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Art brut – Fuori di testa, i pazzi e gli irregolari nel mondo dell’arte


Stile Arte ha intervistato Bianca Tosatti, la storica dell’arte che, da anni, si occupa dei rapporti tra espressione artistica e disagio mentale

Lei è riconosciuta come uno dei massimi esperti del delicati rapporti che legano l’arte e il disagio mentale. Vuole spiegarci, per cominciare, com’è nato il suo interesse all’affascinante interazione tra estetica e psichiatria?

Si tratta di una zona della storia dell’arte rimasta a lungo abbandonata, trascurata, non trattata; per molto tempo si è avvertita, con grande evidenza, una lacuna, colpevole o colposa, che andava in qualche modo colmata. Da storica dell’arte ho sempre avvertito il peso del senso di colpa riguardo alla scarsa considerazione di cui, in Italia, hanno goduto non solo l’arte irregolare, o art brut, ma accanto ad essa anche l’arte dei primitivi e l’arte infantile. Dunque ho iniziato ad occuparmene con grande consapevolezza disciplinare, a partire da un presupposto metodologico.

E qual è stato il punto di partenza?

Il mio punto di partenza è stata l’indagine intorno all’interesse che le Avanguardie nutrirono nei confronti di quelle zone dell’arte disertate, clandestine, come, appunto, l’Art brut, l’arte dei primitivi o l’arte infantile. In particolare a partire da Jean Dubuffet che approcciò tali territori espressivi nel modo più compiuto, con un atteggiamento critico ed intelligente, che lo condusse alla delineazione di un anti-movimento e ad una ricerca attorno ad essa, sfociata nella Fondazione della Collezione di Art Brut di Losanna, l’anti-museo per eccellenza. A questo punto, però, ho avvertito la voglia di fare in qualche modo giustizia, e di ricondurre l’arte a ciò che è. Se nel dopoguerra la categorizzazione “anti” poteva essere lecita, oggi, a mio parere, non lo è più: l’arte è più semplicemente arte. Il mio sogno sarebbe quello di veder sorgere un museo in cui, accanto alle opere di Klee, di Kandinskij, di Kokoschka, ma anche di Cézanne e van Gogh fossero esposte quelle di Adolf Wölfli, di Ligabue, di Nedjar…

Dunque l’arte irregolare non va liquidata come un anti-movimento. Qual è allora la definizione che possiamo attribuirle?

L’arte irregolare è a tutt’oggi quella prodotta al di fuori delle mode, dalle ambizioni, dagli ammiccamenti del mercato. Gli artisti irregolari producono in una situazione di indipendenza assoluta. La loro irregolarità consiste proprio nell’esserlo nei confronti del sistema.

 

Quali sono state le affinità tra l’arte irregolare e quella ufficiale?

Prima di tutto vi è una condizione imprescindibile, che riguarda qualsiasi forma di arte, ovvero il bisogno di essere riconosciuta come tale. E’ l’incontro tra il fruitore e il prodotto a decretarne, sancirne e mantenerne il quoziente artistico, ed è solo attraverso la riuscita di tale incontro che si può parlare d’arte. E’ ovvio che, anche se l’esercizio creativo assume molto frequentemente il valore di importante veicolo di riabilitazione, solo in pochissimi casi i risultati raggiunti sono definibili come prodotti d’arte. La maggior parte dei reclusi, ad esempio, ha difficilmente la capacità di gestire e controllare un mezzo espressivo; sono davvero pochi quelli che riescono a farlo e tra costoro, ancor meno quelli che possiedono un particolare talento. Vorrei sottolineare un aspetto che riguarda le persone patologiche: quel riconoscimento del loro lavoro è l’unico modo per dichiarare la propria esistenza , un mezzo per l’affermazione della propria identità. E’ dimostrato che anche persone molto sofferenti possiedono la precisa consapevolezza di essere artisti.

Indubbiamente tra i principali meriti degli artisti irregolari vi è quello di essere sordi ad ogni tipo di condizionamento esterno, e dunque la capacità di trasferire nella propria produzione unicamente i significati che appartengono alla verità del proprio sentire…

Sì, è proprio così. verità il termine migliore per descrivere il fulcro dell’espressività di questi artisti outsider, un’espressività che è completamente libera, non sottoposta ad alcun condizionamento (del resto è evidente che, per quanto riguarda i malati mentali, se si potesse praticare qualsiasi forma di condizionamento su queste persone,sarebbe anche possibile praticarne la guarigione…). In generale tutti questi pittori producono esclusivamente per rispondere ad una loro necessità interiore, sono quindi sempre autentici, mai furbi od ammiccanti, sebbene,nella loro indiscutibile intelligenza molti di loro sappiano comunque di operare all’interno della loro produzione una sorta di differenziazione tra le opere selezionate, prodotte per se stessi o quelle che sono invece destinate a piacere agli altri. Wölfli, ad esempio, chiamava “opere per il pane” i dipinti che sapeva di poter cedere in vendita ai medici e al personale dell’ospedale psichiatrico in cui era recluso…

Importante, per comprendere l’approccio a questo tema, fu la struttura della mostra “Oltre la ragione”. Le figure, i maestri le storie dell’arte dell’arte irregolare”, da lei curata, a Bergamo, che ha segnato una metodologia nuova

Abbiamo individuato una serie di grandi temi filosofici e sociali che risultano tutt’oggi estremamente aperti, intorno ai quali abbiamo organizzato le diverse sezioni, ad esplorazione della creatività e dell’immaginario di ciascun autore , all’interno, appunto, di alcuni nodi tematici fondamentali.Come, ad esempio, il tema della paura, inteso nella sua specificità urbana, oppure la molteplicità del femminile o ancora il legame misterioso che unisce l’infanzia alla catastrofe… sono tematiche che nella nostra quotidianità vengono affrontate od espresse con un certo pudore e che invece gli artisti selezionati, che lavorano svincolati da ogni logica, da ogni ragione, sanno illustrare con grande forza espressiva, naturalmente senza offrire spiegazioni, ma gettandovi un fascio di luce che le illumina e che ne consente un approccio del tutto nuovo. Nel complesso si spalancano mondi sconosciuti, sospesi tra gioco e angoscia, luci e ombre, sorrisi e urla, miracoli e catastrofi che non sarebbero raggiungibili se non attraverso i sentieri “laterali” e misteriosi della follia.

E quali sono gli artisti che, a suo parere, meritano una menzione particolare, sia per esiti estetici che per particolare valenza dal punto di vista di un’analisi legata all’ambito della sua specializzazione?
Sono moltissimi quelli che si potrebbero menzionare. Per citarne qualcuno potremmo cominciare dal grande Adolf Wölfli, sicuramente annoverabile tra i grandi protagonisti dell’arte irregolare. Possiamo nominare Pietro Ghizzardi, uno dei tanti “matti padani”, che dipingeva utilizzando sostanze naturali come i colori ottenuti con i succhi delle erbe. In Italia è stato spesso con l’aneddotica di stampo naif, ma fu senza dubbio protagonista di un’arte caratterizzata dalla straordinaria potenza espressiva. Oppure Alfredo Chigine che, pur condizionato dall’inclinazione al bere, lavorò con esiti di grande spessore, secondo una poetica informale in aperto dialogo con quella dei colleghi dell’area milanese, come Morlotti, Francese, Ferroni. E ancora, Franca Settembrini, uno dei giganti dell’Art brut italiana, non a caso celebrata all’interno della Collezione di Losanna. Un’altra grande artista è Ida Maly, che fu uccisa dai nazisti nel corso del loro aberrante programma eutanasico nei confronti dei malati di mente, la quale, più che altro, esprimeva il suo disagio esistenziale nella difficoltà ad adeguarsi agli stereotipi femminili del tempo. (Stile Arte, maggio 2006)



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