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Quant’è bella incompiutezza


di Roberto Gramiccia

DSC_0125Se si considera pittore uno che usa pennelli, tavolozza, colori e basta, allora Vittorio Messina non è un pittore. Se invece per pittore si intende un artista interessato ad escludere tutto ciò che esiste di inutilmente decorativo, anzi tutto ciò che esiste di inutile per rivolgersi all’essenziale, includendo nell’opera: intelligenza, spazio, materiali poveri e non, cultura, talento per produrre forme complesse e interagenti, ma alla fine risolte, equilibrate e armoniose, allora anche Messina è un pittore. Lo è alla maniera di Burri, che non usava pennelli e colori tradizionali; lo è alla maniera di Kounellis, che si definisce pittore pur trasportando nelle sue installazioni tonnellate di ferro e carbone.
A differenza di molti della sua generazione, non si confà a Vittorio Messina lo stereotipo dell’artista postmoderrno politically correct, fedele interprete del tempo in cui nel sistema dell’arte bisogna mettere d’accordo tecnologia-sensazionalismo-medialismo-un po’di mondanità-molti affari. Le opere di Messina hanno a che fare con l’architettura, la scultura e le pratiche installative. Però l’insieme di queste discipline viene piegato a uno scopo che è quello di rifornire una capacità espressiva antigraziosa e radicale.
Libertà, radicalità, rigore sono – più che qualità – imperativi morali per questo artista che non vuole farsi sedurre dai materiali e dai colori, dalla bella materia e dalla bella forma. Perché della bellezza ha un’idea molto più vicina a quella di “verità possibile” che non di stucchevole stereotipo formale. Per lui la disciplina dell’intelligenza e della pura creatività viene prima del fare. Gli strumenti sono strumenti e i fini fini. Le tecniche e i materiali, anche quelli più sofisticati, servono allo scopo, non sono essi scopo. Si tratta di un ribaltamento coraggioso dell’odierna “cultura” della tèchne. Quest’ultima, più che un mezzo è oggi diventata un fine ultimo. Gli uomini e gli artisti si sono trasformati in suoi funzionari.
Ecco, Vittorio Messina restituisce senso alla prospettiva di un’arte che respinge ciò che non le è proprio, perché aspira ad avvicinarsi alla verità, sfuggendo alle lusinghe dei facili consensi e alle trappole della tecnolatria. Nessuna soggezione nei confronti di chi detiene il potere, non solo gruppi e classi ma anche manipolatori o servitori del senso comune. Piuttosto: una libertà di giudizio radicale ed insolente fino al limite del settarismo (quel sano settarismo che informava di sé Avanguardie storiche e Neoavanguardie). Nelle opere di Messina spira un’aria di incompletezza e provvisorietà, quasi di lavori in corso. Elementi di gasbeton, basalto, cemento, profilati idraulici, plafoniere, pannelli, carte da parati, neon, ombrelli, morsetti, reattori, fili elettrici, scaffali, in attesa di essere riempiti si incastrano magicamente a costruire ambienti sospesi e stranianti come un quadro metafisico. Le incertezze costruttive, il senso di precarietà che da esse promana indicano il dubbio come condizione non negoziabile dell’esistere.

Le architetture installative di quest’artista fanno pensare ad ambienti domestici aperti in via di ristrutturazione. Attraverso di esse lo spazio esterno, la natura sono visibili, anzi complici dell’opera. In esse si può entrare fisicamente o con lo sguardo per avvertire la sensazione che questi ambienti vogliono produrre. Tale sensazione dà voce a stati d’animo inabituali. Una sistematica e cocciuta battaglia alimenta lo sforzo in grado di produrre queste architetture. Una specie di antiovvia religione: “Io ho sentito – dice Messina – che per me era importante confermare quel legame, qualcosa che assomigliava a un sentimento religioso, almeno nel senso che la lingua e il suo significato ruotano e gravitano nell’orbita della grazia e dello spirituale. Ho pensato anche che in un’epoca come la nostra poteva essere importante il tentativo di uscire da una certa condizione mitologica dell’artista. Ho pensato che sarei stato più libero se mi fossi affrancato da certi stereotipi. All’occorrenza, la condizione dell’artista viene colorata, esaltata, disprezzata, santificata; tutto può tornare utile per creare un alone di necessità, anche i miracoli e le piaghe dei santoni”. Aggiungiamo noi, anche i pupazzi impiccati o gli altri giochetti di Cattelan.
Vittorio Messina non è padre Pio e non è Cattelan. Aspira a dare del suo lavoro un’idea che va oltre il contingente, anche se il contingente può produrre notorietà, successo e guadagni. L’unico reale guadagno che interessa a quest’artista è di soddisfare il suo quasi ossessivo perfezionismo. Quando inventa e realizza un lavoro, questo lavoro deve piacere prima di tutto a lui. Il resto viene dopo o non viene proprio. Lo stesso rigore è riscontrabile nelle opere a parete, piccole e grandi, che mischiano fotografia, pittura, materiali pregiati come la lamina d’oro, piombo, marmo, lacerti di tappezzeria e altro ancora. A volte le immagini che ne escono sono di rapinosa semplicità, altre volte sono complesse ed enigmatiche, indipendentemente dalla dimensione del “quadro”. Una selezione pregevole di queste opere, insieme a due sue spiazzanti e “chiuse” finestre, è esposta nella Galleria Armory di Perugia.
Di recente, Vittorio Messina ha testimoniato il proprio legame con questa città negli splendidi spazi del Museo Archeologico Nazionale. Il titolo dell’intervento, curato da Antonio Pazzaglia e promosso dall’Assessorato alla cultura sotto la spinta dell’Associazione Trebisonda, era evocativo come sempre: Una grande cella con orizzonte alto qualche ora prima del tramonto. Un titolo con il quale, scriveva il curatore, l’artista ha inteso segnalare l’individualità specifica del progetto: “Non si tratta di una semplice indicazione iconografica (ricordiamo infatti che Messina ha sviluppato nel tempo un’opera imponente sulla tipologia della cella), ma di una sorta di ‘accadimento’ dotato di una complessità molteplice, come sembra suggerire quell’orizzonte alto qualche ora prima del tramonto”. Un tempo e uno spazio indeterminati, una pausa, un’attesa.
Com’è noto, l’artista realizza le sue “celle” con i materiali dell’edilizia abitativa, lo specchio di pezzi di metropoli dove l’iperconsumo e la miseria (il troppo e il troppo poco) certificano una disumanità progressiva, un’ossessiva ripetizione di eventi, un’incompiutezza inemendabile. La grande cella di Messina al Museo Archeologico era povera e solenne insieme, splendente ed austera. Tratteneva in sé il significato di una ricerca originale ed eccitata, ma anche capace di disciplinare sentimenti ed emozioni.
Nella dialettica fra cuore e cervello è il senso più profondo del lavoro di un artista che non ha paura di andare controcorrente. Che prevalga l’uno o l’altro non importa. Quello che importa è mettere in gioco tutto in una partita dalla quale tutto dipende.

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