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Pardi e l’instabile equilibrio

di Jacqueline Ceresoli

x_7Gianfranco Pardi esordisce negli anni Sessanta-Settanta sviluppando sculture “costruttiviste” concrete e astratte nello stesso tempo, delineando prospettive che tendono alla perfezione formale e alla possibile estrinsecazione di linee, che potrebbero “ri-scrivere” spazi metafisici. Ebbene perché è così affascinato dall’idea dello spazio che si progetta pensandolo? Quali sono i suoi modelli? 

In quegli anni i titoli di molti dei miei lavori erano “Architettura”: mi sembra già una indicazione esplicita dei modelli e dei temi intorno ai quali il mio lavoro si svolgeva. Mi interessava in particolare lo spazio dell’architettura, guardavo forse con più interesse all’architettura che alla scultura e della scultura mi interessavano soprattutto quelle esperienze che con l’architettura dialogavano.
Nel 1998, con il ciclo intitolata “Nagjma” – che in arabo significa “stella” -, ritorna alla seduzione della pittura, concretizzando forme di vettori, di linee intersecanti come possibili espansioni di luce; in ogni caso si tratta di architetture immaginarie animate dall’energia del colore. Quale importanza hanno i colori nelle sue sculture e perché predilige il giallo, il blu, il nero e il bianco, che per lei sono non-colori?
Il colore fa parte della tradizione della scultura. Colorare la scultura significa, in qualche modo, connotare il materiale con la quale è costruita di nuove, altre, valenze espressive. Il colore spesso occulta il materiale, lo nasconde, dice: “Non sono solamente ferro, marmo, pietra; sono questa immagine, questa forma, questa costruzione”. E poi, forse, il mio continuo passare dalla pittura alla scultura potrebbe indicare un tentativo di contaminazione: scultura-pittura o pittura-scultura. Perché no?
“Ricostruire” è il titolo della monumentale scultura presentata due mesi fa a Milano,nella Galleria Giò Marconi. Osservando l’opera in acciaio dipinto di giallo, il “giallo Pardi”, che idealmente riproduce in sintesi le possibilità del movimento, forse del cosmo, si avverte un senso di sospensione, di apparente leggerezza paradossalmente pesantissima, si percepisce la transitorietà di parallele d’acciaio che potrebbero piegarsi da un momento all’altro. Come concilia i due opposti? Cosa intende ricostruire e perché è tornato sul tema dello spazio?
“Ricostruire” era il titolo iniziale. Un po’ ideologico, ricostruzione del senso di una forte autonomia dell’opera: ricostruire come riportare il lavoro della scultura a un ripensamento del suo rapporto con la tradizione, come ridefinizione di una sua autentica autonomia di linguaggio. Ricostruire, restaurare ciò che è stato abbandonato, distrutto, occultato in nome di un ormai obsoleto e tedioso concetto di avanguardia che altro non rappresenta se non una illusionistica tautologia del presente: il “realismo socialista” del capitalismo globalizzato. Il titolo è poi cambiato in corso d’opera in “Danza”, perché ho accolto un suggerimento che veniva dal lavoro nel suo svolgersi, nel suo dispiegarsi nello spazio in una specie di disequilibrio dinamico. Una estrema forzatura del corpo della scultura in una tensione al limite dello smembramento. E’ un po’ ciò che avviene, appunto, nella danza…
Nelle sue opere si approfondiscono i temi: equilibrio, proporzione e forma. Dal 2000, dopo la serie dei “Box” e del ciclo intitolato “ Homeless”, qualcosa cambia, la ricerca si anima di uno spirito nuovo e le sue sculture diventano più simili agli origami, le forme sono aperte e stratificate nello stesso tempo, imperfezione e ordine coincidono, le strutture si dilatano nello spazio; cosa significano questi ideali prolungamenti e accartocciamenti di materia?
Credo che la risposta sia già accennata nella precedente. Ciò che cerco è una specie di equilibrio instabile, non nel senso di una dinamicità “futurista”, ma nel senso di un continuo stravolgimento dell’idea di stabilità.
Quali sono i materiali che utilizza e cosa significano?
Non attribuisco eccessiva importanza ai materiali. Certo, in qualche misura i materiali spesso conducono il gioco. Nel senso che l’acciaio suggerisce qualcosa che non è per esempio del legno o del colore a olio. Voglio dire che non è assolutamente indifferente disegnare una circonferenza con la matita o calandrare un tubo d’acciaio per ottenere un cerchio (ovvio, ma non troppo).


La sua apparente semplicità riflette complessità filosofiche, riflessioni sulla possibile misurazione e teatralizzazione delle forme, delle cose, della realtà. Quanto incide il reale nelle sue opere ?
Se per reale si intende il mondo che mi circonda e nel quale sono immerso, mi sembrerebbe impossibile non tenerne conto. Ma tutti noi abbiamo un’idea diversa del reale, di che cosa intendiamo per reale; credo perciò che siamo noi, con le nostre idee a incidere sul reale, in qualche misura a crearlo. Ci confezioniamo un “reale su misura” e siamo tutti realisti.
Lei è un pittore che da anni si cimenta nell’ambito della grafica, segue le impaginazioni di libri e riviste d’arte di qualità, progetta sculture per esterni, insomma traccia architetture in diversi settori; si può dire che il primo segno dell’idea, per lei, è ancora il disegno?
Credo che il disegno sia davvero fondamentale, non solo inteso come strumento del progetto, dell’idea, ma in sé come produttore di senso. Quando tracciamo un segno e osserviamo il suo dispiegarsi sulla superficie del foglio ritorniamo sempre allo stupore del bambino che disegna e vede “nascere” figure. Si disegna prima di parlare.
Nel terzo millennio lei ha la stessa “ossessione “ degli esordi; l’intuizione costruttiva che nel presente, dentro alla globalizzazione, si misura con una “modernità liquida”, come scrive Bauman. Ebbene, come reagisce alla sfida? La fluidità dei valori, dei comportamenti, delle istituzioni di cui parla Bauman credo abbiano qualcosa a che fare con quei disequilibri di cui si accennava prima a proposito della scultura. In fondo, la scultura di acciaio gialla dell’ultima mostra è un po’ liquida… acciaio liquido…
E’ difficile non restare affascinati dagli otto nuovi lavori in ferro che s’intitolano “Restauri”. Come nascono e a quali tensioni o progetti di bellezza corrispondono?
“Restauro” nel significato quasi letterale di ricostruzione di un senso precedente. I lavori sono tutti costruiti con materiale di recupero, anzi più precisamente con “sfridi”, resti di lavorazioni complesse sul materiale acciaio: di quelle lavorazioni, di quel senso conservano una traccia che ho voluto riportare in superficie, restaurare appunto nel senso di ricomporre dislocando.
Che senso ha la scultura nell’età dell’elettronica e della smaterializzazione?
Non vedo conflitto di senso: materializzare e smaterializzare appartengono comunque al materiale.
Che ne pensa della produzione artistica degli ultimi vent’anni?
La parola “produzione” – in sostituzione di “opera” – la dice già abbastanza lunga… E poi, tutto corre così velocemente! Cito Bauman, quando afferma: “In sei giorni ci siamo fatti Germania, Olanda, Francia e Svizzera”. Immaginiamoci in vent’anni…

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