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Virginio Faggian

Brescia, chiesa di san Francesco, sacrestia. Ante protorinascimentali dell’ancona dei reliquari con i santi Francesco e Chiara

Antichissima la tecnica del fare tarsia, soprattutto quella in pietra, che ebbe grande diffusione nel periodo tardogotico per realizzare pavimenti o rivestimenti esterni di edifici sacri. In Italia la maggiore utilizzazione si manifesta nei secoli XIII-XIV, e di quel tempo permangono composizioni geometriche piuttosto che figurative. Altrettanto remota la pratica delle tarsie lignee, ottenute mediante l’accostamento su supporti piani di specie diverse di essenze.

Ma occorre giungere al Rinascimento per poter rilevare famose tarsie lignee aventi per soggetto figurazioni architettoniche, come nello studiolo di Palazzo Ducale ad Urbino, nel coro del duomo di Modena o in quello di santa Maria in Organo a Verona. Anche le superstiti tarsie di Brescia entrano a pieno titolo nella storia artistica per alcuni esemplari conservati nella chiesa e nella sacrestia di san Francesco d’Assisi. Nei disegni geometrici dei ventidue stalli del coro a due ordini voluto nel 1483 da padre Francesco Sanson emergono stilemi goticheggianti e rinascimentali. Motivi figurativi impreziosiscono invece l’armadiatura e il balcone della sacrestia: commissionati anch’essi da padre Sanson, accostati da alcuni voluti da padre Jacobino nel 1509, ma firmati da Filippo da Soresina nel 1511, formano un complesso intarsiato in cui l’utilizzo di differenti segmenti lignei, dal pero all’acero, dal melo all’ebano, al noce e, per il bianco, al “pì del signur”, consente delicate modulazioni luministiche. Notevoli gli impianti compositivi prossimi, per concezione, alla significativa scuola lombarda. Fra le numerose nature morte, gruppi di strumenti musicali, libri…, particolare rilievo rivestono alcune figure, quali quelle dei santi Francesco, Chiara e Ludovico da Tolosa, rese a mezzo busto ed evocanti il fare del Civerchio, da alcuni studiosi additato autore dei cartoni. Nella cappella dell’Immacolata, Benedetto Virchi nel 1548, Battista Virchi nel 1553 han firmato i ventisei dossali raffiguranti altrettanti episodi tratti dalle Sacre Scritture e forse suggeriti da Paolo Caylina il Giovane o da un maestro operante nel clima del sopraggiungente manierismo. La narrazione degli eventi evangelici è svolta entro visioni architettoniche che rimandano spesso a dipinti coevi. Assai più modesta la concezione delle tarsie ornanti il coro della chiesa di san Giuseppe realizzato da Clemente Zamara (secolo XVI) per la chiesa di san Rocco di Chiari, da dove è stato rimosso nel 1520. Alcuni intarsiatori bresciani si sono affermati in località lontane.

Ben li rappresenta Raffaele Marone detto fra Raffaele da Brescia, nato nel 1479. Allievo e assistente in Monteoliveto del celebre Giovanni da Verona, con lui dal 1503 si è impegnato in notevoli opere; ha lavorato peraltro anche in patria, nel cenobio di Rodengo Saiano, e fra il 1533 e il 1537 ha eseguito un leggio (oggi al Museo Cristiano) echeggiante nella forma quello prodotto per la casa madre di Monteoliveto e nella parte sommitale recante figure tratte da un modello proposto da Girolamo Romanino. Da quel tempo la tarsia lignea bresciana non ha più offerto esempi in grado di sollecitare l’attenzione degli studiosi. Appare pertanto meritevole di segnalazione un episodio che sembra averle reso rinnovata vita, protagonista Virginio Faggian (1929-2003), affermato scultore e pittore che la recente rassegna dedicatagli dall’Aab ha fatto emergere negli aspetti meno noti della sua creatività e tuttavia ugualmente specchianti la profonda fede e la natura dell’uomo sensibile e meditativo. In poco più di un decennio, Faggian ha realizzato splendide tarsie decoranti edifici sacri cittadini e provinciali, dove il lineare impianto e l’utilizzo di essenze chiare si coniugano in espressione di intensa spiritualità e lindore narrativo. Una succinta catalogazione può prendere avvio dal ritratto di Giovanni XXIII acquisito nel 1993 dalla Fondazione Civiltà Bresciana. Nonostante il lungo impegno richiesto, la figura del pontefice è ravvivata da evidente spontaneità. Altrettanto paziente lavorio han richiesto i cicli componenti il racconto della Via Crucis: del 1993-94 quello destinato al convento passionista di Sezzano (Verona), del 1995 un altro approntato per la chiesa del beato Luigi Palazzolo in Brescia, seguito da uno ulteriore posato nella chiesa di san Filippo Neri al Villaggio Sereno. Da segnalare poi la rappresentazione della Cena in Emmaus, esposta nella cappella jemale della Parrocchiale della Volta Bresciana, oppure l’Ultima Cena pervenuta al convento passionista di Calcinate (Bergamo), ed ancora quella nel coro di santa Maria della Vittoria in città.


Virginio Faggian, Annunciazione. Brescia, chiesa parrocchiale della Volta, cappella invernale

L’Annunciazione è un altro tema affrontato da Faggian: la scena è collocata nella cappella invernale della chiesa dei santi Pietro e Paolo alla Volta, dove si coniugano in singolare sequenza altre stazioni della Via Crucis. Non sorprende che l’impegno profuso nelle opere di arte sacra nel 1997 abbia propiziato a Virginio Faggian il privilegio di offrire a Giovanni Paolo II una tarsia riproducente la chiesa nella quale Karol Wojtyla ricevette il battesimo. E che poco prima della morte sia stato insignito dell’onorificenza pontificia di Cavaliere di san Silvestro.

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