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Domenico Ghidoni, un grande scultore stroncato dalla censura dell’Italietta


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Il Comune di Ospitaletto, cittadina alle porte di Brescia, ha avviato un importante percorso nell’ambito dell’opera dello scultore Domenico Ghidoni, volto a rendere vivo il ricordo dell’illustre concittadino, con la finalità culturale e sociale di trasformare un riconoscimento in una volontà di crescita sul piano del presente. Un progetto che parte dal premio biennale internazionale di scultura contemporanea, che porterà a una mostra delle opere dei finalisti, tra dicembre e gennaio, e a numerose altre iniziative che sfoceranno nell’apertura del nucleo di un museo dedicato all’artista e alle tecniche della scultura.

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di Adriana Conconi Fedrigolli

Domenico Ghidoni nasce il 17 novembre 1857 a Ospitaletto (Bs) da Felice e Maria Bambina Inselvini, in una modesta famiglia di agricoltori. Passa la prima giovinezza a lavorare nei campi, ma è già vivo in lui l’amore per l’arte, spesso infatti intaglia oggetti di legno.

 

Nel 1877 è accettato come apprendista nell’atelier di Corso Magenta, a Brescia, dello scultore Pietro Faitini, che annovera tra i suoi discepoli anche Luigi Contratti e Angelo Zanelli. Contemporaneamente alla sera frequenta la Scuola di Disegno annessa alla Pinacoteca Tosio, in seguito denominata Scuola Moretto. L’incontro con l’architetto Antonio Tagliaferri, membro del Consiglio direttivo, sarà determinante perché veglierà su di lui per tutto il corso della sua carriera artistica. Ed è proprio grazie alle sollecitazioni di Tagliaferri che Ghidoni, nel 1879, si trasferisce a Milano per frequentare la Regia Accademia di Brera, completando gli studi nel 1884, dove presto riceve menzioni onorifiche nei concorsi scolastici. Molto probabilmente in questi medesimi anni frequenta, all’Accademia Albertina di Torino, i corsi di Odoardo Tabacchi.

 

Nel 1884 si offre per la realizzazione del Monumento a Tito Speri, posto nell’omonima piazza a Brescia, che conclude nel 1888, chiedendo un compenso pari alla copertura delle spese; nel medesimo anno porta in mostra all’Esposizione Generale Italiana di Torino Il venditore d’acqua, opera orientaleggiante, ma già di impronta verista, attualmente ai Musei Civici di Brescia. Iniziano ad arrivare anche le prime commissioni dalla città meneghina: nel 1885 gli allogano il Monumento Garbagnati, posto nel Cimitero Monumentale, composizione molto vicina ai lessemi stilistici di Giuseppe Grandi. Nel 1887 conclude per la Parrocchia di San Giacomo ad Ospitaletto la lunetta a bassorilievo raffigurante Cristo tra i fanciulli, per l’altare del Rosario, a seguito dell’incendio del 1886 che bruciò l’altare ligneo preesistente.  Nel 1891 porta in mostra all’Esposizione di Belle Arti Triennale di Brera gli Emigranti;  con questo gruppo a soli trentaquattro anni raggiunge la fama nazionale, infatti oltre al prestigioso Premio Tantardini gli viene conferito il titolo di Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro. I meritatissimi riconoscimenti e attestazioni di stima per un’opera di realismo sociale eccezionale per compostezza, dignità e forte carica emotiva si interrompono bruscamente con la presentazione de Le nostre schiave all’Esposizioni Riunite di Milano del 1894. L’opera non viene ammessa dalla commissione perché ritenuta “non opportuna e sconveniente”. Il gruppo raffigura tre giovani donne discinte sedute su un divano in attesa di nuovi clienti.

 

Le nostre schiave che  rappresenta con Emigrati la summa artistica di Ghidoni non è mai stata trasferita dal gesso in bronzo o in marmo, di essa rimane una fotografia d’epoca e frammenti di alcune parti, ed è proprio con quest’opera eccelsa che si chiudono per lo scultore le porte della committenza milanese e nazionale. E’ infatti allontanato dalla Veneranda Fabbrica del Duomo e le sue opere sono escluse da varie Esposizioni, tra cui quella di Venezia. L’artista si riprenderà a fatica dalla polemica che successivamente ne scaturisce e mai risponderà a nessuna critica. La sua risposta è quella di esporre il gesso de Le nostre schiave in una Galleria che sarebbe stata sul passaggio obbligato per i Sovrani in visita all’Esposizione. Anche in questo momento di grande difficoltà a supportarlo è sempre l’architetto Antonio Tagliaferri attraverso il quale ottiene nuove commissioni a Brescia, come lo splendido Monumento Da Ponte (1897), posto al Vantiniano di Brescia, il Monumento ad Alessandro Bonvicino detto il Moretto (1898), voluto dall’Ateneo di Brescia in virtù del Legato Gigola e collocato nell’omonima piazza.

 

Riceve anche molti altri incarichi, da parte dell’antica nobiltà e dell’emergente borghesia imprenditoriale, di opere di soggetto di genere, tanto caro al gusto del periodo in cui l’artista riesce a dare prova di sapersi misurare e affrontare con grande maestria i mutamenti stilistici che interessano i decenni di passaggio al XX secolo, riuscendo a reinventarsi sempre a livelli notevoli. Ghidoni scolpisce anche diversi monumenti funerari, tra cui impossibile non menzionare il  Monumento a Maddalena Monge Grün del 1910, collocato al Cimitero Monumentale di Milano in cui lo scultore conferisce levità all’algido marmo nella resa della spinta ascensionale verso l’alto della giovane ritratta.  A seguito di una lunga malattia lascia Milano per trasferirsi a Brescia, dove muore, assistito dalla nipote Bina, il 2 settembre 1920. E’ sepolto nel cimitero di Ospitaletto. Successivamente su decisione dell’Amministrazione Comunale di Brescia in ricordo dello scultore è eseguita la fusione in bronzo degli Emigranti. L’inaugurazione avviene il 1 novembre 1922. Attualmente l’opera è collocata al Museo del Risorgimento a Brescia.

 

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UN VIAGGIO TRA LE OPERE DI DOMENICO GHIDONI

 

 

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