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Arte da indossare, il fenomeno Adele Lo Feudo

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di Stefano Maria Baratti

Arte e artigianato: l’inestricabilità dei due concetti e la sovrapposizione di motivi e strutture ascrivibili – ora maggiormente all’uno ora all’altro – è evidente nelle ultime opere dell’artista cosentina Adele Lo Feudo, opere da lei stessa coniate «mini dipinti gioiello, oppure dipinti da indossare»: una serie di immagini – nella maggior parte tondi realizzati con pittura acrilica su tela di lino – che ritraggono madonne, poetesse e dive del cinema e del teatro – tutte scomparse – magistralmente adornate da collane girocollo fatte a mano, inserite in eleganti bordure di lurex con pizzi, piume, merletti, passamanerie, fiocchi, paillettes, nastri e cristalli, rigorosamente ricamate all’uncinetto o al chiacchierino. A coronamento dei ritratti (dipinti a mezzo busto, o in primo piano), l’artista produce una «cornice» in veste sia di bene durevole e ornamento (accessorio di moda), che di atteggiamento devozionale (la composizione votiva), munita di un’essenza che interagisce esteticamente con il resto della composizione, in un effetto intenzionalmente «barocco».

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Il critico tedesco Georg Simmel (1858-1918), nel suo saggio La Cornice del Quadro, affermava che la cornice «…esclude l’ambiente circostante, e dunque anche l’osservatore, dall’opera d’arte e contribuisce a porla a quella distanza in cui soltanto essa diventa esteticamente fruibile». Ne consegue che per comprendere le opere di Lo Feudo (il gioiello inteso come «pezzo unico») è fondamentale rielaborare un linguaggio estetico che trasporta l’osservatore dalla sua percezione del mondo industriale (ravvicinato, tangibile, seriale) in un mondo «remoto» (l’irregolarità del gesto simbolico-devozionale, pittorico e plastico come impronta della sensibilità individuale dell’artista) e nel quale il rapporto tra produzione industriale e artigianale è quindi invertito.


Ne risultano opere che sembrano certificare un processo di ibridazione tra arte e moda, tra sacro e profano e – a fortiori – tra arte «pura» e artigianato, in un rapporto dicotomico che intercorre tra le le immagini di oggetti votivi ( legati all’oggettivazione di un immaginario magico-religioso) e tutte le discipline a funzione mediale che caratterizzano i gioielli alla moda e gli oggetti industriali e comunicativi legati all’universo femminile.

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Nella congiunzione della funzione simbolico-narrativa attribuita a queste immagini convertite in oggetti, si condensa una sorta di funzione talismanica, quelle che in passato si definivano come «arti minori», «arti applicate» o «arti femminili». In questa sede, la relazione fra arte pura e applicata acquista una valenza diversa, segnando metaforicamente la presenza di una riflessione estetica in quello che genericamente viene indicato come ex voto.

Ma si tratta di arte, artigianato, moda o design? Siamo difronte a delle iconografie oppure a degli accessori di moda prêt-à-por·ter? Sono tavolette votive sul genere vanitas, oppure oggettistica «ex voto suscepto» da indossare? Amuleti sacri o talismani profani? Memento mori, oppure ritratti di dive eterne? Icone di culto mariano, medaglie commemorative, oppure allegorie romantiche, di tono foscoliano, dedicate a Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna? La risposta è indissolubilmente associata a quella nuova corrente che a mio avviso potrebbe essere definita come «Fenomeno Lo Feudo: Arte da Indossare».

Ed è proprio in questa sinergia tra arte e gioielleria che si forma un connubio perfetto con continui rimandi stilistici, soprattutto perché Lo Feudo – lavorando instancabilmente – diventa creatrice di un originalissima manifestazione artistica, riconducibile al ruolo di bijoutier-artiste, autrice di opere dalla mutevolezza simbolica, esplorando i margini di sovrapposizione e contaminazione tra arte sacra, ritrattistica, gioielleria e moda, interrogandosi su cause ed effetti dell’interazione tra tutte le sfere coinvolte in un processo di ibridazione tra le varie discipline.

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Quasi in aperto contrasto – oppure sfoggiando un intenzionale anacronismo con l’estetica attuale della multimedialità digitale ed iperrealista di forme divorziate dal contenuto – i soggetti selezionati da Lo Feudo posseggono un’intrinseca aurea di enigmaticità, nel loro divenire oggetti connotati da una consistenza al contempo materiale e immateriale, sacra o profana. La metamorfosi del ritratto in collana ne costituisce certamente una declinazione quanto mai pregna di stratificazioni culturali. In un intreccio straordinario di simboli, l’artista ritrae un vortice di personaggi passando in rassegna vecchie attrici, cantanti e antiche principesse che con il loro carisma e il loro innato gusto sono diventate delle vere icone di stile, da Grace Kelly e Audery Hepburn a Marilyn Monroe e Rita Hayworth, da Mae West a Eleonora Duse e Sarah Bernhardt, quindi dalla Madonna del Pilerio (protettrice di Cosenza contro peste e terremoto) alle poetesse Liala, Grazia Deledda e Amalia Guglielminetti, dalla Madonna della Serra (protettrice di Montalto Uffugo) a Sibilla Aleramo e Vittoria Aganoor. Soprattutto le poetesse o «spiriti eletti» presentati da Adele (allegorie anti-materialistiche cariche di significato rousseliano), sembrano coniugare coraggiosamente motivi di pacato lirismo nella cultura figurativa romantica di primo Ottocento, presentando da un lato espressioni di revival di tradizione ed immagine fotografica (dagherrotipia) e dall’altro quasi una valenza simbolica di un ex voto carico di credenza popolare, ma che qui raggiunge nella contemporaneità uno status di «gioiello-feticcio», vale a dire una spiritualità che oggi direttamente o indirettamente continuiamo ad accantonare, relegandola ad «ammasso confuso di resti dell’arte del passato».

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