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Alf Adele Lo Feudo mette a nudo semidei e nuovi sciamani

 

Una qualunque attività profana, quotidiana, che si svolgerà al rallentatore con dei momenti d’immobilità in un silenzio assoluto, sembrerà cerimonia. Una luce, di cui non si sa da dove venga, darà alla cerimonia questo tono d’inevitabile, che tende a imprigionare il momento. I gesti saranno più che dei gesti, il loro significato più della loro apparenza. Ho spesso visto o creduto di vedere così la realtà

– Leonor Fini (1907-1996)

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di Stefano Maria Baratti

Se esiste una chiave di lettura nei dipinti di Adele Lo Feudo (in arte “ALF”) – artista poliedrica che spesso correda i suoi dipinti con delle performance e tableaux vivants, impersonando figure mitologiche e veicolando un sistema di segni e metafore  – è l’immobilità dell’elemento umano, sul cui baricentro intervengono forze fisiche e psichiche che ne sconvolgono l’equilibrio stabile e tutti i fattori distributivi di forma e direzione, proiezioni di movimenti invisibili in un equilibrio percettivo  che quasi sempre sconvolge ed inibisce il centro geometrico della tela.

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Nel dibattito artistico contemporaneo, il figurativismo come “rappresentazione riconoscibile del valore dell’esistenza umana individuale” viene spesso sostituito dall’arte concettuale o informale come opposizione e sconnessione dei piani di sistema del reale. Questa in fondo, è la storia delle avanguardie e delle loro tensioni “etiche”: l’interrogazione irrisolvibile del rapporto tra rappresentazione e mondo, la distanza incolmabile tra opera artistica e condivisione sociale e l’impossibilità di una conciliazione tra vita e forma, corpo e anima, ragione ed emozione.

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In quest’ottica, i contributi proposti da Adele Lo Feudo si pongono nel solco di una riflessione che, ripercorrendo il leggibile, l’udibile e il visibile, propone un attributo umano  nel tentativo di illustrare come e quanto il processo di sublimazione implicito alla funzione emotiva partecipi alla costituzione dell’individuo e al suo inprint evolutivo:  “Dentro ho dovuto tenere il mio amore e desiderio per l’ arte. I miei non volevano. Un giorno per rabbia infilai tutti i  miei colori, matite e pennelli in una scatola, sotterrandola un buco stretto sotto un mobile, e per dieci anni non l’ho piu’ riaperta…”  L’artista che confronta il suo passato suggerisce al pubblico il percorso interpretativo di una tematica ricorrente: l’emozione in chiave negativa e nella fattispecie la malinconia intesa come tratto caratteristico della personalità moderna evoluta tout court dal mondo classico (visibile, figurativo), il leit motif delle sue opere, un percorso lucido, filosofico, ma non privo di visioni oniriche, sul quale Lo Feudo organizza la sua evasione in seno ad una scissione anima/corpo.

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Significativo in tal senso è sia il Fedone di Platone, dove il corpo è simile a un carcere da cui non possiamo liberarci di nostra iniziativa, sia la raffigurazione di Socrate che indica di guardarsi allo specchio come metafora del “guardare se stessi” nel senso del precetto delfico “conosci te stesso” (γνῶθι σαυτόν).

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I dipinti di Lo Feudo alterano l’immobilità del ritratto conferendo un carattere di “sbilanciamento”, soggetti privi di esterni, divorziati dalle atmosfere naturali e dai paesaggi en plain air, delimitati nel campo visivo di una tela come metafora di prigionia, clausura, horror vacui e claustrofobia. Sono uomini, donne (e spesso autoritratti) immersi in un oscuro contesto cromatico caravaggesco  col proposito di dare all’opera un alterato equilibrio estetico. Questi soggetti appaiono e scompaiono nella tela con linee bloccate, figure troncate, spesso esplicitamente statiche, in un isolamento esistenziale di personaggi che occupano solo parzialmente la scena con un peso spaziale e forze direzionali incerte, seminali, embrionali, dettate da incognite e mistero.

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Il titolo dell’ultima serie di opere di Adele Lo Feudo, “Messi a Nudo”, racchiude in sé un gioco linguistico. Da un lato il significato più genericamente riferito alla  figura umana, nella sua nudità, in quanto oggetto di studio e di rappresentazione nelle arti figurative (nell’accezione lata di “mettere allo scoperto, liberare da ciò che avvolge o riveste o ricopre”), e dall’altro il senso figurativo di “mettere in evidenza, scoprire senza reticenze o sottintesi”.  Si tratta di ventuno opere che raccolgono una selezione di ritratti di artisti italiani su richiesta da parte dell’artista di una libera interpretazione soggettiva dell’arte:  “Ho chiesto di assumere con il loro torace e con l’ uso di mani e braccia una posizione che rappresentasse il loro concetto di arte, avvalendosi di un tessuto del loro colore preferito…”

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Il contesto formale e cromatico in cui sono inseriti i ritratti degli artisti esprime un contenuto rivelatore di equilibri psicologici dove l’emozione mantiene una valenza di agente quasi estranea al corpo, spesso solo contenitore di istinti inconsci. Ogni artista si esprime con gesti (soprattutto espressioni del volto, tratti somatici e movimenti delle braccia) che connotano sia l’interazione psicofisica del talento individuale con il mondo oggettivo, sia l’incarnabilità di un dinamismo inconscio come apertura al dialogo con il pubblico e occasione per sperimentare molteplici possibilità d’interazione. I soggetti acquistano un carattere di forme chiuse e isolate, delimitati da interni privi di atmosfera.  Ne nascono delle opere misteriose, che malgrado siano definite nella dimensione del campo visibile (la composizione quadrata che di norma conferisce al soggetto la propria determinazione spaziale), sono altresì proiettate verso una stabilità comunque sfuggevole che rimanda ad una ipotetica impalcatura fuori campo ogni riferimento esterno alla propria soggettività.

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Per conferire unità cromatica ai suoi dipinti, Lo Feudo formula delle variazioni sui temi e i soggetti che più le interessano, imponendo delle tonalità dal freddo grigio azzurro, al caldo giallo arancio a seconda del soggetto, manifestando capacità unificanti di istinti inconsci in un’armonica asimmetria destra-sinistra, alto-basso con interruzioni di bisettrici che dividono il campo visivo altalenante tra un interno claustrofobico ed un esterno del tutto inesistente.

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Sono questi gli elementi in comune con l’esistenzialismo di Francis Bacon, nella ricerca del “dentro del dentro” come in una scatola cinese, o matrioska, nelle stratificazioni della materia, nella trama dei segni, e nelle sovrapposizioni del colore alla continua ricerca di assonanze e dissonanze.

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Con una sensibilità cromatica che connota il suo linguaggio poetico, Adele Lo Feudo non solo rivela le tematiche di un gruppo di artisti italiani, ma anche reinterpreta e “mette a nudo”i tormenti e le inibizioni della società contemporanea.  Le sue tele fungono da prigione, luoghi di passaggio in cui radunare tutte le energie psichiche per la fuga, e dove si coniugano le dimensioni complesse della composizione tanto della labilità quanto dell’abilità dell’anima divorziata dal corpo, e dalle sue varie epifanie.

 

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I ritratti degli artisti delle serie “Messi a Nudo” : Massimiliano Manieri (performer);  Antonio Delluzio (grafico e pittore);  Oscar Piovosi (pittore);  Antonio Iannice (pittore e allenatore basket disabili); Alessandro Maio (pittore); Giovanni Puliafito (fotografo); Raffaele Claudio Rossiello (fotografo); Luca Pottini (pasticciere e artista); Marco Botti (giornalista di arte e curatore mostre); Fabio De Chirico (dirig.Musei,Roma); Giampiero Tasso (giornalista);  Ciro Palumbo (artista); Massimo Scaglione (Regista); Geraldo La Fratta (scultore, sciamano, numerologo); Michele Loffredo (direttore Museo del Vasari e critico); Roverto Ronca (direttore Museo Casa della Pace, Rovereto); Stefano Maria Baratti (artista, saggista, sceneggiatore).

 

 

 

LA BIOGRAFIA DI ADELE LO FEUDO ALF

Adele Lo Feudo, in arte ALF, nasce a Cosenza nel 1967. Dopo gli studi classici si laurea in giurisprudenza all’università di Salerno. Successivamente si sposta a Perugia per motivi affettivi e qui s’iscrive al corso di interior designer presso l’Ieao, dove, dopo aver conseguito il diploma e la specializzazione, viene chiamata ad insegnare le materie di laboratorio grafico, decorazione d’interni e progettazione d’ufficio. Nel frattempo  inizia a dipingere per assecondare la sua vecchia passione e, iscrittasi all’Istituto statale Bernardino di Betto di Perugia, dietro la guida degli artisti Balucani, Levita e Mariucci, consegue con il massimo dei voti il diploma di maestro d’arte. Inizia a partecipare a collettive e concorsi e nel 2009, dopo sette anni, abbandona l’insegnamento e si dedica esclusivamente alla pittura, suo grande amore.

 

 

 

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