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La tecnica di Hopper, così attraverso disegni successivi raggelava ogni sentimento


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L’osservazione della sequenza realizzativa delle opere di Hopper, consente di comprendere snodi tecnici fondamentali che divengono poi la radice del suo linguaggio espressivo. Ogni opera del maestro americano, interprete di un esistenzialismo doloroso, privo del ribellismo dell’esistenzialismo europeo, ma conchiuso in se stesso, nell’immane dolore dell’incomunicabilità, nasce da un raggelamento proegressivo dell’idea pittorica. Osserveremo che il maestro statunitense opera come un pittore antico o come un pittore accademico, attraverso diversi passaggi che non sono solo tecnici.Egli, generalmente fissa, probabilmente cogliendola da una situazione reale, un’idea, a matita o con il carboncino. Nella seconda fase passa a un disegno più dettagliato, nel quale inizia a raggelare la posa, paralizzare il movimento delle sue figure, ad eliminare ogni tratto che possa riferirsi a una quotidianità superficiale. Nella sequenza, abbiamo collocato lo schizzo, il bozzetto di preparazione e studio, l’opera finita. Lo schizzo iniziale viene studiato e mutato e raggelato. Il nuovo disegno presenta numerose annotazioni vergate a matita, che si riferiscono ai colori che egli intende usare, alla luce e ad ogni dettaglio.

Successivamente trasferisce il bozzetto sulla tela o sul cartone, in un’operazione meticolosa che tiene conto di ogni particolare. Sempre a matita, come vediamo qui sotto, egli stende sull’underdrawing, persino le ombre, con il lapis scuro che si mescolerà evidentemente con il colore, rendendolo più cupo. La procedura seguita, piuttosto laboriosa per collocare sulla scena questi soggetti semplici, nasce dalla necessità di un progressivo raggelamento dei suoi protagonisti, che diventano prigionieri del disegno e pertanto completamente immobili, incapaci di agire o di parlare. Egli giunge, attraverso a un momento congelato, a una sorta di metafisica del nulla, alla quale non possono dare vie d’uscita nemmeno le numerose finestre che appaiono nelle opere hopperiane. Sono cavità aperte su paesaggi insignificanti, dominati da una polvere di luce malinconica, tendende al rosa e all’arancio. Gli sguardi dei soggetti non mettono a fuoco nulla, ma sono persi in un punto al di là dell’orizzonte.

 

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Anche osservando, qui sopra, lo schizzo e il quadro finale, ci accorgiamo di quanto l’artista utilizzi lo schizzo per cogliere un momento, che egli va a sistemare e caricare di un silenzio metafisico. Ciò appare molto evidente in queste due tavole consecutive. Hopper muta la postura dell’uomo in piedi, che nel bozzetto parlava con la moglie, piegandosi verso di lei.  Nel quadro è perfettamente eretto, non esiste più una conversazione dominata dall’affetto, ma un puro guardare nel vuoto. L’isolamento di ogni singolo personaggio è rafforzato dalla sostituzione dell’uomo alla nostra destra con una ragazza bionda, che appartiene a un’altra generazione – ed è di per sè molto distante dai due anziani – e che è totalmente addentro al libro che sta leggendo, senza percepire altre presenze nella piccola hall.

 

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Analoga è la procedura eseguita per quest’altra nota opera di Hopper. Lo schizzo coglie una segretaria di spalle nell’ufficio vuoto, mentre consulta lo schedario. Nel bozzetto successo, l’artista sistema il capufficio alla scrivania, mentre poi, nella stesura definitiva, elimina il possibile colloquio tra i due.

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Le due immagini, qui sopra, mostrano il riporto del disegno sul supporto pittorico, con la realizzazione delle ombre a matita. Il disegno è molto dettagliato, come possiamo osservare, e il nero del lapis viene incorporato nel colore, contribuendo a creare quel grigiore delle carni, sotteso all’epidermide, che caratterizza la pittura di Hopper

 

 



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