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Costanza e Caravaggio, un legame indissolubile tra la marchesa e il pittore


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Scipione Pulzone, Presunto ritratto di Costanza Sforza Colonna

Scipione Pulzone, Presunto ritratto di Costanza Sforza Colonna

Caravaggio, Davide e Golia, presunto autoritratto di Merisi

Caravaggio, Davide e Golia, presunto autoritratto di Merisi

Che cosa sarebbe stato di Caravaggio senza questa donna, Costanza Sforza Colonna, madre di numerosi figli, moglie infelice poi vedova, che ha seguito il pittore passo passo per tutta la sua vita? La storia non permette illazioni, ma consente esclusivamente di incolonnare,  stringenti coincidenze di presenze negli stessi luoghi, che divengono, per assoluta dovizia, testimonianze di assoluta assiduità tra i due personaggi. Costanza protesse Michelangelo Merisi, anche al di là di ogni possibile imbarazzo. Imbarazzo che appare tra le righe di una lettera della zia di Merisi, che, da Caravaggio, chiede alla Marchesa, in quel periodo a Roma,  informazioni di tutti, meno che del nipote, come se quest’ultimo fosse destinato al silenzio. Imbarazzo per qualche intemperanza del giovanotto? O visto che non vi appare accenno, nemmeno negativo, la gentile governante volle evitare alla marchesa ogni possibile imbarazzo?  Ciò che è certo, analizzando tutti di documenti d’archivio è che Costanza- di solo sedici anni più vecchia di Michelangelo – ci fu, più o meno segretamente, dietro ogni spostamento di Merisi, offrendogli sempre protezione e aiuto, proprio fino agli ultimi giorni. E il recente materiale da noi rinvenuto nell’archivio dei barnabiti di Milano  relativo a un trasferimento temporaneo di Costanza da Milano a Roma. nel 1592, quando Caravaggio vendette, evidentemente per finanziare spese di un certo rilievo, gli ultimi appezzamenti di tempo, consentirebbe di pensare che il viaggio del 1596 – che oggi viene dato dalla maggior parte degli studiosi come data di approdo a Roma, basandosi, di per sé, su un documento non totalmente dirimente, sotto il profilo cronologico – probabilmente ci fu. Nell’archivio dei Barnabiti abbiamo trovato infatti una fitta corrispondenza tra Costanza e il suo assistente spirituale, Carlo Bascapè, su questo viaggio Il direttore spirituale cercava di trattenere Costanza con argomentazioni legate alla convenienza moarle, alle sorti del feudo, alla maggior spiritualità milanese.

Palazzo Sforza Colonna a Caravaggio, che nacque dall'unione di due edifici in corrispondenza con la "torretta". alla nostra destra sorgeva il palazzetto degli Aratori, di proprietà del nonno di Caravaggio

Palazzo Sforza Colonna a Caravaggio, che nacque dall’unione di due edifici in corrispondenza con la “torretta”. alla nostra destra sorgeva il palazzetto degli Aratori, di proprietà del nonno di Caravaggio

 

Ma la marchesa, che aveva ricevuto da Bascapè una lettera terribile -recentemente portata alla luce da Bernardelli Curuz e Conconi Fedrigolli nell’archivio dei barnabiti, a Milano – nella quale quest’ultimo la accusava di ricevere uomini “mezza svestita a letto”,  letteralmente scalpitava per fare i bagagli. Non è escluso che questo filo doppio che legava la marchesa a Michelangelo Merisi sia entrato in funzione anche nel corso del periodo esplorativo del 1592.  La marchesa intendeva assolutamente trasferirsi definitivamente a Roma – Milano le risultava indigestamente bigotta e insopportabile – e preparò pertanto il rientro definitivo nella propria città d’origine con prudenza e circospezione. Si può quindi ipotizzare che, poichè Caravaggio vendette gli ultimi suoi beni nel 1592, Merisi l’abbia effettivamente seguita una prima volta  proprio in quell’anno e che, pertanto, i suoi viaggi a Roma fossero due, il primo nel 1592 – come si riteneva un tempo – e il secondo – con il trasferimento definitivo – nel 1596.


Costanza Colonna era la seconda figlia di Marcantonio, eroe e protagonista nel 1571 della battaglia di Lepanto e nominato da Filippo II, nel 1577, viceré di Sicilia. Era nata a Roma probabilmente nel 1555. Appena tredicenne si trovò al centro di un affaire matrimoniale in cui oltre al padre era coinvolta un’altra famiglia dal blasone celebre: gli Sforza. In realtà si trattava di blasone ormai un po’ offuscato. E neppure si trattava del ramo principale della famiglia: il Francesco Sforza che pretendeva la mano della nobile romana infatti era marchese di Caravaggio. Si trattava comunque di un marchesato di una certa importanza, collocato com’era, a cerniera, tra le terre sotto controllo della Spagna e quelle della Repubblica veneziana.  Ma c’era una certa evidente sproporzione tra i due partiti, per quanto Marcantonio potesse considerare strategico il rendere più stabili i rapporti tra la sua famiglia e la corona spagnola che governava Milano.

Scalone d'accesso al palazzo della marchesa

Scalone d’accesso al palazzo della marchesa

Colonna esitò in un primo tempo anche per la giovinezza della figlia «d’età sì tenera», come scrisse in una lettera al cardinale Alessandro Sforza, che si era fatto tramite di suo nipote Francesco. Ma dovette sciogliere tutte le sue riserve quando nella partita entrò anche il cardinale di Milano, Carlo Borromeo, che si fece convinto sostenitore di quel matrimonio, che avrebbe rinsaldato i legami romani. Così, quando il 21 ottobre 1568 la ragazzina partì a bordo di una galera alla volta di Genova, il padre fece partire una lettera indirizzata al Borromeo, in cui esponeva tutte le sue inquietudini: «Donna Costanza mia figlia se ne viene a marito, et certo sento infinitamente questa sua lontananza, per esser così giovinetta, pur mi vo consolando la presentia di Vostra Signoria Illustrissima in Milano, dove so che mirerà per lei et ne terrà proportione». Puntualmente il cardinale, il 9 novembre, dava notizia a Marcantonio dell’arrivo della ragazza a Milano: «La Signora Donna Costanza nostra giunse qua iersera, et io l’ho vista…».
Il matrimonio tra la tredicenne Colonna e il diciassettenne Sforza era arrivato in porto. Ci fu in realtà un clamoroso contrattempo, che creò non pochi imbarazzi al cardinale, in quanto dopo pochi mesi Costanza iniziò a lamentarsi con il padre di essere maltrattata dal marito, tanto che il Borromeo le trovò rifugio in un monastero di Milano e pensò allo scioglimento delle nozze. Ma un colpo di scena risistemò la situazione: le suore scoprirono che la ragazza era incinta, fatto che dimostrava l’infondatezza delle voci sull’impotenza del marito. Costanza – che per la sua giovane età aveva evidentemente scambiato le avances del marchese per violenze nei suoi confronti – tornò a Caravaggio dove poco alla volta divenne sempre più padrona della situazione e dove mise al mondo ben dodici figli. E san Carlo continuò ad assicurarle la sua paterna e assidua protezione, come dimostra il fittissimo epistolario conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano.
Ma Michelangelo Merisi come entra invece nell’orbita della marchesa Costanza? Il 14 gennaio 1571 a Caravaggio vennero celebrate le nozze di Fermo Merisi e Lucia Aratori, esponente di una famiglia del piccolo patriziato locale. Il padre di Lucia era agrimensore. Il prozio era stato notaio. la famiglia aveva abitato per lungo tempo, prima dell’arrivo degli Sforza in un palazzo gotico di un certo rilievo, nella piazza, dotato di formelle lignee dipinte. Con l’arrivo degli Sforza gli Aratori avevano ceduto il palazzetto affinchè dall’unione di quest’ultimo con l’edificio municipale, potesse sorgere il palazo marchionale. I rapporti tra Giovan Giacomo Aratori – che si occupò, come procuratore, degli affari della famiglia marchionale e che sedette nel potente consiglio d’amministrazione della Basilica – e la famiglia Sforza erano strettissimi e improntati a una reale amicizia. Fu forse per questo che, per quanto Fermo Merisi, padre di Michelangelo,  fosse un semplice muratore, al matrimonio, come attestano i documenti, fosse presente, in qualità di testimone, anche il marchese Francesco. Il 29 settembre, giorno di san Michele Arcangelo, nacque il primogenito di Fermo e Lucia, che, per questa coincidenza onomastica, venne chiamato Michelangelo. Nacque probabilmente a Milano, dove Fermo lavorava e dove aveva casa vicino a San Vito in Pasquirolo. Ma nel 1577 l’intera famiglia era certamente tornata a Caravaggio per sfuggire alla peste che aveva colpito Milano e che Fermo non riuscì comunque a evitare: morì infatti il 20 ottobre di quello stesso anno.
Toccò così a Lucia, accanto al nonno Gian Giacomo,  farsi carico dei figli sopravvissuti: Michelangelo, appunto, e poi Giovan Battista e Caterina. E qui iniziano a infittirsi gli indizi di un primo contatto tra il futuro artista e la marchesa di Caravaggio. Innanzitutto il nonno materno, Giovan Giacomo Aratori, era stato nominato procuratore della famiglia Colonna-Sforza. In secondo luogo la zia Margherita (sorella della mamma di Michelangelo) era l’affezionatissima balia dei figli di Costanza: si conservano tante lettere piene di tenerezze tra lei e la marchesa. In terzo luogo a Caravaggio, su indicazione di san Carlo (ne parla lui stesso in una lettera del 18 gennaio 1570), era stata «introdutta la schola di dottrina cristiana… e la Marchesa va lei medesima a insegnarla». Giacomo Berra, autore del libro storico dedicato alla giovinezza di Caravaggio, conclude che «è una notizia particolarmente interessante in quanto si potrebbe ipotizzare che qualche anno dopo la stessa Costanza abbia esposto al giovanissimo Michelangelo gli elementi fondamentali della dottrina cristiana».
Possiamo solo immaginare quale fosse la vita di un borgo che aveva nell’agricoltura la sua prima ricchezza, ma che viveva anche attorno a quel santuario che godeva di sempre maggior devozione e popolarità. Nel 1571 sempre il Borromeo ne aveva ordinato il rifacimento per avere una chiesa più degna. Il progetto venne affidato al suo architetto di fiducia, Pellegrino Tibaldi; ma il cantiere che s’incaricò di realizzare l’opera monumentale era quello di Bartolomeo Merisi e Fermo Degano. Il primo era zio di Michelangelo: il quale, da ragazzino, è assai presumibile – essendo figlio di muratore – che abbia lavorato per qualche tempo agli ordini di Bartolomeo tra le mura del nuovo grande santuario.
Comunque nel 1584 il Caravaggio prende un’altra strada: va come apprendista a Milano nella bottega di un pittore, Simone Peterzano. Nella scelta probabilmente entrò in gioco anche l’architetto di san Carlo, Pellegrino Tibaldi, che lo avrebbe aiutato a collocarsi a bottega. La madre Lucia sposò con convinzione l’idea, tanto da vendere alcune proprietà per finanziare l’apprendistato, siglato con atto notarile del 6 aprile 1584.
La marchesa Costanza, dal canto suo, sta sempre discretamente nell’ombra; ma anche lei frequenta assiduamente Milano, quando Caravaggio è a bottega, con lunghi soggiorni nel palazzo di famiglia -in precedenza non vi risiedeva volentieri –  situato dov’è l’odierna piazza Missori. Ed è facile pensare che abbia seguito con attenzione il crescere di quel giovane talento. Prove non ce ne sono; tuttavia gli indizi di una strettissima vicinanza emotiva a quel ragazzo sono molto numerosi. E si protraggono per tutta la vita del Caravaggio. Prendiamo ad esempio il decisivo viaggio a Roma. Il giovane Michelangelo lo fece in una data imprecisata ma di poco successiva al 1° luglio 1592, come ricaviamo dall’ultimo documento che lo attesta ancora in Lombardia. Da altre fonti sappiamo che nell’estate di quel 1592 anche la marchesa Costanza si trovava a Roma e c’è probabilmente il suo intervento nella prima sistemazione romana del pittore, presso monsignor Pandolfo Pucci da Recanati, amico della famiglia Colonna.

Ma gli interventi di Costanza si rivelarono ben più preziosi quando la vita di Caravaggio prese la piega drammatica dettata dal suo “cervello stravagantissimo”. Il 29 luglio 1605, dopo il primo fatto di sangue di cui si era reso colpevole, era fuggito a Genova e qui aveva trovato rifugio e lavoro presso la famiglia Doria, cioè una famiglia legata strettamente ai Colonna. Tornato a Roma, Caravaggio l’anno successivo si rese responsabile di un fatto ancor più grave, l’omicidio, commesso il 28 maggio, di Ranuccio Tomassoni. Per evitare la condanna fuggì da Roma trovando rifugio nel principato di Paliano, feudo dei Colonna e già proprietà del padre di Costanza (qui tra l’altro Caravaggio dipinse la Cena in Emmaus oggi conservata a Brera). E i documenti confermano che la marchesa Costanza sino al 18 ottobre di quel 1606 si era certamente fermata a Roma.
E per quale motivo poi Caravaggio nella sua fuga da Roma, lasciando Paliano, si dirige verso Napoli? Perché sapeva di poter contare su appoggi affidabili e potenti: in particolare quello di Luigi Carafa Colonna, nipote di Costanza. La quale, puntuale, si fa trovare a sua volta a Napoli, dove è documentata la sua presenza il 14 giugno 1607. E come va Caravaggio da Napoli a Malta proprio nel giugno 1607? Viaggiando sulla galera di Fabrizio Sforza, figlio di Costanza, e cavaliere dell’Ordine di Malta.


Infine c’è l’atto finale, quel drammatico viaggio del 1610 da Napoli alla volta di Roma che si sarebbe concluso con la sua morte. Nell’ottobre 1609 Caravaggio, tornato di nuovo a Napoli, era stato ferito gravemente davanti all’Osteria del Cerriglio. Per sfuggire ai suoi sicari, come documentano alcune lettere ritrovate nell’Archivio Segreto Vaticano da Vincenzo Pacelli, si sarebbe rifugiato nel palazzo Carafa Colonna di via Chiaia, lo stesso dove alloggiava, con il suo seguito, la marchesa Costanza. Fu lei a far da tramite con papa Paolo V per ottenere la grazia per il pittore? Non ci sono prove. Ma certo Caravaggio intraprese il viaggio fatale dell’estate del 1610 nella convinzione di poter contare ancora una volta su una mano potente. Andò molto diversamente per motivi che restano misteriosi. E quel geniale suddito a cui la marchesa sognava di affidare la decorazione della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli (come riferisce Capaccio, un cronista dell’epoca) finì, tra il deliquio della febbre,. il suo viaggio e la sua vita nell’ospedale di Porto Ercole il 20 luglio 1610. E le opere che portava con sé ripresero la strada di Napoli e, pur temporaneamente, consegnate a Costanza.

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