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La Natività Stern, una luce rococò al fondo della notte

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“La maggiore qualità della Natività di Stern sta, comunque, nel modo in cui i suoi precedenti vengono assimilati nella traduzione degli amorosi affetti, in valori atmosferici, nordici, e perfettamente padani, passando dal cuore all’aria” (Vittorio Sgarbi)

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Datata 1724, la “Natività” di Stern, pittore bavarese conosciuto in Italia con il nome di Ignazio Stella (Mariahilf, Passavia, 1680 circa – Roma 1748), raffigura un momento particolare della storia della nascita di Gesù: la Madonna in estasi rivolge il suo sguardo verso Dio dopo avere ricevuto la grazia di concepire suo Figlio. La luce notturna che avvolge l’evento, e che deriva da una tradizione illustre che annovera fra gli artisti più significativi Correggio, Luca Cambiaso, Rubens e numerosi caravaggeschi, sottolinea l’intimità della scena che suscita, grazie ai suggestivi contrasti luce-ombra, una forte emozione nello spettatore. La particolare iconografia è tratta dalle Celesti Rivelazioni di santa Brigida di Svezia; secondo la visione avuta dalla santa nella Grotta di Betlemme, come afferma Vittorio Sgarbi, “Maria, col capo velato, raccoglie il Bambino freddoloso e rivolge il ringraziamento a Dio, non pregando chinata, ma rivolgendo gli occhi al cielo, ancora in preda agli ultimi effetti dell’estasi che l’aveva coinvolta prima del parto. Il canto angelico del racconto brigidiano si è personificato in creature celesti, giovani e giovanissime, che partecipano direttamente all’evento. Giuseppe, che nella visione ricompare, piangente, solo dopo il ringraziamento di Maria, qui è già stato integrato nel gruppo. Se le Rivelazioni di Brigida possono essere considerate la fonte letteraria della nostra opera, l’ispirazione pittorica è ancora più stringente: la “Notte” (Adorazione dei pastori) di Correggio, la prima grande Natività in notturno della storia dell’arte italiana”. E ancora, commentando il dipinto, il critico ne evidenzia le “sfumature nebbiose, impalpabili, che coprono di rugiadosa cipria forme e colori, lasciando scorrere bagliori di luce che vincono l’oscurità e si riverberano, ora docili, ora imprevedibili, sulle carni, in risposta ai ritmi cadenzati imposti dai panneggi delle vesti. Un’esibizione di pittoricismo davvero notevole, in anticipo sui tempi, questa di Ignazio Stern, artista, in fin dei conti, più emiliano che bavarese”.

Realizzato dopo il trasferimento dell’artista a Roma da Forlì, città in cui si era formato presso la bottega di Cignani, l’opera era destinata alla devozione privata: ne è prova la disinvoltura con cui l’artista ha realizzato la composizione della scena, uno stile personale che rivela una sensibilità pittorica, vibratile, musicale, dolce e intensa allo stesso tempo, ben diversa dalle commissioni pubbliche, controllate, poco fantasiose, spesso di impostazione rigida. Il tema descritto è un soggetto caro a Stern, di cui conosciamo altre versioni che ne attestano la fortuna (una a Pommersfelden, coll. Graf von Schönborn; l’altra a Parigi, coll. Rosenberg). Un’altra replica, con le tonalità più chiare, invece, è riapparsa solo poco tempo fa (Christie’s, Milano, 26 novembre 2009, lotto 104).

Tra influenze emiliane, squisite raffinatezze formali e cromatiche ispirate alla pittura rococò di Luti, Trevisani e Michele Rocca – interpreti a Roma di un indirizzo stilistico in perfetta sintonia con il gusto francese – la cifra della personale sintesi pittorica a cui giunse Stern è ben visibile in questo dipinto dai toni eleganti. Peculiari del raffinato eloquio del maestro bavarese sono, ancora, l’atmosfera ovattata, la stesura morbida degli impasti dai toni freddi e dall’aspetto smaltato e il generale effetto di nitore e limpidezza derivante dalla sua prima educazione nordica. Con Ignazio Stern inizia quindi una stirpe di artisti, protrattasi fino all’Ottocento avanzato che, a Roma, accompagna sotto il segno di una propizia congiuntura culturale fra Italia e Germania, il passaggio dal Tardo Barocco al Neoclassicismo e al Romanticismo.

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