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Le manie dei pittori: Quando il custode del museo si allontanava, Pierre Bonnard “correggeva” la tela esposta

Perfezionista, originale e maniacale. Fino a ritoccare – pericolosamente – le proprie opere esposte nelle sale d’importanti musei.
Bonnard è uno degli artisti che, seguendo una strada in precedenza percorsa da Gauguin e dai Nabis, dipingeva a memoria. Era una piccola, grande rivoluzione, quella di rifiutare il confronto diretto con il soggetto, dopo la stagione impressionista che, di fatto, era stata caratterizzata dalla pittura en plein air, sur le motif. La memoria, in Bonnard, sedimentava e restituiva i tratti essenziali della realtà. Questa ricomposizione dei dati mnemonici non lo portava ad interpretare arbitrariamente il dato visivo, ma gli imponeva un processo introspettivo, che richiedeva una grande precisione.

Il mutamento concettuale del rapporto con il modello era assecondato anche dalla scelta dei formati delle tele sulle quali operare. Rifiutando i formati regolari – e pertanto i supporti che potevano essere acquistati già con il telaio -, il pittore si liberava da certi obblighi compositivi, legati alle codificate proporzioni tra la base e l’altezza, per uscire, pure in questo ambito, dallo stereotipo. Così ritagliava dal rotolo un rettangolo o un quadrato di tela che si confacesse alle esigenze della rappresentazione e inchiodava il tessuto al muro. A questo punto iniziava un processo estenuante d’impostazione, di ritocco, di revisione, di rilancio cromatico e di decantazione, che, in alcuni casi, poteva durare mesi o anni, su una linea che era stata già percorsa da Degas.

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Pierre Bonnard, La terrazza

Il processo di controllo e modifica, in Bonnard, era reiterato nel tempo.
Per adattare, come Turner, il proprio quadro all’ambiente in cui era esposto, l’artista francese giungeva a ritocchi segreti nelle stanze dei musei. Un giornalista, nel 1943, descrisse quella che appariva come una stranezza incomprensibile di Bonnard, manifestata prima al museo di Grenoble poi al museo del Luxembourg.
Il pittore seguiva i movimenti del custode da una sala all’altra e, una volta che questi si era allontanato, con circospezione estraeva dalla tasca una piccola scatola contenente due o tre tubetti di colore e un pennello, un kit che gli consentiva di migliorare, con tocchi furtivi, il dipinto.
Una preoccupazione che portava Bonnard ad aggiungere anche elementi nuovi all’opera esposta nel museo, come se fosse nella tranquillità del proprio studio, lui e il suo quadro dinnanzi. Certamente l’originalità caratterizzava lo schivo artista, che firmava le tele con due colori e in angoli differenti, come se la firma facesse parte di quel flusso che contribuiva al raggiungimento di una perfezione a lungo perseguita. (ebc)


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