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Cézanne, i misteri della montagna


Scoperti i tre volti nascosti Paul Cézanne, “La Montagne Sainte-Victoire vue des Lauves”,  1904-1905, olio su tela, Mosca, Museo delle Belle arti Puskin Dallo “scavo” del quadro emergono tre volti appena riconoscibili. Il primo appartiene ad un giovane, dai tratti riconducibili a quelli di un “Arlecchino” degli anni ’90, soggetto per il quale posò anche il figlio Paul. Il secondo è quello di un uomo adulto, volto memore soprattutto del ritratto a matita di Delacroix, maestro al quale Cézanne dedicò una vera e propria “Apoteosi”. Il terzo conduce alla tragicità della vecchiaia, della malattia, della morte. Un teschio dalla bocca orribilmente spalancata che non trova precedenti nella pittura dell’artista, nemmeno nei numerosi teschi dipinti a partire dagli ultimi anni ’90

Scoperti i tre volti nascosti Paul Cézanne, “La Montagne Sainte-Victoire vue des Lauves”, 1904-1905, olio su tela, Mosca, Museo delle Belle arti Puskin
Dallo “scavo” del quadro emergono tre volti appena riconoscibili. Il primo appartiene ad un giovane, dai tratti riconducibili a quelli di un “Arlecchino” degli anni ’90, soggetto per il quale posò anche il figlio Paul. Il secondo è quello di un uomo adulto, volto memore soprattutto del ritratto a matita di Delacroix, maestro al quale Cézanne dedicò una vera e propria “Apoteosi”. Il terzo conduce alla tragicità della vecchiaia, della malattia, della morte. Un teschio dalla bocca orribilmente spalancata che non trova precedenti nella pittura dell’artista, nemmeno nei numerosi teschi dipinti a partire dagli ultimi anni ’90


La montagna Sainte-Victoire è ancora attiva, continua ad emettere numerosi segnali, oscuri indizi. Per coglierli è necessaria un’attiva passività, ovvero quella particolare disposizione o disponibilità che Cézanne ha mantenuto per più di vent’anni di fronte alla feconda, multiforme natura provenzale. La scoperta dell’incredibile autoritratto “sepolto” nell’acquerello del museo di Filadelfia, pubblicata sul numero 88 di “Stile”, ha comportato un attento riesame di tutte le Sainte-Victoire che ha dato luogo a nuove importanti rivelazioni. Come scrivevamo allora, “svelato questo volto, nessuna Sainte-Victoire degli inizi del Novecento rimarrà la stessa. Anche nella Sainte-Victoire del Museo Nelson-Atkins di Kansas City, o in quella della collezione Pearlman, o del Museo Puskin, o del museo di Basilea, si scorgerà un sopracciglio, una narice, un tratto riconducibile ai lavori degli anni Settanta, al volto allora accigliato e un po’ scontroso del pittore”. In realtà, la tela del Puskin doveva svelare altro rispetto all’acquerello di Filadelfia. Se infatti quest’ultimo manifesta l’esito sconcertante di un lungo travaglio, ossia la nascita di un nuovo straordinario genere pittorico, il limpido e sereno “paesaggio-autoritratto” della Sainte-Victoire, il quadro di Mosca rivela un’altra occulta presenza ai piedi della montagna che domina Aix. Una presenza questa volta tragica, incredibilmente moderna. Dallo “scavo” della zona pedemontana emergono in successione, da sinistra verso destra, tre volti appena riconoscibili, quasi totalmente assorbiti dall’instabile materia pittorica. Il primo volto, delicato, sottile, un poco imbronciato, appartiene ad un giovane uomo, dai tratti riconducibili a quelli di un “Arlecchino” degli anni ’90, soggetto per il quale posò anche il figlio Paul. Il secondo volto è quello di un uomo adulto, dagli zigomi pronunciati e dallo sguardo presente, volto memore delle rappresentazioni dello zio Dominique, degli autoritratti più “costruttivi” e soprattutto del ritratto a matita di Delacroix, maestro al quale Cézanne dedicò una vera e propria “Apoteosi”. Il terzo volto costituisce l’apice di un climax ascendente che conduce alla tragicità più lacerante: l’osceno della vecchiaia, della malattia, della morte.

“Piramide di teschi”

“Piramide di teschi”

Un teschio dalla bocca orribilmente spalancata che non trova precedenti nella pittura di Cézanne, nemmeno nei numerosi teschi dipinti a partire dagli ultimi anni ’90, continui memento mori che testimoniano il pensiero sempre più angoscioso e assillante della morte. Solo pochi capolavori successivi, pienamente, tragicamente novecenteschi, mostrano una disperazione altrettanto nuda. Nell’urlo di Innocenzo X la pittura di Francis Bacon raggiungerà una potenza analoga. Joseph Rishel ha efficacemente colto l’eccezionalità di questa Sainte-Victoire che “esprime immediatezza e tensione come nessun altro paesaggio di Cézanne. Il caos sembra imminente, si gioca un conflitto titanico, la stabilità esige la presenza di ogni elemento, l’esaltazione della lotta è affascinante. Si sarebbe tentati di considerare questo paesaggio come l’ultima delle undici tele della montagna Sainte-Victoire vista dai Lauves, perché è difficile immaginare che Cézanne si potesse spingere oltre nel formalismo o nell’espressività. Il nervosismo e la densità della pennellata, lo spessore del colore che indica un’esecuzione a più riprese della tela con la sovrapposizione di numerosi tratti sono straordinari anche nel contesto delle opere tarde di Cézanne” (“Cézanne”, Leonardo Arte, 1995). Nella Sainte-Victoire di Filadelfia Cézanne ha interrato il proprio volto assimilandolo a quello di un paesaggio unico e inconfondibile, raggiungendo un altissimo risultato. Nella Sainte-Victoire di Mosca Cézanne ha sepolto tre volti appena riconoscibili nella “vermosa” terra cantata da Baudelaire: le tre età dell’uomo. Nella montagna sacra, luogo di culto personale e collettivo intriso di leggende e di memorie antiche, geologiche e storiche, ogni distinzione tra generi sostanzialmente diversi – ritratto, natura morta, paesaggio – è cancellata ed assorbita nello sfacelo e nell’assimilazione reciproca degli elementi. Cézanne ha sempre percepito l’aspetto sacro e funereo di questo luogo intriso di sangue pagano e cristiano. Nel suo “Voyage littéraire en Provence” (1780) Papon ha evocato, ispirandosi alle lettere di San Girolamo, le battaglie di Mario contro i barbari che nel 102 a.C. trasformarono l’intera zona ai piedi della Sainte-Victoire in un vastissimo cimitero. Nei numerosi disegni e acquerelli cézanniani che ritraggono le rocce nei pressi dello Chateau noir e le cave abbandonate di Bibémus le forme ricordano un ossario: crani e rotule incassati nella parete e trasformati lentamente in un morbido rocaille. La drammatica “Piramide di crani” dipinta alla fine degli anni ’90 fa pensare alle impressionanti teste mozzate celtiche di Entremont, trovate vicino ad Aix, che Cézanne conosceva bene. Il folle obiettivo di “rifare Poussin sulla natura” sembra dunque raggiunto. Et in Arcadia ego. Anche il pittore, anche il tempo e la morte abitano lo spazio edenico e primigenio della montagna Sainte-Victoire.



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