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Rembrandt sognava che la sua vedova ne bevesse le ceneri in una coppa

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Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, Artemisia riceve le ceneri di Mausolo, 1634, olio su tela, 142×153 cm, Madrid

Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, Artemisia riceve le ceneri di Mausolo, 1634, olio su tela, 142×153 cm, Madrid

 

Rembrandt si pensò morto e immaginò di essere incorporato dalla moglie Saskia, come Mausolo che era finito nella coppa dell’adorata Artemisia, emblema della fedeltà coniugale. Un amore che va al di là della morte. Un sentimento che porta all’incorporazione del defunto, alla trasformazione della polvere in carne. Artemisia riceve le ceneri di Mausolo è un dipinto realizzato da Rembrandt nel 1634. Un’opera che racconta una storia sentimentale senza fine. Il titolo è stato posto al quadro in un tempo successivo alla sua esecuzione, anche se la critica non converge unanimemente sull’identità del soggetto.

La protagonista della raffigurazione, che l’autore dota di vesti regali, tagliate in una pregiata stoffa minutamente ricamata e costellata di concrezioni auree e di perle, riceve, dalla mano di una giovane serva, una coppa. La scena, in un primo momento, ci pone davanti a un bivio in merito all’identificazione del personaggio: dovessimo imboccare il primo sentiero ci troveremmo di fronte ad Artemisia; scegliessimo il secondo, incontreremmo Sofonisba. E’ solo la coppa ad unire le due donne. Le loro storie sono invece completamente diverse.

Artemisia era sorella e moglie di Mausolo, satrapo dell’impero persiano e sovrano della Caria. Quando il consorte se ne andò per sempre nel regno delle ombre lievi, lei non conobbe pace. Non riuscendo a sopportare il dolore causato dal drammatico distacco, diluì le ceneri del marito nell’acqua e bevve l’intruglio da una brocca dorata. Seguendo forse un rituale antichissimo, diventò così un’urna vivente. Spirito e corpo del coniuge entrarono in lei, si unirono ad ogni sua fibra. E ciò non bastò. Per onorare il compagno, la regina innamorata fece erigere una tomba straordinaria che assunse, dal nome del defunto, la denominazione di Mausoleo.

In fondo alla seconda strada ideale, sempre con una coppa in mano, troviamo invece Sofonisba, la regina di Numidia che fu imprigionata, dopo essere stata sconfitta da Massinissa. Per sottrarsi ai romani si uccise, bevendo un liquido velenoso. Ma questo non è il caso della regina di Rembrandt. L’episodio narrato dal pittore porta verso la prima direzione, al cospetto di Artemisia. La modella che posa con la coppa è la moglie dell’artista, Saskia van Uylenburch: il suo volto disarmonico, il doppio mento, l’aspetto matronale, i lunghi e mossi capelli biondo-ramato, un po’ stopposi, conducono proprio a lei, l’amatissima.

Rembrandt ebbe così modo, realizzando il dipinto, di vedere se stesso al di là della morte – eccolo apparire, là in fondo, nell’oscurità della morte, come un lemure – e soprattutto di immaginare il sentimento della propria compagna. Ma il destino, come sappiamo, dispose altrimenti: Saskia morì prima del marito.

La vicenda di Artemisia, qui narrata pittoricamente, merita un approfondimento storico-antropologico. L’atto di inghiottire le ceneri dei defunti doveva essere diffuso nell’antichità, nel caso di legami sentimentali intensi o per l’acquisizione del potere e della forza spirituale di un capo dotato di qualità straordinarie. Anche il nemico diveniva oggetto di una consumazione rituale. Dopo la morte di Romolo, come raccontano Livio e Plutarco, non si trovò neppure un brano della sua salma. (ebc)

 

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