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Arte e prima guerra mondiale. Sartorio, battaglie a colpi di pennello

 di Federico Bernardelli Curuz

Un artista al passo coi tempi, che non disdegna di aprirsi al futuro e non dimentica il passato; immagine che calza a pennello alla figura poliedrica di Giulio Aristide Sartorio. Appassionato di pittura e poesia, si avvicina con interesse a nuove tecniche di rappresentazione all’avanguardia dei primi anni del Novecento, quali la fotografia (peraltro a lungo esplorata nel secolo precedente) e il cinema. Mentre i suoi colleghi non ritenevano, o perlomeno dichiaravano di non ritenere, “qualificante” ricorrere alla fotografia come mezzo utile e compatibile con la pittura, egli pensa che la nuova tecnica risulti come un elemento importante, se non indispensabile alla preparazione del dipinto, tanto che, dice, “persino Leonardo e Raffaello, se ritornassero a dipingere non rinunzierebbero ad un aiuto tanto comodo”.

box1Arruolatosi nel 1915, parte volontario per la prima guerra mondiale, destinazione Cormons, dove viene assegnato al comando del VI Corpo di Armata. Nonostante il conflitto lo impegni quasi completamente, Sartorio trova il tempo per dipingere e riesce a rendere utile al proprio Paese tale attività. Egli infatti rappresenta con minuzia importanti scene belliche come il Salto del ponte di Latisana, ma anche scene di momentanea quiete e riposo – di cui si ha un bell’esempio in Sacile -, ricoprendo, a tutti gli effetti, il ruolo assegnato oggi al reporter. L’Arma riconosce l’importanza della rappresentazione pittorica volta ad esaltare valorose azioni e a corredare la semplice visione dell’evento, che in fotografia apparirebbe fredda e distaccata, con una personale interpretazione emotiva e psicologica che la pittura consente di ottenere. Anche in seguito alla cattura e alla prigionia nel campo austriaco di Mauthausen, continua la sua attività di artista, insegna disegno ai compagni di detenzione.

Una volta liberato e tornato in patria decide di ripartire per il fronte dove, nelle vesti di civile, continua il suo lavoro di “documentarista”, e realizza dodici quadri relativi alla guerra sul Carso che, a detta di Sartorio, “riprodotti a colori, rappresentavano agli occhi degli alleati le difficoltà della nostra azione”. Dipinge altre sessanta opere che testimoniano la ritirata sul Piave e tutto ciò che è avvenuto fino al momento in cui il Delta viene riconquistato.

SACILE
Nelle sue rappresentazioni belliche Sartorio riesce a trasmettere efficacemente le sensazioni; la tensione del momento che precede lo scontro, ad esempio, resa attraverso l’utilizzo di tinte forti e accese, come il viola, che possono richiamare l’animo in subbuglio, carico di angoscia, e i verdi e i marroni, che rendono la scena ancora più cupa, rimandando ad uno scenario di morte e di dolore.

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Anche l’assalto ad una trincea nemica diventa, per l’artista romano, soggetto di un’opera. In Sbalzo di fanteria dalle trincee di Santa Caterina, appare l’abilità del pittore nel congelare l’attimo e con esso tutte le emozioni e le sensazioni che l’hanno accompagnato. Le figure dei soldati, rappresentate con brevi e marcati tratti neri, atti a creare una sorta di continuità nel tempo – tema caro anche al maggiore esponente del futurismo, Umberto Boccioni -, indicano la concitazione del momento e la rapidità delle azioni. Tale clima viene sottolineato ulteriormente dai contrasti che si creano tra il beige del terreno, che mette in risalto le sagome dei soldati lanciati all’attacco, e il bianco acceso, causa probabilmente della deflagrazione di una granata in zona austriaca, che irrompe nel cielo scuro.

La vita di Sartorio tra D’Annunzio,
Nietzsche e l’amore per il cinema

Giulio Aristide Sartorio nasce l’11 febbraio del 1860 a Roma. Figlio di Raffaele e nipote di Girolamo – entrambi scultori e pittori di discreto talento ma dalla carriera modesta -, si avvicina all’arte, studia e riproduce affreschi, quadri e statue delle basiliche e dei musei della Capitale. Agli esordi si impegna nella realizzazione di quadri di genere settecentesco, molto di moda verso la fine del XIX secolo; tale attività lo porta, a soli 19 anni, ad aprire uno studio in via Borgognona.

Si diletta, nel privato, a realizzare dipinti en plein air nella campagna romana. Nel capoluogo laziale conosce D’Annunzio – per il quale, nel 1886 illustrerà il romanzo Isotta Guttadauro -, Carducci ed Edoardo Scarfoglio. Tre anni dopo espone a Parigi, riscuotendo un buon successo (verrà premiato con la medaglia d’oro). In seguito ad un viaggio in Inghilterra, dove studia il preraffaellismo, nel 1895 si trasferisce in Germania; qui diventa professore dell’Accademia di Weimar. Nei sei anni di soggiorno in territorio teutonico conosce Nietzsche e i simbolisti tedeschi.


Tornato in Italia aderisce al Gruppo dei Venticinque, che riunisce i paesaggisti della Campagna romana. Partecipa alla Biennale del 1905 e del 1907 con fregi allegorici a chiaroscuro. Poco prima di partire volontario per la guerra – dove verrà ferito, fatto prigioniero e poi liberato – Sartorio diviene docente all’Accademia di Belle Arti di Roma. Terminato il conflitto mondiale, durante il quale realizza un buon numero di quadri bellici, si avvicina al mondo del cinema e, nel 1918, realizza un film, Il mistero di Galatea, per poi ripartire nel 1920 verso Egitto, Siria e Palestina, Sud America e Giappone.

Nel 1929 riceve il riconoscimento di Accademico d’Italia. Un anno dopo lavora alla decorazione del duomo di Messina, compito che non riuscirà a portare a termine (concluderà solo i bozzetti); Giuliano Aristide Sartorio, infatti, muore a Roma il 3 ottobre del 1932.

 

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