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Correggio, Dario Fo e il seno antifascista della Madonna


Un restauro “braghettone”. Madonna e Bambino privati della verità del contatto fisico. Alcuni particolari non secondari cancellati da una nuova campitura. Il quadro trasformato, di fatto, in un altro dipinto. Dario Fo torna sul caso del Correggio corretto da pudibonda mano di un restauratore nel 1934. Il j’accuse del premio Nobel per la letteratura è contenuto nel volume pubblicato da Franco Cosimo Panini, che si presenta come la trascrizione della conferenza che Dario Fo (1926), ha tenuto sul tema “Caravaggio al tempo di Caravaggio”, un viaggio sulfureo, com’è stile del nostro autore, nella pittura e nell’epoca di Michelangelo Merisi. Il libro muove dal rapporto tra crudeltà e follia, passando poi a delineare Roma ai tempi del Merisi, tra indulgenze ed esecuzioni capitali, la tragedia dei Cenci, la presenza di prostitute, di Maddalene e Madonne. Tutti elementi che, a giudizio di Fo, influenzarono fortemente il pittore lombardo che era giunto nella capitale pontificia, entrando nella bottega del Cavalier d’Arpino. La forza del linguaggio lombardo, orientato alla rappresentazione della realtà, senza finzioni, e il nuovo ambiente romano portarono Caravaggio a quel cortocircuito intellettuale che gli avrebbe permesso di sviluppare le teatrali – e veritiere – sacre rappresentazioni che avevano la stessa forza cruda di un film del neorealismo più austero. Dario Fo, nel libro esamina anche il caso de “La Madonna con il Bambino” di Correggio, a dimostrazione di quello che fu, per secoli, il tradimento della libertà espressiva. Osserviamo con attenzione le due immagini della cosiddetta “Zingarella”(1516-1517) di Correggio, la Madonna con bambino rappresentata, come avveniva nell’epoca – e ricordiamo a questo proposito la celeberrima Madonna zigana de “La Tempesta” di Giorgione – nelle vesti di una nomade.

La prima immagine a colori, pubblicata nel libro di Fo, documenta lo stato del dipinto dopo un pesantissimo intervento di restauro avvenuto negli anni Trenta, un’opera che, così sostiene il premio Nobel, “è stato drasticamente corretto, o per meglio dire, corrotto da un intervento censorio”. L’altra foto, in bianco e nero, documenta invece il quadro precedentemente al parziale rifacimento del XX secolo.“Incredibile è anche la data di questa manomissione: 1937 – scrive Fo – Durante il regime fascista, il Sovrintendente alle opere d’arte del tempo si è preoccupato di togliere di mezzo ogni riferimento allegorico al Cantico dei Cantici, lo stesso che noi già conosciamo grazie allo spartito retto da San Giuseppe nel dipinto del Caravaggio e che lì noi troviamo inserito in un episodio della ‘Fuga in Egitto’, tratto dal Vangelo apocrifo del II secolo dopo Cristo”. L’antico testo, argomenta l’autore, narra che la Vergine e il bambino, durante l’attraversamento del deserto, hanno sete e fame, sicché due angeli scendono rapidamente dal cielo, sospingono una palma affinché mamma e bambino possano raccogliere i datteri. “Tanto per cominciare – argomenta Fo – il censore ha fatto sparire uno degli angeli della parte superiore del dipinto, in particolare un bimbo alato, intento ad abbassare i rami della palma (.) Ancora notiamo che il bambino Gesù non ha il capo rivolto verso il petto di Maria come nell’originale, ma brutalmente il viso gli è stato torto in modo da allontanare la sua bocca dai seni della madre. Per concludere ci troviamo con un piccolo angelo sparito dal cielo, tolti di mezzo i datteri che alludono al seno della Vergine, quindi cancellato ogni riferimento al canto d’amore biblico (…) eliminato anche un cognilietto che s’affacciava sul lato destro, in basso, per evitare ogni riferimento atavico alla fecondità prodotta dall’amore”. (fbc)

Dario Fo, “Caravaggio al tempo di Caravaggio”, Franco Cosimo Panini, 175 pagine

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