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Le mille opere disperse di Vincent Van Gogh. Cercatele! Come? Nell’articolo


Mille opere sparite. Mille opere citate dall’artista e introvabili. E’ la storia documentata di un Van Gogh sequestrato. Eppure, mille opere scomparse e ritrovabili. Questa la speranza emergente nell’ineludibile testo di Antonio De Robertis e Matteo Smolizza, edizioni Illisso, dal titolo Vincent van Gogh. Le opere disperse, in cui si raggiunge una nuova catalogazione. Di un artista che disse di dipingere “come una locomotiva”, del quale si sono trovate una quantità di opere non corrispondenti alla fatica. L’opera è un’indagine intorno a un Van Gogh mutilato di una parte considerevole del suo corpus. E’ un’istruttoria sulle lettere tra Vincent e il fratello Theo. Il fratello mercante dei dipinti dell’Olandese archiviò le 800 lettere pervenutegli da Vincent.

Il pittore, invece, delle almeno altrettante 800 ne salvò 41. Si tratta di un imprescindibile epistolario affettivo ed estetico dal quale emergono, tra l’altro, precise indicazioni sulle opere alle quali Vincent stava lavorando. E’ tra le pieghe di queste conversazioni a distanza che è possibile individuare, con grande applicazione, i dipinti finiti nel catalogo generale e quelli dispersi. Nelle lettere Van Gogh racconta la città in cui sta vivendo, la casa e l’amore disperato a cui sta attingendo per allontanare i morsi della psicosi, per allentare l’ipersensibilità verso la sofferenza degli stanchi contadini, dei distrutti minatori, degli instancabili seminatori. Dentro queste lettere disegna, avverte su quanto sta facendo, denuncia le distruzioni, annuncia l’inizio e la fine di altre opere. Nelle lettere c’è un’ampia parte dell’autocertificazione totale della fatica vangoghiana. Ascoltate il passo della lettera al fratello, da Borinage, settembre 1880: “Ti posso dire che ho schizzato i dieci fogli de Les travaux des Champs di Millet (pressappoco la dimensione di una pagina del Cours de Dessin di Bargue) e che uno l’ho completamente finito. Con non minore – per il vero, con maggiore – impazienza, sto ora copiando Les travaux des champs. Ora sono al lavoro sui Tosatori di pecore”.

Oppure questa lettera da Bruxelles, gennaio 1881: “Sono occupato al momento a disegnare per la terza volta tutti gli Exercises au Fusain di Bargue”. Ancora un’altra per confermare la meticolosità letteraria e l’altrettanto pignolo rendiconto del lavoro artistico di Vincent a Theo. Non soltanto perché Theo è il suo mercante, piuttosto, forse, perché ne è il fratello-padre, il giudice. Il totem a cui consegnare la confessione dei doveri. L’Aja, marzo 1882: “Dopo la visita di Tersteeg ho fatto un disegno di un ragazzo dell’orfanotrofio, intento a lucidare scarpe. Può darsi che sia stato fatto da un mano che non obbedisce alla mia volontà, ma almeno il tipo del ragazzo c’è”. “Da una mano che non obbedisce alla mia volontà” è l’elaborazione sincerissima di un tic intimistico, la confessione ad alta voce del mistero creativo per cui la mano muove da impulsi non del tutto controllati e presagiti. Certe volte l’artista crea quanto non sa e dipinge, ancora più raramente, quanto non vorrebbe, nella sostanza e nella forma. Ciò dovrebbe renderci più umili nel decifrare l’autenticità dell’opera di un qualsiasi genio creante. Dunque, Antonio De Robertis e Matteo Smolizza decifrano le lettere, confrontano l’opera omnia, ripassano gli archivi, studiano le comparazioni, ritornano sui falsi noti e sulle opere discusse, ridisegnando, infine, l’avamposto maggiore del censimento possibile dell’intera fatica vangoghiana.

Si rivivono le soste dell’artista: Etten (aprile-dicembre 1881), l’Aja (novembre 1881-settembre 1883), Drenthe (15 settembre-15 dicembre 1883), Neunen (dicembre 1883-novembre 1885), Parigi (marzo 1886-febbraio 1888), Arles (febbraio 1888-maggio 1889), Saint Rémy (maggio 1889-maggio 1890), Auvers-sur-Oise (21 maggio-29 luglio 1890). Sulle lettere, ancora, gli autori avvertono intorno ai silenzi e al “non vero” di Vincent verso Theo. Nel rapporto completo dei fratelli, l’esclusione del vero ha il valore, qualche volta, di parentesi episodica, di esclusione momentanea. Per esempio, non emerge mai dalla corrispondenza epistolare l’uso del trasferimento a ricalco dal disegno alla tela per l’esecuzione più rapida di oli. Theo, per parte sua, ricordano gli autori, tace al fratello di aver prestato a Gauguin l’originale dei Quattordici girasoli, per trarne la copia ora in collezione Yasuda. Dunque le lettere sono fondamentali, anche se la loro codificazione profonda richiede attenzione e prudenza. E s’invita all’uso rigoroso della scienza per ridurre al minimo la possibilità di falsificazioni. Di estremo interesse la questione delle ridipinture. Si tratta di interventi ampiamente dimostrati dagli esami radiografici sulle opere note. Era la necessità e la mentalità di Van Gogh. Almeno in otto casi risparmiò dipingendo su entrambi i versi della tela. Le lettere mostrano un’ossessione di Van Gogh per i costi della tela, dei colori, dei pennelli. Forse, distrusse per ricostruire e immaginare di avere a disposizione di più per far meglio. Ma altre opere devono essere rimaste. Significativo, per individuare i dispersi, il veloce ripasso biografico, la nascita (30 marzo 1853), il contesto famigliare, le primitive vocazioni, le iniziali tensioni verso il dentro e il fuori di sé, il rapporto con il paese, l’uscita in esilio verso altre province, le città, l’incontro sfortunato e doloroso con la donna, l’angosciata tensione sociale fino alla morte, il 29 luglio 1890, in seguito al tentativo di suicidio.

La struttura del volume di De Robertis e Smolizza è definita dalla catalogazione delle opere disperse, seguita da una sezione fotografica a completamento della iconografia in corpo di testo, da appendici, da avvertenze di lettura, dalla silloge di tutta l’opera di Van Gogh, dall’indice per soggetti e dal regesto bibliografico. La catalogazione dei lavori dispersi è organizzata in schede e disposta in ordine cronologico. La scheda prevede una titolazione, che in genere sintetizza e riprende alla lettera la descrizione offerta da Van Gogh; il luogo di realizzazione identificato secondo procedure canoniche; la datazione; i materiali; le dimensioni dichiarate dall’artista, tratte in via ipotetica o per comparazione; le fonti, per lo più la corrispondenza da Van Gogh, da cui derivano tutti i dati oppure fonti antiche degne di fede. Van Gogh dipinge e scrive. La lettera è una sorta di resoconto, di autocritica preventiva. Van Gogh, dominato dalla psiconevrosi ha bisogno più di altri di una conferma, di un giudizio. Quando sentirà silenzio sulla sua opera e dunque su di sé, quando Theo gli apparirà lontano, rubato dalla sua famiglia, griderà aiuto, procurandosi dolore. Soltanto a un po’ di ore dalla morte scriverà da Auvers: “Ora sto davvero bene, sto lavorando duramente, ho quattro studi ad olio e due disegni. Vedrai il disegno di una vecchia vigna con la figura di una contadina. Vorrei farlo su una grande tela”. Scrive e dipinge parimenti. In una essenzialità scarnificata, nel grezzo sublime che anticipa l’ora della morte e prepara alla trattativa senza imbrogli. Scrive e dipinge nudamente e in qualche bagliore di pace, sa quanto valgono le sue scritture. In una lettera, due anni prima di morire, Vincent van Gogh scriverà: “Forse sarebbe il caso di tentare di salvare qualche cosa del pasticcio che Theo, mi ha detto ancora giacente in qualche soffitta a Breda; nondimeno non osa chiedertelo, e forse è già andato perduto, dunque non dartene pena… Ma se qualcosa si trova, è tutto di guadagnato”. Vi è in queste poche righe, quasi una calcolata incertezza, l’incitamento a non disperdere nulla, a cercare, a tendere a una riunione di se e di sé con gli altri. A rifare scorta di tutto quanto pareva disperso.

La lettura e l’analisi di tutte le lettere che Vincent inviò al fratello Theo Van Gogh consentono di conoscere l’esistenza di quadri e disegni del grande maestro che sono andati perduti. Non solo per cataclismi, come la guerra, ma per la superficialità con la quale le opere di Van Gogh furono valutate dai contemporanei, incapaci di comprendere la grandezza del pittore. Ma i dipinti furono gettati? Tutti, è impossibile. Così è lecito supporre che qualche inedito possa tornare alla luce. La ricostruzione dei materiali perduti.

 

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[PDF] Le mille opere disperse di Vincent van Gogh



STILE ARTE 2006

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