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Scandalosa Lavinia Fontana. Le difficoltà d’essere artiste nel ‘500. Il video delle opere

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Autoritratto di Lavinia Fontana

di Chiara Bertoldi

xxLavinia Fontana, sguardo fiero, sicuro, è seduta ad un tavolino del suo studio con una penna in mano ed un foglio innanzi. Volgendo gli occhi altrove ritroviamo l’artista bolognese, nuovamente nel suo studio, mentre suona una spinetta (come già aveva amato immortalarsi l’Anguissola): dietro, un cavalletto. In tutti gli autoritratti, la Fontana ha sempre offerto un’immagine ben precisa di sé: in nobile atteggiamento, con abiti eleganti e ricercate pettinature, idealizzando, o forse semplicemente mostrando, le sue doti. E di doti, indubbiamente, Lavinia Fontana ne aveva: a valorizzarle, contribuì il padre Prospero, pittore bolognese di successo, che le trasmise i primi rudimenti nella sua bottega. Presto Lavinia divenne famosa, ed oggi è considerata una delle figure principali della storia dell’arte al femminile.

Prospero non solo incoraggiò la figlia ad intraprendere la sua stessa strada, ma cercò di proteggerla anche al momento delle nozze con il pittore lucchese Gian Paolo Zappi: nel contratto di matrimonio, pose come condizione che a Lavinia fosse consentito di continuare a dipingere pure una volta sposata. Il marito rispettò tale accordo ed abbandonò la propria carriera, diventando di fatto l’assistente della moglie. Protetta prima dal padre, poi dallo sposo, l’artista poté realizzare importanti composizioni: documentate ne sono 135, anche se se ne conosce meno della metà.

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Esponenti delle più illustri famiglie romane, cardinali, principi e nobildonne, accorrevano da lei per farsi immortalare, sicuri di vedere così enfatizzate le proprie qualità e il proprio ruolo sociale. Accanto al genere del ritratto, la Fontana frequentò temi religiosi e mitologici, ed è curioso ricordare come l’artista bolognese sia stata la prima donna ad occuparsi di soggetti mitologici, inserendovi persino nudi maschili e femminili (“Minerva nell’atto di vestirsi”, 1613).
Per quanto riguarda le opere religiose, esse non furono inizialmente ben accolte: se si tollerava che una donna si “sporcasse” le mani per dar vita a quadri di piccole dimensioni, ben più difficile era accettare che realizzasse una pala d’altare. Lavinia Fontana sconfisse anche questo pregiudizio: una sua pala, eseguita nel 1589, finì addirittura all’Escorial.

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