello che apparirebbe un precedente tentativo maldestro di suicidio ma che, in realtà, sembra rientrare in quelle azioni dimostrative che non hanno il fine di portare se stessi nella dimensione della morte, ma di simularne il percorso per essere fermati prima che l’irreparabile possa accadere. Van Gogh non cerca la morte. Descrive se stesso, – sotto questo profilo – come un codardo. Il pittore spremette i propri colori, li ingoiò, con essenza di trementina.
Pochi giorni dopo la guarigione di Vincent, il dott. Théophile Peyron scrisse a Theo Van Gogh che le “idee suicide di Vincent sono scomparse”. Lo stesso Vincent assicurò che stava “cercando di migliorare ora come qualcuno che, dopo aver voluto suicidarsi, trovando l’acqua troppo fredda, cerca di afferrare di nuovo la barca”.
Se fosse vero – come la maggior parte degli storici concordano – che il colpo di pistola ad Auvers fu esploso dallo stesso Van Gogh possiamo pensare che egli non volesse togliersi la vita, ma portare a un punto avanzato la propria richiesta di soccorso arrivando a un punto vicinissimo alla morte, senza morire, non solo mettendo alla prova il fratello Theo, ma pensando di ottenere il massimo affetto da tutti coloro che aveva attorno a sé. Ma cosa accadde, precisamente, nella campagna dietro il castello di Auvers? Van Gogh cercò di sfilare la pistola dalle mani di uno dei due ragazzi e, accidentalmente, causò l’esplosione di un colpo? Giocò, forse dopo l’ingestione di alcolici, alla roulette russa, dirigendo contro di sé, in un atto di coraggio, una pistola che si inceppava frequentemente?. E’ assodato che il ruolo che svolsero i due fratelli francesi in questa drammatica vicenda fu fondamentale. Van Gogh cercò di coprirli, dicendo – come risposta non richiesta – che nessun altro c’entrava nel suo ferimento. Nella prossima puntata ricostruiremo l’identità dei due figli del farmacista e cercheremo di capire cosa accadde nelle prime ore pomeridiane del 29 luglio 1890.

CHI VOLESSE LEGGERE LA PRIMA PUNTATA – CONTENENTE LA TESTIMONIANZA DELLA FIGLIA DELL’ALBERGATORE DI VAN GOGH – PUO’ ACCEDERE AL NOSTRO ARTICOLO, CLICCANDO QUI SOTTO

Adeline, la figlia degli albergatori di Van Gogh: “Troppe fantasie sulla morte del pittore. Io ho visto e ora vi racconto”

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