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Pollock e il periodo nero: sgocciolature corvine, fiasco, poi depressione e morte


Il manifesto della Tate di Londra

Il manifesto della Tate di Londra

Cio che ricordiamo, sulle tele di Pollock, sono le colature e gli schizzi,  che si intersecano a spirale, fino a coprire tutta la superficie del dipinto. Sembrano decorazioni commestibili, molto colorate,  puri reticoli d’energia. Pochi sanno che, dopo il 1951, il maestro , che rappresentava attraverso l’action painting, cioè la pittura d’azione, il movimento, l’oscillazione, l’energia multicolore del cosmo – rappresa, un tempo, nei rituali quadri di sabbia degli indiani d’America, dai quali il pittore trasse ispirazione per il suo espressionismo astratto – virò  verso il nero assoluto. I motivi di questo mutamento, che possiamo brevemente elencare, sono certamente più di uno. Il reticolo di segni colorati che distingueva la produzione precedente, conservava, nella policromia, elementi decorativi. Erano i colori a differenziare i tratti. Pollock pensò che  il momento della polifonia e della policromia dovesse concludersi, per rendere, attraverso il nero – attorno al quale, in Italia lavorava Alberto Burri e che aveva importanti precedenti nella storia dell’arte, tra i quali il Quadrato di Maleviche,- Il nero, che era divenuto divenuto il non-colore ufficiale dell’esistenzialismo francese.

 

A cominciare dagli anni 1944-1945 fu l’esistenzialismo ateo di Sartre a ricevere le maggiori attenzioni, anche in rapporto al marxismo e al materialismo storico da lui abbracciati e sostenuti. Era un modo per essere “contro”, per contestare il luogo comune. E forse per la prima volta nella storia, attraverso il teatro, la canzone e le influenze sul cinema, un pensiero filosofico divenne un evento mediatico diffuso.

Un altro motivo legato a questa scelta monocroma scaturì dall’osservazione che ogni segno od ogni linea uscivano potenziati dal non colore e assumevano le caratteristiche di una scrittura misteriosa. Da non sottovalutare poi che l’astrattismo iniziava ad orientarsi nella direzione di una sobrietà cromatica, che sarebbe scaturita nel decennio successivo, nel minimalismo, molto legato al contrasto tra bianco e nero, cioè alle esperienze assolute di una luce senza colore e di un’oscurità priva di sfumature. Da ultimo, ma non per importanza, il fatto che il successo dell’action painting aveva portato Pollock a produrre un numero elevato di opere che erano divenute noiosamente ripetitive per l’espressionista astratto americano. Sentiva il desiderio di esplorare nuove strade e un punto di contatto tra l’informale e una figurazione accennata, abbozzata,sommaria. L’uomo, dopo tanti cerchi di energia pura, stesi secondo i movimenti sciamanici che consentivano, come ai pellirosse di mettersi in contatto con l’assoluto naturale, con l’energia che vivifica il mondo, si trovava ora la necessità di trasformare la creazione del caos in una separazione delle materie, che avrebbe portato segni iconograficamente riconoscibili sulla tela. Esseri antropomorfi apparvero dal nero.
Ma il pubblico e la critica avevano collegato Pollock agli sgocciolamenti multicolori e la nuova produzione non ebbe particolare fortuna, anche perchè i nuovi dipinti trasferivano all’osservatore un senso di angoscia,contro l’energia gioiosa del lungo periodo precedente.
“Stava facendo dipinti monocromi prima di qualsiasi altro artista in America”, dice Delahunty.
Ma la mostra alla Betty Parsons Gallery di New York, allestita nel 1952, fu un disastro assoluto; nonostante la fama di Pollock, nessun quadro fu acquistato durante l’esposizione. Una sola opera, a fine mostra, fu venduta dalla gallerista a metà prezzo, a un proprio amico, rinunciando, di fatto al proprio guadagno. Galleristi e critici che incontrarono il maestro gli fecero presente che sentivano in modo intenso la mancanza di colore. E Pollock rispondeva che egli non dipingeva con consapevolezza, ma come “mosso da una forza superiore”. Lo smacco, per il pittore, fu enorme, anche se le sue opere avrebbero incontrato il gusto di artisti come Rauschenberg.”New York è brutale”, osservò. Da quel momento egli fu oggetto di una profonda depressione che cercava erroneamente di combattere con l’alcool. Quattro anni dopo, la fine. Nel 1956 si schiantò a forte velocità contro un palo. L’incidente provocò la sua morte e quella di una donna che viaggiava con lui. “Jackson Pollock: punti ciechi”, Tate Liverpool 30 giugno-18 ottobre 2015. Dallas Museum of Art dal 15 novembre al 29 marzo 2016.

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