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Roberto Gramiccia. Elogio della fragilità, un libro da diffondere nelle scuole

di Riccardo Ceriani  

Il libro  sulla fragilità umana di Roberto Gramiccia, “Elogio della fragilità” (Mimesis, pag. 230, euro 12), andrebbe assunto come testo scolastico.
Sto esagerando? Per niente.
Un sunto semplificato alle primarie e il testo integrale alle superiori.

Ma procediamo con ordine: cosa distingue l’essere umano dal resto della natura?
L’intelligenza? Si, certo, in parte. Tuttavia non si può negare che molte specie animali siano dotate di una vera e propria intelligenza pratica, minore di quella umana ma comunque significativa. Ciò che invece, in esclusiva, ci differenzia dal resto del mondo sono due elementi essenziali: la coscienza della morte e la memoria. Di conseguenza, quindi,  e in estrema sintesi, i “marchi di fabbrica” dell’umanità sono: la sofferenza (che deriva da questa consapevolezza) e la fragilità.

Scrive l’ autore  nell’introduzione: “L’esperienza della fragilità è comune a tutti”. Da individuo a individuo cambia qualcosa, anche qui, sul piano della quantità: si può essere più o meno fragili, ma mai granitici in assoluto. Granitici  sono solo i sassi.

Perché quindi, dicevo: “questo libro andrebbe assunto come testo scolastico”?
Perché se la fragilità è la condizione umana che precede ogni altro tratto della nostra “natura”, per implicazione necessaria la comprensione della fragilità è essa stesso basilare per la conoscenza di “sé” e dell’ ”altro” e per il proficuo dispiegarsi delle relazioni umane.

La fragilità, scrive l’autore, dipende anche molto dalle condizioni materiali dell’esistenza degli individui, facendoci intendere fin dai primi passi del libro, che l’intreccio delle dimensioni psicologica e materiale è inestricabile e che il peso dell’una e dell’altra,  dipende anche, se non soprattutto, da fattori sociali. E società significa, in ultima analisi, politica.

Ma se è vero che la fragilità ci riguarda, come si potrebbe scriverne senza partire da se stessi e senza ritornarvi? Ecco che, inevitabilmente ma magistralmente, l’autore adotta un registro narrativo anche autobiografico, incardinato sulla sua esperienza di medico, di cittadino e di intellettuale engagé.
Sin dal primo capitolo, egli  ci fa immerge nello scorrere della sua vita, come se fosse il fiume della vita di tutti. Apparentemente si tratta di una narrazione intima. In realtà essa corrisponde in gran parte, fin dalla nascita, al percorso di tutti noi. Ed è per questo che la lettura avidamente scorre senza fatica.

Ma la fragilità – come si è detto  –  non presenta solo una dimensione immateriale, psicologica. Essa si materializza nei rapporti sociali, e lo fa in modo brutale,  piegando e forgiando la nostra personalità e assegnandoci il nostro posto nel mondo.

Il protagonista di questo racconto-saggio imbocca, quindi, sin dall’adolescenza, la via della ribellione: se non ho un “posto al sole”, fra i ricchi e i protetti, lo avrò fra gli insofferenti, e tutti mi riconosceranno per questo un ruolo di partigiano a fianco dei deboli. Per questo anche io mi sentirò meno vulnerabile. Inizia così l’ avventura politica nei gruppi della sinistra extraparlamentare in cui non si faceva solo politica, ma si stringevano amicizie e si intrecciavano amori: balsamo prezioso per lenire ogni fragilità, e farne nascere, però, di nuove.

Non si fa politica a sinistra senza studiare e Roberto studia. Legge di tutto, in particolare i testi dei teorici marxisti, e studia per il suo futuro professionale. All’ università sceglie medicina, per l’affinità con la professione e gli ambienti del padre tecnico ortopedico e anche in questa disciplina, solo in apparenza esclusivamente scientifica, scopre il riflesso delle instabilità (della precarietà) del reale che ci circonda e va alla ricerca di conferme della sua visione del mondo.

Medicina e politica, sono per l’autore, spazi di vita e di investigazione. E sarà tutta politica la consapevolezza che la negazione di una democrazia autentica incrementa le fragilità sociali e  spinge  a cercare forme di ribellione spontanea o organizzata. Proprio in quanto espressione di una fragilità in cerca di riscossa, la vera democrazia ha, invece, il compito di lenire, attraverso gli strumenti condivisi dell’amministrazione e del governo le sofferenze degli uomini, per lo meno quelle che dipendono dalla loro appartenenza sociale. La fragilità insomma, la consapevolezza di essa, come presupposto dell’eguaglianza. E l’angoscia della morte come “madre di tutto”.

È quest’ultima un elemento da narcotizzare?  
La risposta è un no convinto: “….da essa dipende la forza di vivere non passivamente”, per ” trasformare la realtà rendendola migliore”. La fragilità esistenziale è motore della vita attiva. Ma la vita attiva, appunto, fa incontrare e abitare le fragilità sociali in un intreccio inevitabile fra estensione individuale e collettiva che, se non può essere risolto in via definitiva, pena la perdita del senso stesso della vita, deve e può essere interpretato  nella dimensione della comunità, del corpo intermedio: del “Partito”. Per lui, come per milioni di italiani alla fine degli anni ‘60, del PCI: chiesa laica che accoglie, coinvolge, educa, indirizza, aiuta e, persino, consola.

Sul piano individuale, chi sente di essere portatore di rimedi, anche se parziali, alle fragilità altrui, oltre alla politica, se ha piglio e fortuna, attraverso la dottrina e la pratica della medicina, può trovare per sé e donare agli altri la forza interiore e fisica per affrontare le gracilità del corpo e dell’anima. E l’autore cerca anche questa strada. Ma egli non è solo politico e medico, è soprattutto poeta e filosofo che fa della politica e della medicina gli strumenti per liberare sé e il “mondo” dalle paure e dalle sofferenze. Certo non in missione solitaria, ma, appunto, in pratiche collettive di cui mettersi a disposizione.

Vivendo, però, si può invecchiare e, invecchiare, significa, anche, protrarre alcune fragilità e scoprirne di nuove. Gramiccia, giovane medico e geriatra, tocca con mano, quotidianamente,  empaticamente la dimensione della vecchiaia attraverso quella che lui volentieri, con gli antichi, definisce “arte sanitaria” che  può sembrare, da fuori, solo una scienza e che , invece, è un mestiere, un’ arte. Non esiste la malattia, esistono i malati (specie quando sono vecchi).  Così come non esiste l’arte, esistono gli artisti.

Il passo è “breve”. Anche solo per evadere dalle ansiogene dinamiche che necessariamente la medicina porta in dote al medico, Gramiccia si avvicina all’universo che più gli somiglia per affinità nelle pratiche di  mescolanza di tecnica ed estro creativo. Prende a studiare la storia dell’arte, a collezionare opere e , inevitabilmente, ad ascoltare e curare gli artisti che via via conosce, mentre si immerge nel mondo di cui fanno parte, che diviene anche il suo.

Qui, quasi, il cerchio si chiude: gli artisti portano Roberto di nuovo in contatto con ambienti di difficoltà umana, una difficoltà che, tuttavia, insieme a momentanei naufragi, è in grado anche di produrre il miracolo del capolavoro, di cancellare il dispotismo di una fine che tutto cancella. È così che egli si immerge negli ateliers degli artisti, nei loro quartieri (San Lorenzo a Roma, in particolare), a contatto quotidiano con le ansie e le paranoie di creature che per definizione, quasi sempre,  sono più sensibili (più fragili) delle altre.

Prende corpo, via via che si procede nella lettura, il profilo di una vera e propria teoria della fragilità: la fragilità è il prodromo del senso stesso della vita: se sei fragile sei vivo e sei umano fra gli umani. Anzi, puoi essere il “migliore” fra gli umani, se ti preservi dalla contaminazione corrosiva della dittatura del profitto e dell’accumulazione. “Fragili di tutto il mondo unitevi!”, viene voglia di gridare leggendo questo libro, rivelatore dell’ ”io” più profondo, e del “noi” più saliente ma meno riconosciuto e valorizzato.

Naturalmente, come per tutte le cose, anche la paura e l’angoscia non hanno solo una faccia e una funzione, diciamo così, produttiva di slancio energico ed energizzante. C’è anche la paura indotta strumentalmente. E qui l’autore affronta, sempre con grande originalità ed efficacia, la questione della fede. Del suo porsi come compensazione alla fragilità delle fragilità che è il terrore della morte, ma al costo altissimo di ingigantire le paure umane con una dottrina e “un’educazione ansiogena, oscurantista e sessuofobica” che inizia sin dall’oratorio.

È tutto negativo? Certamente no. La predicazione evangelica sull’amore universale e sulla centralità dell’uomo, dell’ “essere” liberato dall’ossessione dell’ “avere”, hanno il pregio assoluto di precedere , e in qualche caso alimentare storicamente le ideologie egualitarie che da sempre affascinano e interessano l’autore.  Capitolo “altissimo” l’ottavo su fede e fragilità.

Domanda ovvia, a questo punto: l’amore  è sempre una dimostrazione di forza?  Non sempre.
Si può includere, infatti, nella categoria delle fragilità l’amore fra un uomo e una donna che porta con sé la paura che, in qualche modo, svanisca lo stato di grazia che momentaneamente ci regala. E poi, in più, c’è la paura di un maschio che per sua stessa natura è sempre sessualmente più vulnerabile della femmina. E così dal maschio, più debole, promana l’aggressività  figlia della paura.

Così come “maschia” è anche la cultura che produce istanze darwiniane in politica, in cui solo una femminea, accogliente, inclusiva disposizione a valorizzare le fragilità sociali può inverare il suo opposto. Destra e sinistra, in politica, si fronteggiano su questo campo, dove si confonde la supremazia con il successo, dimenticando che in natura il primato è funzionale all’estinzione dei deboli, mentre l’umanità per conservarsi e svilupparsi, come “intero” direbbe Hegel, ha bisogno di cure collettive, ha bisogno di uguaglianza intesa come libertà dal bisogno.

Con questo definitivo insegnamento, valorizzato  da colte e mai superflue citazioni,  ci congediamo da un’opera feconda che si scorre con avidità, perché ora più che mai c’è bisogno di arricchirsi di buone parole.

 

 

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