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Carra’, mio padre

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Stile Arte ripropone l’intervista a Massimo Carrà, figlio di Carlo e studioso della sua arte, realizzata nel maggio del 2003, nel corso della mostra allestita alla Pinacoteca provinciale di Potenza.

xx_5Un punto di vista privilegiato il suo, in quanto figlio di Carlo Carrà: un punto di vista che le consente di essere considerato il più autorevole studioso del suo lavoro. Eppure viene da chiedersi se sia davvero così semplice accostare con occhio critico ed oggettivo l’esperienza artistica del proprio genitore…
Posso dirle questo: mi sono sempre occupato di storia dell’arte. Per anni sono stato docente di storia dell’arte medievale e moderna, e dunque è stato per me un fatto del tutto naturale interessarmi dell’opera di mio padre. Quello era il mio mestiere, e quindi ho potuto seguirne il lavoro giorno per giorno, anche da un punto di vista professionale.
Esiste qualche episodio della sua fanciullezza legato all’attività di Carlo, di cui serba un particolare ricordo?
Mio padre aveva studio in casa, dunque sin da quando ero poco più che un ragazzo ero partecipe del suo metodo di lavoro. L’ho visto impegnato nei lunghi studi sul disegno, per poi affrontare il quadro negli aspetti compositivi e nelle scelte cromatiche. In tal modo sono stato testimone della nascita di un grande numero di opere importanti. Il ricordo più significativo è quello del costante intrecciarsi dei tre versanti principali della sua attività: la pittura, il disegno e la scrittura. Quest’ultima, infatti, rappresentava una sorta di quotidiano complemento dell’attività pittorica, uno strumento imprescindibile per metterne in luce il senso ultimo e i problemi inerenti.
La mostra di Potenza ripercorre puntualmente il percorso umano ed artistico descritto da Carlo Carrà nella sua celeberrima autobiografia.
Trattandosi della prima grande mostra a lui dedicata in Basilicata, si è pensato di presentare l’intero arco della sua ricerca, e dunque l’autobiografia è parsa il filo conduttore ideale per allestire il percorso espositivo. Si tratta di una mostra antologica molto vasta, di una mostra completa.
Tra le opere che avete selezionato, quali a suo avviso meritano un’attenzione particolare, sia per il valore artistico che per quello simbolico, legato a qualche fatto o a una fase specifica dell’attività di suo padre?
Ve ne sono parecchie di significative, sia per quanto riguarda i disegni che per i dipinti ad olio. Abbiamo infatti cercato di radunare un nucleo di lavori che fosse esemplificativo di ogni stagione della sua attività. Fra le altre, citerei per esempio “Ritmi di bottiglia e bicchiere” del 1913, disegno futurista che ben rappresenta la ricerca di quel “senso di perpetuamente mobile” anche in temi statici come le nature morte. O ancora “Il mulino delle castagne”, un olio del ’25 realizzato in quella fase immediatamente successiva alla meditazione cézanniana sui valori del paesaggio, in cui si osserva l’emergere di elementi autobiografici. Altrettanto eloquente è “La casa abbandonata” del 1930, dove il paesaggio acquista un maggior significato metaforico, e dove il senso di desolazione e abbandono non è la semplice simbolizzazione di uno stato d’animo, ma di una condizione esistenziale di solitudine.



Lei ha osservato che sarebbe opportuno considerare globalmente, nella coerenza di un discorso unitario, sebbene articolato in ricerche, l’opera di Carrà, abbandonando ogni artificiosa contrapposizione tra periodo e periodo e tra i vari modi espressivi. Vuole precisare il suo pensiero?
Io trovo che – come del resto si evince da molti scritti di mio padre – nella vita di un pittore prende forma tutta una serie di esperienze di linguaggio che si succedono secondo una linea di continuità, un unico filo conduttore: quello della ricerca di una risposta alle proprie esigenze. In questa chiave si spiega il succedersi delle varie fasi espressive che hanno caratterizzato Carlo Carrà: dal divisionismo al futurismo, dalla metafisica al “realismo mitico”… Per l’artista non si tratta che di interiorizzare le suggestioni provenienti dalla realtà per poi esprimerle in modi che variano a seconda delle proprie esperienze.
Nel suo saggio “Il disegno come laboratorio mentale” lei ha spiegato che la ricerca di Carrà, sia nella grafica che nella pittura era tesa a una rappresentazione semplice e disadorna dell’immagine allo scopo di trattenerne l’essenza segreta. Cosa intendeva esattamente?
La pittura per mio padre rappresentava lo strumento per cogliere il complesso rapporto che lega l’uomo al mondo. L’artista infatti è in grado, attraverso un’operazione mentale, non tanto di riprodurre l’apparenza fisica della realtà naturale, ma di creare una “cosa nuova”, un’entità che è lo specchio, appunto, della profonda relazione fra l’uomo e il mondo. La sua ricerca si sviluppava a partire dall’osservazione attenta del dato oggettivo, per coglierne le pulsioni immediate, a cui seguiva una paziente rielaborazione mentale affidata alla memoria e alla fantasia. Queste due fasi erano destinate a fondersi in un processo di sintesi finalizzato al raggiungimento del difficoltoso equilibrio fra la concretezza della realtà fenomenica e la trasfigurazione, o l’astrazione: un problema centrale per la pittura di Carrà, che non ha escluso, come ho già detto, diverse forme e diversi linguaggi.

 

 

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