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Quando Inganni sfidava i Fiamminghi

Noto soprattutto per le sue vedute, Angelo Inganni (1807-1880) fu anche un acclamato pittore di genere, dedito alla rappresentazione di personaggi umili e scene di vita popolare.
Un motivo peculiare, addirittura seriale, della sua produzione, è quello delle figure, maschili o femminili, descritte con il particolare effetto di luce generato da un tizzone ardente o da un cero, volto a rendere l’atmosfera più intima e confidenziale.

La Donna illuminata da una candela non esula dal suddetto genere, di cui è forse l’esempio più riuscito: l’effigiata, identificata come la seconda moglie del pittore, Amanzia Guerillot, volge lo sguardo verso destra, in direzione di una persona amica – come si desume dall’espressione affabile ed informale -, ed è colta nell’atto di proteggere la fiamma di una candela dagli spifferi. Più che la donna, protagonista della tela pare essere la luce emanata dal cero: è un bagliore soffuso, filtrato dalle dita della mano aperte a ventaglio, che illumina il delicato viso di Amanzia e il vaso di fiori posto sul tavolo – su cui è incisa la firma di Inganni – e al contempo definisce le ombre. Oltre a modellare i colori, la luce assolve ad una funzione psicologica: l’accordo cromatico di toni bruni e gialli riscaldati dai rossi affocati del fiocco di velluto, della mano e delle rose, delinea l’atmosfera sentimentale della scena, esaltando il senso di intimità che l’autore intende comunicare.
La ricerca luministica che contraddistingue l’arte di Inganni deriva da una tradizione fiamminga iniziata nel Seicento e riproposta un po’ ovunque nell’Europa Biedermeier. A questo proposito, il dipinto appena considerato rivela non poche analogie con la Fanciulla con candela in mano, opera di Godfried Schalcken (1643-1706), celebre ritrattista e pittore di genere apprezzato dal sovrano d’Inghilterra Guglielmo III e dai Medici.
Le turgide guance della Fanciulla sono rischiarate dal cero, la cui fiamma, precaria a causa di un soffio di vento, viene riparata dalla mano dell’effigiata. Anche in questo caso la scena offre il pretesto per creare un suggestivo effetto luministico, riscontrabile nell’incandescente vampa che “arroventa” le dita e si fa progressivamente più velata via via che ci si allontana dalla sua fonte. Aggredito dalla luce, ogni particolare si fa più nitido, mentre il resto, avvolto nell’ombra, è vago: se i tessuti della camicetta e della vestaglia indossate dalla florida donna sembrano tangibili, e si percepiscono con nettezza i lineamenti del viso, si scorge a fatica il copricapo di pizzo, e sfuggono i dettagli dell’ambiente, che rimane totalmente buio.



Sebbene si tratti della medesima situazione descritta, due secoli più tardi, da Inganni, tra le due opere esiste una significativa differenza sul piano espressivo: mentre la tela di Schalcken costituisce un mero, per quanto encomiabile, esercizio di stile, la Donna illuminata da una candela è molto più di una semplice scena di genere, in quanto rivela un sentimento amoroso autentico e appassionato, che l’artista intende celebrare e condividere con il fruitore. L’unico, evidente interesse del fiammingo è dimostrare il proprio virtuosismo, come attesta la ripetizione del soggetto, seppure con qualche variante, in molti altri suoi lavori. Al contrario, il ritratto di Inganni è qualcosa di non più ripetibile, e non per incapacità tecnica: nonostante la presenza degli elementi che costituiscono il consueto repertorio degli effetti di lume (la stanza oscura, il chiarore della candela che si riverbera sul volto), il quadro si discosta dal novero di dipinti affini in virtù dell’intensa, viva tenerezza che lo permea.

 

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