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Vergine delle rocce: dal numero magico ai misteri del quadro-enigma di Leonardo

LA PIU’ENIGMATICA: LA VERGINE DELLE ROCCE

di Roberto Manescalchi

Negli archivi di Stile Arte è una sorta di enciclopedia leonardiana. Trattando della Vergine delle Rocce di Leonardo ometto volutamente di trattare dei significati connessi alla rappresentazione e del linguaggio dei gesti dei personaggi raffigurati rimandando ai due preziosi saggi di Claudio A. Barzaghi di cui, a fine pagine, vi allego i link. Della Vergine delle rocce esistono due versioni attribuite a Leonardo. Una si trova al Louvre e l’altra alla National Gallery.

Normalmente siamo abituati a vederle affiancate in questo modo (Fot.1).

Oggi cominciamo con il riproporle rispettando le proporzioni che intercorrono tra le due versioni (Fot. 2). La qual cosa ci permette di rilevare che il rapporto altezza – larghezza della tavola del Louvre a sx è 199/122 che da esattamente 1,63. Circa 4 centesimi in più del valore esatto di PHI che è 1,61. Lo stesso rapporto nella tavola londinese vale 189,5/120 ovvero 1,57. Circa 4 centesimi in meno di PHI (rapporto aureo e o divina proporzione).

Fot.2

Ha assoluta evidenza, quindi, che in entrambi i casi la costruzione del quadro e di tutti i rapporti ad esso interni sia basata sulla sezione aurea. Il numero che definisce questo rapporto, ancor oggi pieno di mistero e sempre affascinante, rappresenta un interessante amalgama di quantità ed estetica. Se applicato al disegno, nella fattispecie dell’opera in questione (entrambe), ha il miracoloso potere di rendere l’immagine piacevolmente armoniosa. Questo, stante che conosciamo il contratto di allocazione del dipinto che risale a 1483 (un po’ prima che Pacioli arrivasse con il suo libro – per altro illustrato da Leonardo – in dono a Ludovico il Moro (Fot. 3) 

Fot.3

 ci consente di rilevare che nell’ambito della bottega del Vinci la lezione della classicità greca era già ben appresa e ci consente anche di comprendere il perché la vergine delle rocce, in entrambe le versioni, si riconduce giustamente a Leonardo. Questo anche se quella londinese più che dipinta da Leonardo pare opera di Ambrogio De Predis. Rivista da Leonardo forse solo nella fase finale dello sfumo. Appare certamente più legnosa e meno morbida del consueto. Il dipinto impressionò e non poco l’ambiente culturale milanese. Sembra che la prima versione di Leonardo in qualche maniera sia stata sottratta ai confratelli dell’Immacolata Concezione (una confraternita laica maschile) e al loro altare della cappella della Confraternita nella milanese chiesa di San Francesco Grande (oggi distrutta). In una controversia tra committenti ed Ambrogio De Predis – Leonardo circa i pagamenti si registra la seguente supplica al Moro: “…lasano ali dicti exponenti dicta nostra dona fata a olio”… così fu!

La pala centrale del previsto polittico rimase a Leonardo. Per poco che Ludovico il Moro la fece presto sua e da lui assieme a tutto il resto o dall’imperatore Massimiliano d’Asburgo (cui l’avrebbe inviata in dono lo stesso Moro) è transitata direttamente in Francia o nelle mani dei francesi se più vi aggrada. Certo è che Cassiano del Pozzo, nel 1625, la vide a Fontainebleau nella galleria delle pitture. La versione londinese (De Predis) si trovava sicuramente, invece, a San Francesco poco prima che la chiesa venisse demolita nel 1576; trasportata nella sede della confraternita, vi rimase fino alla soppressione del 1785 e poi sarebbe stata venduta al pittore inglese Gavin Hamilton che la portò in Inghilterra.

Ma la storiella ci interessa poco. Quel che ci interessa e la ricostruzione del trittico/polittico che fu nella chiesa milanese secondo quanto pattuito nel contratto iniziale. I laterali previsti non furono mai realizzati in accompagnamento alla prima versione di Leonardo oggi al Louvre, ma il polittico che prevedeva a lato della pala centrale due angeli musicanti e due angeli cantori fu certamente posto in essere dal De Pedris nella sua replica per l’altare della confraternita. Oggi abbiamo del De Pedris soltanto gli angeli musicanti. Quantomeno due prototipi di angeli musicanti. Li abbiamo raddoppiati e riflessi per porli anche in luogo dei cantori mancanti e avere così almeno una vaga idea dell’opera complessiva (Fot. 4)

Fot. 4

pensata e commissionata a mo’ di polittico della metà del quattrocento. Comprendiamo così anche il perché dell’interesse di Leonardo, avanti almeno mezzo secolo, esclusivamente per la pala centrale. Ci sovvengono anche due angeli di Bernardino Luini uno con turibolo ed uno con incensiera provenienti da un successivo ciclo di affreschi nella Chiesa di S. Maria delle Vetere (oggi a Brera) che potrebbero essere stati ispirati dal precedente lavoro del De Predis e che, stante che sono praticamente in identica posizione, potrebbero rimandare ad almeno uno dei cantori (Fot. 5), ma sono, ovviamente, nostre esclusive suggestioni.

Fot.5

La Vergine delle Rocce fu oggetto di numerosissime repliche e copie.  Come per Gioconda iniziamo con un disegno che, in qualche modo ha fatto parlare di se (Fot. 6).

Fot.6

Già nella collezione milanese Albasini Scrosati non sappiamo bene di chi sia e dove sia ed io per voi non posso pronunciarmi stante che ho solamente la pessima foto dal ritaglio del Corriere della Sera del 25 marzo 1986 che vi ho appena mostrato. A metà degli anni ottanta il disegno fu oggetto  di una “curiosa storia”. Nel 1984 il disegno già notificato agli Arbasini da Ferdinanda Wittgens sulla base, forse, di un attribuzione di Carlo Amoretti fu venduto per trecento milioni di vecchie lire al commerciante olandese residente in svizzera Michel Van Lijn (operazione regolarmente notificata a Brera – il disegno era in deposito in una banca di Milano – con l’assicurazione che il disegno non sarebbe stato spostato). L’anno successivo il disegno sarebbe stato venduto dal Van Lijn alla signora Yoko Nakamura titolare della galleria giapponese Gekkoso di Tokio. Durante il passaggio la cifra era lievitata di settecento milioni considerando che pare sia stata venduta per 500.000 dollari che allora erano pari circa ad un miliardo di lire. Voi crederete certamente che il mercante d’arte olandese abbia fatto un ottimo affare.

Poco dopo l’opera, partita illegalmente da Milano, venne esposta con un qualche rilievo mediatico in una sala dedicata del museo Moa di Atami di proprietà della Chiesa Messianica Mondiale in Giappone potenza economico-politica di imponente rilievo che si dice l’avrebbe acquisita per la modica cifra di 18 miliardi di lire e allora ecco che l’affare, lievitato non poco, l’avrebbe fatto la galleria nipponica. Le ultime notizie che abbiamo del disegno da un articolo del Corriere della Sera di Marzio Torchio del 16 luglio 1986 sono:

1) tutti indagati
2) il disegno riportato in Italia a cura della galleria Gekko sarebbe in custodia a Brera
3) La Chiesa Messianica Mondiale avrebbe ricevuto dalla Gekko (lady Nakamura) opere di valore di pari importo in cambio della restituzione del disegno.
4) Lo stato che non esercitò il diritto di prelazione in occasione dei cambi di proprietà notificati potrebbe avere ora il disegno gratuitamente con sentenza di confisca (art. 49 delle disposizioni attuative del cod. penale).

Chi sarà rimasto con il cerino in mano? A meno che non ci sia sfuggito e potrebbe certamente essere… forse nell’anno di Leonardo ci sarà dato di sapere. A mero titolo di cronaca c’è da rilevare che secondo Pietro Marani il disegno potrebbe essere di Luini o del Giampietrino e così pare pensarla anche Rosalba Tardito. Noi, ripetiamo, non lo abbiamo visto, ma se Yoko Nakamura lo ha venduto per 18 miliardi e gli esperti della Chiesa Messianica Mondiale lo hanno acquistato… forse il disegno qualche numero e o attribuzione di rilievo, con tutto il rispetto per Marani e Tardito, potrebbe averli che un disegno di cerchia di Leonardo non costa quella cifra. Quien sabe?

Dal disegno Albasini Scrosati a quello, praticamente sconosciuto, del Louvre (Fot.7)
di Cesare Magni con cui chiudiamo la rassegna della grafica riferita al capolavoro vinciano. 

Fot.7

Passiamo quindi alle copie preziose, fedeli e o con varianti ed iniziamo tra tutte con quella di Marco Oggiono della Pinacoteca del Castello Sforzesco (Fot.8)

Fot.8

curiosa più che come copia per il retro dipinto a grottesca (Fot.9). Testimonianza precisa dell’arrivo in bottega, a Firenze, di Morto da Feltre e del nuovo genere pittorico che Morto alias Lorenzo e o Pietro Luzzo portava direttamente da Roma e dalla appena riscoperta Domus Aurea.

Fot.9

Serve, nell’anno di Leonardo a dare nuova luce ad un suo allievo di cui nessuno tiene conto, ma cui Vasari, domandiamoci perché, dedica addirittura una vita. Sarebbe servito (il dipinto di Marco Oggiono fronte e retro – suggerimento a Cristina Acidini curatrice della recentissima mostra “Leonardo da Vinci e Firenze…”-) per collegare Leonardo alla Santissima Annunziata e al suo secondo soggiorno fiorentino cosa che ci sembra non sia stata fatta (quantomeno non in modo adeguato) e pare occasione assolutamente persa. Ricordiamo che Leonardo fu all’Annunziata per l’Altare Maggiore, all’Annunziata i fiorentini fecero la fila per due giorni per vedere il cartone della Sant’Anna, all’Annunziata è legata indissolubilmente la Madonna dei Fusi (che sembra sia stata finalmente trovata e che sarà presto in mostra), all’Annunziata sono state rinvenute prove importantissime sullo studio del volo degli uccelli da parte del genio, all’Annunziata fu certamente l’incontro con Lisa del Giocondo (Gioconda) e scusate se è poco. Volendo potrei parlavi poi di villa Tovaglia, del progetto di deviazione del corso dell’Arno, delle fortificazioni di Piombino e di molte altre cose ancora.

Fot.10

Si è pensato, invece, di esporre nella mostra appena indicata l’insulso Salvator Mundi di Salai (Fot.10 – nell’articolo dedicato ci eravamo dimenticati di aggiungere che è il più brutto di tutti… lo facciamo ora e colmiamo la lacuna) che, forse, sarebbe stato meglio lasciare nei depositi di Brera. Ci dispiace molto che certamente l’Acidini ben conosce le grottesche di Marco Oggiono dietro la sua copia della Vergine delle Rocce. La stessa ha curato la voce riferita a questo genere pittorico per l’enciclopedia Einaudi di Storia dell’Arte e sempre lei, in veste di direttrice dell’ Opificio delle Pietre Dure, dispose, nel 2005, l’immediato restauro delle grottesche di Maestro Valerio, di vasariana memoria,  dipinte da Morto da Feltre, all’Annunziata nella cella dell’alto prelato. Grottesche da me (con Alessandro Del Meglio e Maria Carchio) allora appena scoperte in una soffitta dell’Istituto Geografico Militare (Già Santissima Annunziata). 

La notizia fece il giro del mondo e non si può ignorare che non si fa un buon servizio alla cultura, a Leonardo e neanche alla città di Firenze.  Eccovi un paio di pagine a caso…  quella del Daily Telegraph del 12,1,2005 (Fot.11) e quella del New York Time (edizione del weekend) del 15 gennaio (prima pagina dell’inserto cultura Fot.12) vi ometto, per carità cristiana, quelle del corriere delle Alpi e o delle Ande che pure ci sono.

Fot.11

Tra l’altro il restauro delle grottesche appena scoperte fu ben documentato, nel bollettino O.P.D. n°18 del 2006 (Acidini era nel comitato di redazione del Bollettino). In questo fiorir di mostre e iniziative qualche puntualizzazione ci pare più che necessaria altrimenti restano le foto di rito che, secondo noi, servono veramente a poco. Vero che sembra piacere a molti l’asserto che recita che la storia la scrivono i vincitori, ma si rassegnino che la storia non la scrivono i vincitori né i loro lacchè… la storia la scrivono gli storici che hanno valori etici e morali cui ottemperare ben diversi dal mero servire. 

Di Marco Oggiono con il concorso di altre mani (in alcune parti rovinata da inopportuni restauri) sembra essere pure la copia della chiesa milanese di Santa Giustina nel quartiere di Affori (Fot.13). La tavola venne donata alla parrocchia di Affori dal cavaliere Luigi Taccioli, proprietario di Villa Litta, con suo testamento del 10 settembre 1844, consegnata dagli eredi Erico e Gaetano Taccioli nel 1861. Andate a vederla che, nell’anno di Leonardo, costa meno che andare alla National Gallery a vedere il De Predis e qui il volto di Maria e dell’Angelo evocano Leonardo in modo impressionante.

Fot.13

Certamente di Francesco Melzi è, invece, la copia di enorme qualità (Fot.14) – tra l’altro visibile dal 30 gennaio al 31 dicembre 2019 -, nella Chiesa di San Michele del Dosso, dove è attualmente custodita, all’interno del convento della Congregazione Orsoline di San Carlo a Milano (di fronte alla basilica di Sant’Ambrogio), la Vergine delle Rocce detta “del Borghetto”. Ed ecco che il viaggio a Milano, sulle orme di Leonardo. è ancor più motivato. 

Fot.14

Di assoluto rilievo, che parrebbe sempre di bottega di Leonardo, una tavola più piccola (cm 150 x 122, Fot.15), ma il rapporti non sono aurei, che starebbe come periodo di esecuzione tra la versione del Louvre e quella della National. In collezione privata in Svizzera è conosciuta come copia Cheramy e fu esposta a Palazzo Reale a Milano nell’ambito della mostra “Il 500 lombardo – da Leonardo a Caravaggio -.

Fot.15

Come al solito certi di molte dimenticanze, chiudiamo la nostra rassegna con due copie di Cesare Magni: Museo di Capodimonte Napoli (Fot.16) e Collezione privata in Germania (Fot.17). 

Fot.16

Fot.17

Naturalmente, come per i falsi Modigliani che già imperversano, anche se non condividiamo la caccia alle streghe, anche per la Vergine delle Rocce abbiamo la scheda – dovere di studio – di una ventina di opere tra cinque e seicento di infima qualità. Non dubitiamo affatto che qualche buontempone già mediti lo scoop mediatico ed il “Leonardo ritrovato”. Ci ritroviamo qui tra qualche giorno con la Madonna dei Fusi.

Speleologia dei significati: esplora con noi i cunicoli più profondi della Vergine delle Rocce

Vergine delle Rocce – La mano di Dio e il rivelato linguaggio dei gesti nel quadro di Leonardo

 

Oggi cominciamo con il riproporle rispettando le proporzioni che intercorrono tra le due versioni (Fot. 2).

La qual cosa ci permette di rilevare che il rapporto altezza – larghezza della tavola del Louvre a sx è 199/122 che da esattamente 1,63. Circa 4 centesimi in più del valore esatto di PHI che è 1,61. Lo stesso rapporto nella tavola londinese vale 189,5/120 ovvero 1,57. Circa 4 centesimi in meno di PHI (rapporto aureo e o divina proporzione).

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