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Benvenuti a casa di “Jesus Christ Superstar”, tra strepitosi preraffaelliti

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di Maria Teresa Benedetti

 

Una grande villa nella campagna inglese ospita la più prestigiosa raccolta privata di arte vittoriana. Ne è l’artefice Lord Andrew Lloyd Webber, grande musicista, erede di Puccini, creatore di spettacoli musicali che tengono cartellone da decine di anni in tutto il mondo.
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“Al momento in cui ho iniziato ad avere successo in campo musicale, ho incominciato a desiderare una collezione d’arte”, si legge in un suo scritto in calce al catalogo della mostra Pre-Raphaelite and Other Master – The Andrew Lioyd Webber Collection, che si è svolta alla Royal Accademy londinese nel 2003. L’interesse per gli edifici storici, coltivato fin dall’adolescenza da Lloyd Webber, è sfociato nella scelta dell’arte vittoriana, all’epoca scarsamente considerata dalla critica e privilegiando l’opera di Edward Burne-Jones, il più captante fra gli artisti eletti. A tredici anni, durante un viaggio a Roma, il ragazzo aveva scoperto il mosaico della Chiesa di San Paolo entro le mura, una delle opere più significative del secondo Ottocento.
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Arriverà poi a possederne alcuni importanti progetti, fra i quali la splendida gouache dedicata alla Caduta di Lucifero. Un grande e misterioso corteo, popolato da una miriade di angeli guerrieri, belli e drammatici, le cui plumbee armature additano, fra uno sventolio di bandiere, il compiersi di un infausto destino. Progetto ancora più prezioso, perché non realizzato nel mosaico.

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Per molto tempo il giovane collezionista è stato in grado di acquistare opere importanti, oculatamente assunte da musei extra-europei, ma poi il successo di musical come Evita. Cats, Il fantasma dell’Opera, Jesus Christ Superstar e altri, gli ha consentito di dedicarsi con intensità a tale sua passione. Sono grata all’ospite gentile e accorto, che mi ha accolto e guidato lungo i saloni della sua residenza, rivelando, oltre una intelligente competenza, un profondo amore per i suoi tesori, incontrati in un percorso ricco di meraviglie.
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Siamo passati dal medioevo rossettiano di Giotto che dipinge il ritratto di Dante, alle grandi figure di Proserpina, della Visione di Fiammetta, della Damigella del Santo Graal, così ispirate alla cultura del Rinascimento – da Botticelli, a Tiziano, ai leonardeschi -. Figure astate, mentre fluidi monocromi a mezzo busto, rivelavano ancora la figura femminile, così cara a Rossetti, attraverso cadenze morbide e melanconiche, preludio ai risvolti liberty della cultura di fine secolo. Ecco poi Burne-Jones delle figure volanti di Vespero e Notte, emule di antichi affreschi pompeiani, per giungere alla disposizione musicale di una schiera di fanciulle, intente a riflettere la loro immagine in uno specchio d’acqua. Si allude allo Specchio di Venere, dipinto amato da Henry James, che ha sottolineato in uno scritto la grazia estetizzante e l’atteggiamento introspettivo. Annodate in un loro ritmo le figure liberano il sogno nella direzione dell’auto contemplazione.


C’è anche una redazione diversa da quella del museo di Birmingham, della serie Pigmalione, dove la metafora della statua, cui l’artista infonde la vita, è resa con toni inizialmente scuri, ma che lasciano progressivamente emergere il miracolo dell’incarnazione.

I bellissimi ritratti di Amy Gaskell, di Dorothy Mattersdorf, di Philip Comuns-Carr, di Cicely Horner, testimoniano una grande civiltà educata alla grazia e alle bellezza. Né ci stupisce il michelangiolismo di San Luca, che riflette una grande impressione prodotta da Burnes-Jones dall’esperienza della Cappella Sistina, da lui tradotta in immagini destinate ad animare una miriade di vetrate disegnate e realizzate insieme a William Morris. Testimonianza preziosa del lavoro comune dei due artisti è, con altri importanti edizioni, una splendida Eneide, voluta da Morris sull’esempio dei codici miniati medioevali e fantasiosamente illustrata da Burnes-Jones.

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Altro artista amato da Lord Lloyd Webber è John Everett Millais, sia per il disegno di una grande vetrata gotica, preludio anch’essa a stilemi fin de siécle, sia per i paesaggi della maturità come Freddo Ottobre, espressione della solitaria e intensa esperienza di una natura percorsa da un vento che solca le chiome degli alberi. Paesaggio puro, sulla scia di una tradizione che va da Gainsborough a Turner, a Costable. Altri pittori testimoniano, nel corso del secolo, di dettati preraffaeliti, da William Holman Hunt, con opere di acceso, incisivo realismo quale, L’ombra della morte, ad Arthur Hughes, di cui ricordiamo la delicata Ofelia, immersa in desolati e poetici sterpi acquatici. Vanno citati anche Simenon Solomon, Frederich Sandys e belle pittrici come Valentine Cameron Prinsep, Mary Spartali Stillman, Evelyn De Morgan. C’è poi la schiera degli accademici, autori della High Victorian Renaissance, gravitanti intorno alla Royal Academy: da Frederic Leighton a Edward John Poynter, a Lawrence Alma-Tadema, tutti nutriti di cultura classica e italiana. Di Leighton, ricordiamo il suggestivo Dante in esilio, quadro corrusco e fortemente espressivo, sia nella desolata figura del poeta, sia nel gruppo delle donne appassionate e inquiete, illuminate da un chiaro barbaglio. L’immagine dell’Italia, così amata da quei pittori, generosamente intenti a ispirarsi alla sua arte, non può non suscitare un sentimento di orgoglio. All’amore per il nostro Paese hanno contribuito gli inglesi residenti in Toscana, da Firenze a Siena, anch’essi ospitati nella collezione, come Charles Fairfaix Murry e John Roddam Spenser Stanhope. Infine John William Waterhouse, nato a Roma nel 1849 e vissuto dentro i primi decenni del XX secolo, è rappresentato da un cospicuo numero di grandi opere, fra le quali emergono Santa Cecilia e Le Danaidi.

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A proposito di quest’ultimo dipinto, il pensiero corre al Picasso delle Tre donne alla fonte (1921, Moma, New York), che mutatis mutandis, denuncia vaghe analogie con l’opera del pittore inglese. Del resto, richiami ad autori come Burne-Jones sono ampiamente noti per il Picasso del periodo blu, e Lord Lloyd Webber ricorda che durante la sua visita alla Fondazione Picasso a Malaga, è stato colpito da un’opera dell’artista catalano, che poteva essere tranquillamente scambiata per Burne-Jones.

Tanto da sfatare leggende che vogliono confinare alcuni in aree di retroguardia. Molto altro si potrebbe aggiungere su una collezione estremamente varia, che spazia anche in ambiti di vivace e complessa quotidianità, si estende a considerare autori dell’inizio del XX secolo, propone inoltre esemplari rari di arti decorative, talora inserite nella vita della casa, come nel caso di un prezioso mobile di William Burges, usato pe riporre le suppellettili di ogni giorno. Ci ripromettiamo di parlarne una prossima volta.

(Ringraziamo Margherita Margaux Pasetti per la preziosa collaborazione)

 

 

 

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