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A Londra i musi bresciani e bergamaschi di Moroni. Capire e vedere in tre minuti

La luce perlata dei suoi quadri – quel grigio prezioso che consente di innalzare, per contrasto gli accordi cromatici – discende dal suo maestro, Moretto, e da Foppa. Giovanni Battista Moroni (circa 1520-1579) fu un ritrattista eccezionale perché non addomesticò mai, come invece era uso nell’ambito dei ritratti compiuti nelle capitali, il proprio pennello ad operazioni di chirurgia estetica. Dal prognatismo posturale del dialetto, che s’aggruma sul mento dei suoi soggetti bergamaschi e bresciani a una rude incapacità di tanti nobili di provincia di occupare l’abito con scioltezza; dalle cisti deturpanti al centro della fronte a certi strabismi estremi, mica corretti, nemmeno di un filino, rivelano la domanda e l’offerta di verità, a volte impietosa, come sanno esserlo i veri contadini. Il pittore è sempre armato dalla comunità in cui opera; bergamaschi e bresciani volevano vedersi com’erano e non come avrebbero potuto immaginarsi. Ed eccoli serviti.

Un grande rilancio dell’autore bergamasco con la mostra alla Royal Academy of Arts (fino al 25 gennaio 2015) – come scrive Melisa Garzonio – forte di una quarantina di prestiti – tra cui Il sarto, un capolavoro della maturità, nella collezione del museo londinese -, sono posti fianco a fianco, in una sala dedicata, i ritratti dell’alta aristocrazia bergamasca, dalle poetesse Isotta Brembati (1555) e Lucia Albani, ai loro rispettivi mariti, ripresi in piedi con la spada: Gian Gerolamo Grumelli, detto l’ ‘uomo in rosa’ e Faustino Avogadro, il primo di fede filoveneziana, il secondo filospagnolo. In mostra anche opere religiose, tra cui tre grandiose pale d’altare (nel 1575 Moroni è incaricato da San Carlo Borromeo di ‘rifrescare’ alcune chiese della bergamasca) e un gruppo di dipinti pensati per la devozione privata (Un gentiluomo in adorazione davanti al Battesimo di Cristo)”.

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