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Il diavolo fa l’imprenditore. Professionisti all’inferno negli affreschi di Sant’Agata dei Goti

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In “Lavorare all’inferno” Chiara Frugoni e Francesco Abbate analizzano gli affreschi dell’Annunziata di Sant’Agata dei Goti evidenziando la rassegna di cattivi artefici  e artigiani puniti con le fiamme eterne. Segno che il mondo stava cambiando

di Sandra Baragli

“Lavorare all’inferno”. Il libro a cura di Chiara Frugoni, edito da Laterza, è un’interessante occasione per ripensare ad uno dei monumenti pittorici tra i più famosi del tardo gotico-campano tentandone una nuova attribuzione e, soprattutto, facendone una nuova lettura che mette in luce le motivazioni storiche di alcune scelte iconografiche.

La chiesa della SS. Annunziata a Sant’Agata dei Goti, nel Beneventano, sorse nella seconda metà del Trecento, accanto ad un luogo di cura e di accoglienza per poveri e ammalati, noto dai documenti come “Hospitale”. Già alla fine del Trecento le pareti dell’abside erano coperte di affreschi di carattere votivo e didattico: una serie di santi con miracoli e storie della loro vita e scene rappresentanti episodi dell’infanzia di Gesù. Agli inizi del secolo successivo veniva poi dipinta la controfacciata della chiesa, con immagini di un Giudizio Universale che ancora affascinano e colpiscono il visitatore. Il grande affresco raffigurante il Giudizio Universale è dipinto sul lato ovest dell’edificio, dove il sole tramonta illuminando simbolicamente la scena dell’ultima notte del mondo

Nelle immagini: particolari degli affreschi dell’Annunziata di Sant’Agata dei Goti

Nelle immagini: particolari degli affreschi dell’Annunziata di Sant’Agata dei Goti

. Nella parte alta dell’affresco si erge la figura di Cristo Giudice, all’interno di una mandorla. Egli domina la scena, per le enormi proporzioni, manifestando agli occhi dei credenti la visione trionfale di Dio, Giudice e Cristo trionfante sulla morte ad un tempo, come attestano i segni della Passione che emergono sulle mani e sui piedi, volutamente sproporzionati per metterli in evidenza.

Ai lati del Cristo, seduti su stalli lignei, sono raffigurati gli apostoli; alle sue spalle, erano rappresentati bellissimi serafini oranti in ginocchio, di cui oggi rimangono solo le sinopie. Mentre tutta la raffigurazione traduce in immagini i versetti evangelici che si riferiscono al Giudizio – come il fatto che Cristo accolga gli Eletti alla propria destra e respinga i peccatori alla propria sinistra – l’immagine degli angeli alle spalle del Giudice è tratta dall’arte profana che, dal IV secolo, era solita rappresentare le autorità attorniate dai propri soldati. Sotto agli apostoli, due bellissimi angeli, dai tratti “cortesi”, suonano la tuba, ancora una volta, seguendo fedelmente il racconto evangelico. Ed ecco che alla destra di Cristo è rappresentata la resurrezione di morti: dai sepolcri aperti, emergono uomini e donne dai corpi incorrotti e nudi; alcuni con le mani congiunte, altri stupiti per quello che sta accadendo.

Sotto la mandorla, al centro della composizione, sono rappresentati la Vergine e San Giovanni Battista in preghiera, in segno di intercessione per i peccatori. Più in basso, sotto di loro, è raffigurata l’Etimasia: un altare su cui sono rappresentati gli strumenti della Passione (tre chiodi, la corona di spine, la canna con la spugna e il contenitore dell’aceto, la lancia, due scudisci, la colonna alla quale Gesù fu legato durante il processo); si tratta di una rappresentazione simbolica del corpo di Cristo che, nelle immagini del Giudizio Universale, compare dal XIV secolo. Sotto l’altare sono raffigurate figure maschili nude, in piedi, oranti, che la scritta ai loro piedi, identifica con i martiri Innocenti. Più in basso, alla destra di Cristo, si trova la Gerusalemme Celeste, all’interno delle cui mura turrite è Abramo (al centro), affiancato da Isacco e Giacobbe.

L’immagine di Abramo che accoglie nel proprio grembo gli eletti fu molto usata in età medievale per rappresentare il paradiso, traendo spunto dal racconto del ricco epulone presente nel Vangelo di Luca in cui si dice che “il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo” (Luca, 16,22). La visione paradisiaca è deliziata anche da una rigogliosa vegetazione e da fiori e frutti che vengono raccolti dagli eletti e cosparsi da due angeli che si affacciano dalle finestre sulle schiere dei nuovi beati che si avvicinano alla porta del Paradiso, accolti da San Pietro.

Tra questi sono raffigurati santi, ecclesistici, pie donne e monarchi, tra i quali è stato ipotizzato di riconoscervi Ladislao di Durazzo (1390-1414) e Carlo III (1381-1386), che appaiono raffigurati in primo piano, ipotesi che sembra essere confermata dall’aver riconosciuto in un personaggio raffigurato all’inferno il papa Urbano VI (1378-1389), che la didascalia, ritoccata in un secondo momento, definisce “Julian(us) apostata”, sostituendo la precedente “Urbanus papa”. Questa importante ipotesi fa supporre che gli affreschi siano stati eseguiti dopo il 1414, anno della morte di Ladislao di Durazzo. Nella parte sinistra rispetto a Cristo Giudice, sono rappresentate le anime che escono dal fiume per essere pesate – un’interessante raffigurazione del Purgatorio “inventato” alla fine del XIII secolo come terzo luogo nella geografia dell’aldilà – e un bellissimo San Michele – che ricordava ai fedeli che la giustizia divina sarebbe giunta per tutti – affiancato dalla lotta tra Virtù e Vizi – sette donne incoronate e aureolate che spingono con dei bastoni le teste di altrettante figure femminili nel fuoco dell’Inferno, di cui si apre il terrificante scenario -.

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Qui, tra le tenebre e il fuoco, si aggirano diavoli e serpenti dall’aria minacciosa, artefici di torture eterne. Su un albero avvolto dalle fiamme sono appesi alcuni peccatori, legati da una fune che cinge l’organo con il quale maggiormente peccarono, in una sorta di contrappasso (per esempio il ladro appeso per il braccio destro) che prolungava l’infamia e la tortura in un’eterna punizione. Altri peccatori sono preda di terribili mostri infernali ma, la parte più curiosa di questo affresco, è quella dedicata ad alcuni lavoratori che vengono puniti nel fuoco eterno per l’errato esercizio della propria attività. Un fabbro, un banchiere, un giudice, un notaio, un calzolaio, un mugnaio, un oste, un macellaio e probabilmente un sarchiatore, tutti accompagnati dagli attrezzi tipici del loro mestiere e da una scritta che li qualifica, sono avvolti dalle fiamme dell’inferno e puniti da un serpente che morde loro le braccia. La presenza all’inferno di categorie socio-professionali costituisce una testimonianza della nuova realtà economica e civile che si andava affermando nella società bassomedievale, dove giudici, notai, mercanti e artigiani, erano ormai diventati indispensabili alla vita cittadina.

E’ cosa nota di come il lavoro, in età medievale, fosse visto prima come penitenza, conseguenza del peccato originale, poi, a partire dall’XI secolo, fosse sempre più valorizzato all’interno della nuova società borghese e cittadina che si andava formando. Con lo sviluppo urbano muta il quadro sociale e la città si popola di nuove professioni: artigiani, mercanti, notai, giuristi, insegnanti, portatori di valori nuovi, profani, di un nuovo attaccamento ai piaceri della vita, non più vissuta soltanto nell’attesa dell’aldilà. Davanti a tali cambiamenti la Chiesa cerca di porre un controllo, sia insistendo sulle pene infernali sia promuovendo le rappresentazioni di temi macabri all’interno degli edifici sacri, inoltre adeguando la predicazione e la confessione alle nuove categorie sociali. Ecco, così, che le predicazioni di Giordano da Pisa (XIV secolo) e Bernardino da Siena (XV) sono rivolte spesso a mercanti e artigiani, ammonendoli contro le frodi, attraverso l’uso di falsi pesi o misure o la vendita di merci avariate o scadenti. Del resto, bisogna aggiungere, questi problemi non preoccupavano solo la Chiesa, ma anche gli Statuti cittadini, che cercavano di regolamentare il comportamento delle nuove professioni.

L’affresco della chiesa dell’Annunziata a Sant’Agata dei Goti è un vero e proprio manifesto della società che lo produsse, con le sue credenze, le sue paure, la sua cultura e la sua abilità tecnica. Dall’analisi storico-artistica, eseguita da Francesco Abbate, infatti, emerge un artista raffinato dal bagaglio culturale senese-catalano-provenzale, forse lo stesso “Maestro Marco” che firmò timidamente, ma con evidente orgoglio, la parte terminale della grande Crocifissione nella chiesa di S. Margherita a Maddaloni, probabilmente membro di una bottega itinerante attiva nella provincia campana nei primi decenni del Quattrocento. La sua opera non può non far ricordare le parole di Guglielmo Durante, che nel suo “Rationale”, scritto nel XIII secolo, affermava che “la pittura commuove più della scrittura”, nella speranza, come scrive Chiara Frugoni, che il lettore, accompagnato dalle immagini di questo affresco in una sorta di visita virtuale, “si trasformi in turista, lieto, al suo ritorno, del viaggio intrapreso”.

“Lavorare all’Inferno. Gli affreschi di Sant’Agata de’ Goti”, a cura di Chiara Frugoni, Laterza, pp. 165, 91 illustrazioni a colori, 35 euro.

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