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François Morellet – Intervista, la formazione, le scelte estetiche

CONTEMPORANEA

RAGIONE E SENTIMENTO

Intervista esclusiva di Stile
a François Morellet,
storico maestro
dell’arte visuale.
L’entusiasmante stagione
parigina del Grav,
di cui è stato fondatore.
La sfida continua
alle variabili della materia
e la matematica come base
delle umane emozioni.
Tra i suoi modelli,
Picasso e Duchamp,
ma anche Paolo Uccello
e Piero della Francesca

François Morellet è nato a Cholet, in Francia, nel 1926. Dal 1952 ha adottato un linguaggio fondato sulla ripetizione seriale di motivi geometrici primari in composizioni all-over dagli effetti optical. Dalla seconda metà degli anni Cinquanta ha dato inizio alla serie delle trame, griglie ortogonali sovrapposte, dipinte o realizzate con barrette metalliche in modo da formare strutture tridimensionali sferiche.
Nel 1960 ha fondato – insieme a Horacio García Rossi, Julio Le Parc, Francisco Sobrino, Joël Stein e Jean-Pierre Yvaral – il mitico Groupe de Recherche d’Art Visuel (Grav); negli stessi anni esplorava le possibilità del neon e delle modulazioni luminose, per approdare poi a studi sull’integrazione opera-supporto e opera-ambiente, all’origine dei suoi numerosi interventi nel contesto urbano. I lavori di Morellet combinano rigore matematico ed aleatorietà del caso, come nella serie Géométrees (1983-85), che sovverte l’ortodossia costruttivista generando forme rigorose a partire da suggestioni naturali (rami e alberi).
L’artista ha esposto nei più importanti musei internazionali: il Centre Georges Pompidou e la Galerie Nationale du Jeu de Paume di Parigi, il Musée d’Art Moderne et Contemporain di Strasburgo, il Musée d’Art Contemporain di Lione, il Musée des Beaux-Arts di Nantes, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, lo Stedelijk van Abbemuseum di Eindhoven, il Kunstverein di Amburgo e di Francoforte, il Kunstmuseum di Bonn, la Städtische Galerie di Monaco, il Centro de Artes Hélio Oiticica di Rio de Janeiro ed altri ancora.

intervista di Enrico Giustacchini

Il vicedirettore di Stile ha intervistato François Morellet.

Vorrei che questa intervista iniziasse con un suo ricordo della stagione parigina del Grav, il Groupe de Recherche d’Art Visuel, di cui nel 1960 è stato tra i fondatori.
La stagione del Grav è stata molto importante per me. Soprattutto per la decisione, assunta all’interno del gruppo, di abbandonare la pittura. Per noi il quadro era morto, esattamente come la scultura con i materiali tradizionali: il bronzo, il marmo, per esempio. Le nostre scelte, radicali e provocatorie, erano dovute pure, in parte, al clima di generale favore di cui godevano all’epoca i gruppi artistici.
In ogni caso, senza il Grav non avrei certo utilizzato il neon, non avrei ideato installazioni ambientali, non avrei cercato la partecipazione degli spettatori. Benché debba ammettere dire che, più che coinvolgerli, quei poveri spettatori, li aggredivo… Il bilancio dell’esperienza è stato comunque, nel complesso, positivo. Almeno così credo. I risvolti negativi sono semmai quelli legati a vicende burocratiche e, più ancora, ad un nostro atteggiamento che oggi giudico demagogicamente rivoluzionario. Per fortuna, tuttavia, in quegli anni i miei compagni di avventura ed io, oltre ad essere stati invitati a manifestazioni internazionali prestigiose, ci siamo molto divertiti.
Dirò, in verità, che la mia presa di posizione in favore di un’arte concepita prima di essere realizzata con una modalità precisa e neutra, era maturata anteriormente al Grav, e cioè attraverso l’Arte concreta, che avevo scoperto in Brasile nel 1950. D’altro verso, il mio gusto per gli all-over, per l’assenza di composizione, è emerso con chiarezza per la prima volta, penso, al Musée de l’Homme di Parigi davanti alle tapa (dipinti eseguiti su una sorta di carta ottenuta da cortecce battute e pressate, ndr) dell’Oceania, o forse all’Alhambra di Granada. Per quanto concerne l’hasard systématique, io l’ho ritrovato già nei lavori compiuti insieme da Hans Arp e Sophie Taeuber nel 1918.
Mi accorgo solo ora, però, che ho parlato poco del Grav e ricondotto ogni cosa a me stesso: che ci vuol fare, questi sono gli artisti!

Le sue opere sono fondate su solide basi e processi razionali, matematici, eppure non mancano di provocare forti emozioni in chi le guarda. Secondo lei, a che si deve tutto questo?
Marcel Duchamp, in un’intervista, alla domanda: “Che senso dà alle sue ultime creazioni?”, rispose: “Il compito di dar loro un senso è dello spettatore”.
Io sono d’accordo con lui. Un bell’esempio in proposito può essere individuato nell’influenza, anzi nella vera e propria infatuazione per l’Art Nègre da parte di Picasso e dei primi cubisti. Ebbene, mi sembra che questi artisti non si siano mai preoccupati di comprendere qual senso avessero le opere per i loro autori. E’ stato solo assai più tardi che si è cercato di saperne di più.
Le mie opere sono delle “illustrazioni” di sistemi che fanno riferimento agli elementi basilari della matematica: 1, 2, 3, 4… In principio non significano nulla di più, ma sono felice che provochino “forti emozioni” quando le si guarda. Sovente io stesso, davanti ad un mio lavoro ultimato, provo felicità, od angoscia, o magari una sensazione di vuoto assoluto.
Molto tempo fa ho scritto su questo argomento un ampio testo che aveva come titolo: Dallo spettatore allo spettatore, ovvero l’arte di preparare il proprio pic-nic.

Nel suo lavoro, lei ricorre ad una pluralità di elementi: pittura, scultura, disegno, installazioni. Un artista, per essere veramente tale, deve essere “completo”?
Mi è sempre piaciuto indagare le modalità con cui un artista può affrontare la sfida con i materiali che ha scelto: siano essi pittura ad olio od acquerello, siano rami d’albero o lampade al neon.
Per rispondere alla sua domanda: no, non sono un artista completo, ma è vero che mi sento più eccitato a commisurarmi con le difficoltà dovute ai nuovi (almeno per me) materiali, che non a proporre nuovi messaggi con materiali vecchi, già conosciuti.

Per lei, maestro dell’utilizzo della luce, che cos’è, che cosa rappresenta la luce?
E’ un elemento così importante per me che in alcune mie opere ho voluto “giocare” con le sorgenti stesse della luce artificiale: lampadine elettriche, tubi al neon, flash, piuttosto che con i riflessi della luce (materiale o artificiale), come ha fatto il 99% degli artisti.

Lei si è confrontato anche di recente con alcuni grandi artisti del passato (Monet, Palladio…). Ci può dire chi sono, tra di essi, quelli che predilige, e per quali ragioni?
Fra gli artisti del passato, ho amato in particolare Piero della Francesca, Paolo Uccello, Goya, Turner, Monet, Seurat, Rodcenko, Mondrian, Vantongerloo, Max Bill; e poi, ovviamente, Klee, Duchamp e Picasso. Le ragioni delle mie scelte (scelte che forse non appariranno troppo originali) sono molteplici: quel che è certo, è che ciascuno di tali maestri ha apportato, nella propria epoca, una nuova concezione dell’arte. Non volendo parlar male di nessuno, non mi avventurerò a citare i contemporanei. Aggiungerò infine che devo molto pure ad artisti anonimi delle Cicladi, a quelli – già ricordati – dell’Alhambra di Granada e delle tapa oceaniane e ad altri ancora.

 

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