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Scintillanti capolavori prodotti dalle popolazioni nomadi della steppa

Stile intervistò  Franco Marzatico, direttore del Castello del Buonconsiglio e curatore con Gianluca Bonora della mostra Ori dei cavalieri delle steppe. Riproponiamo l’articolo che consente di far luce sull’alto livello di produzione artistica e orafa raggiunta dalle popolazioni nomadi che convergevano sull’Ucraina.

Il Castello del Buonconsiglio ospita un evento espositivo decisamente singolare. Ci racconta come è nato questo progetto? Il progetto è partito in verità dalla proposta giuntaci dai Musei dell’Ucraina di allestire una mostra dedicata al popolo degli Ittiti. Visto che però sull’argomento erano già state realizzate altre iniziative in passato, abbiamo preferito allargare lo specchio d’interesse a tutte le popolazioni nomadiche che, a partire dal primo millennio avanti Cristo, hanno dominato gli sconfinati territori che si estendono dall’Asia fino all’Europa Orientale e le cui testimonianze emerse in Ucraina sono raccolte nelle preziose collezioni di quei musei. Rispetto alle rassegne che negli ultimi trent’anni hanno fatto conoscere in Italia alcuni di questi popoli (la prima fu a Venezia nel 1977), ci proponiamo qui di offrire una nuova prospettiva di lettura relativa alle espressioni comuni e peculiari delle classi dominanti delle civiltà nomadiche, alla luce di fonti scritte, archeologiche ed etnografiche, a partire dall’Ucraina, porta orientale d’Europa e crocevia di antiche popolazioni nomadi che hanno profondamente influenzato la storia dell’Occidente. Il filo rosso attraverso il quale vogliamo suggerire questa analisi è quello dei segni del prestigio e del potere che caratterizzavano tali comunità e che sono decodificabili secondo segni di comunicazione affini a quelli di popolazioni a noi culturalmente più vicine, ovvero l’abbigliamento e i gioielli, gli armamenti e le finiture dei cavalli.

Un filo conduttore che quindi intende riflettere le analogie che avvicinano queste culture a quelle occidentali? In effetti popoli che a noi sembrano lontanissimi, i cui nomi non ci dicono nulla, perché alcuni non sono nemmeno ricordati nei nostri libri di storia, come i Pecenighi o i Polovzi, in realtà condividevano notevoli influssi e contatti con il Mediterraneo e con la cultura occidentale, come documentano le fonti più antiche. Del resto si tratta di popoli guerrieri che con le loro vicende e le loro migrazioni hanno partecipato alla storia dell’Occidente. La tradizionale contrapposizione fra le “genti barbariche” considerate selvagge e quelle sedentarie, a cui invece corrispondevano ordine e norma, risale alle fonti più antiche, a cominciare da Omero. Tuttavia tale antinomia ci pare più letteraria che reale: lo splendore sfavillante dei gioielli, le armi impreziosite dall’oro e dalle gemme o i finimenti più ricchi per i cavalli, la sontuosità del vasellame cerimoniale da banchetto rappresentano di fatto simboli trasversali nello spazio e nel tempo di un’identica aspirazione all’autocelebrazione dei ceti più potenti. In fondo anche oggi gli emblemi del prestigio risiedono nelle auto potenti, negli abiti griffati, nei gioielli, nell’esibizione dell’argenteria buona durante le cene ufficiali…

Non si tratta della prima volta che la vostra istituzione ospita eventi dedicati a temi analoghi. No, infatti questo progetto espositivo rappresenta in qualche modo l’ideale prosecuzione delle passate rassegne Ori delle Alpi e Guerrieri, principi ed eroi fra il Danubio e il Po, ponendosi come una sorta di espansione verso Est delle aree tematiche già analizzate, grazie alla collaborazione instaurata con importanti istituti museali, di ricerca e specialisti internazionali.

Ci spiega come è stato pensato l’allestimento di questo evento e come si struttura il percorso espositivo? Attraverso un articolato itinerario che si snoda in numerose sezioni tematiche vogliamo offrire al visitatore la possibilità di ammirare un nucleo straordinario di circa quattrocento autentici tesori. Preziosi ornamenti per vesti e copricapi, monili e persino armi realizzate in oro mostrano lo sfarzo della vita aristocratica dei principi cavalieri delle steppe e ne documentano i rapporti culturali con le civiltà stanziali del Mediterraneo e dell’Asia, Greci, Romani e Persiani. Visibili per la prima volta al grande pubblico europeo, sfilano stupendi manufatti in oro e argento, creati al fine di esibire l’alto rango e il ruolo dominante dei principi delle varie tribù, e che illustrano il forte legame con la natura, che sfocia peraltro in un’arte animalistica, volta alla rappresentazione di una fauna reale e fantastica e collegata a credenze magico-religiose.

Vuole illustrarci in maniera sintetica la successione delle diverse sezioni? Dopo una prima sezione di carattere introduttivo, che apre una finestra sul periodo che precede nelle steppe dell’Ucraina la presenza di popolazioni nomadiche, quando ancora vi erano culture stanziali di agricoltori e allevatori, si entra, con la seconda sezione, nel merito dell’affermazione della civiltà nomadica. Con la terza sezione si affronta nello specifico il tema dell’arte animalistica, la più alta espressione creativa dei popoli delle steppe. Il quarto comparto propone la ricostruzione di un kurgan, un grande tumulo funerario, dove venivano sepolti gli esponenti dell’aristocrazia principesca con il loro prezioso corredo. La quinta sezione è incentrata sulla figura delle principesse nomadiche, e si sofferma sull’analisi dello sfarzo che ne caratterizzava l’abbigliamento e lo stile di vita, mostrando fra l’altro lussuosissimi monili in oro. Al trionfo del principe nomade e del suo potere politico, militare e sociale, è invece dedicata la sesta sezione, mentre la successiva si sofferma sulla figura del cavaliere e sui preziosi ornamenti dei destrieri che dovevano rispecchiare l’alto rango del principe. Viene poi affrontato il tema degli scambi e dei contatti fra Oriente e Occidente: attraverso oggetti provenienti dal mondo mediterraneo e orientale si testimoniano i fasti e la raffinatezza della vita aristocratica condotta da principi e cavalieri delle steppe, in antitesi allo stereotipo di un’esistenza solo selvaggia all’insegna della guerra e dei patti di sangue tramandato dalle fonti scritte. In conclusione, vi è una sezione che indaga il tema magico-religioso mediante una selezione di oggetti di valore rituale e simbolico.


Il percorso espositivo offre pure apparati di tipo letterario. Sì, ci è parso molto interessante proporre ai visitatori le descrizioni di questi popoli lasciateci dagli antichi geografi e storici, per i quali lo stile di vita “barbaro” conseguente alla qualifica di “nomadi” era usualmente messo in netta contrapposizione con quello greco, basato sulle polis, città con un proprio ordinamento socio-politico stabilizzato. Per oltre due millenni, dall’Età del Ferro fino al Medioevo, si è di fatto consolidata l’immagine stereotipata di un netto contrasto fra nomadismo-allevamento, da un lato, e sedentarietà-agricoltura dall’altro. La realtà appare però decisamente più complessa, dal momento che sono note più forme di organizzazione socio-economica e strategie differenziate di sussistenza del nomadismo, così come questa mostra vuole documentare.

 

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