Home / Pittura dell'ottocento / Giovanni Segantini – L’analisi critica di Annie-Paule Quinsac, massima esperta dell’autore
Se vuoi ricevere gratuitamente sulla tua bacheca gli articoli e i saggi di Stile Arte, clicca qui sotto "Mi piace".

Giovanni_Segantini_003

Giovanni Segantini – L’analisi critica di Annie-Paule Quinsac, massima esperta dell’autore



PUOI RICEVERE GRATUITAMENTE, OGNI GIORNO, I NOSTRI SAGGI E I NOSTRI ARTICOLI D’ARTE SULLA TUA HOME DI FACEBOOK. BASTA CLICCARE “MI PIACE”, SUBITO QUI A DESTRA. STILE ARTE E’ UN QUOTIDIANO , OGGI ON LINE, FONDATO NEL 1995

Stile Arte ripropone un proprio importante incontro con Annie-Paule Quinsac, massimo studioso al mondo dell’artista, curatrice del Catalogo Generale (1982) e della raccolta delle lettere (1985), nonchè di numerose mostre in Italia e all’estero. L’intervista, svolta su elementi strutturali, fu pubblicata nel febbraio 2001 dalla nostra testata, in occasione dell’apertura della mostra “Giovanni Segantini. Luce e simbolo. 1884-1899” tenutasi alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia

 

intervista di Beatrice Avanzi

Dopo la celebrazione del centenario, che si è tenuta a Trento l’anno scorso, qual è il criterio che ha guidato questa nuova mostra dedicata a Segantini?
Sono due mostre molto diverse. A Trento, per non duplicare l’antologica del 1987, l’idea era, per la prima volta, di presentare un evento interamente dedicato al rapporto tra disegni e dipinti. Per quanto riguarda la mostra di Villa Panza a Varese e della Guggenheim a Venezia, ha prevalso un’impostazione che mettesse in risalto l’importanza del Segantini simbolista, selezionando alcuni capolavori del periodo svizzero, in cui egli si è affermato come uno dei più grandi maestri dell’Ottocento. Si tratta di due versioni diverse della stessa mostra: dopo Villa Panza, dove nello spazio della Scuderia Grande erano esposti dieci capolavori – non più visti assieme dal 1901, e comunque mai in Italia -, a Venezia, invece, nella “intimità” di una casa museo, avremo tredici opere, delle quali nove già proposte a Varese, corredate da diciotto disegni, tutti simbolisti, dei quali una piccola sezione illustra la progettazione del “Trittico dell’Engadina”.

Può illustrarci alcune delle opere che vedremo a Venezia?
Sono opere che dànno un’idea completa dell’evoluzione del simbolismo di Segantini. Si comincia con “A messa prima”, che è il quadro-sintesi del periodo della Brianza, in cui si vede già un’impostazione simbolista, in quanto il prete che sale le scale ascende verso il cielo luminoso, simbolo di un’armonia tra uomo e natura. Si passa poi a un dipinto-chiave – ripresa con la tecnica divisionista di un soggetto realizzato a Pusiano – che è la seconda versione di “Ave Maria a trasbordo”, e si procede con vere e proprie icone del periodo di Savognino, quali “Il ritorno dal bosco” e “Mezzogiorno sulle Alpi”, per arrivare a opere come la “Vanità” o i medaglioni per il “Trittico”, che illustrano un simbolismo in cui il mito e l’allegoria modificano la visione senza che il riferimento naturalista venga meno. Poi ci sarà un’imponente tela che non si vedeva in Italia da quando è stata realizzata, nel 1897, “Primavera sulle Alpi”. E’ un dipinto in cui tutto è un’allegorizzazione del rapporto tra la natura e l’uomo, e che non va visto quindi come la rappresentazione realista di una scena dei campi: le nuvole che si dipanano nel cielo danno il senso della relatività delle vicende umane. A Venezia soltanto sarà presente “Petalo di rosa”, che non veniva esposto in Italia dal 1948. E’ la prima opera puramente simbolista: è un ritratto di Bice, la compagna di Segantini, visto come il simbolo del risveglio, della vita che si rinnova.
Il simbolismo di Segantini, come emerge da queste opere, non fu mai “antinaturalista”, rimanendo, anzi, profondamente ancorato al dato naturale. Come riuscì a conciliare questi due termini?
Li conciliò perché erano una cosa sola nella sua psiche: egli vede la natura come “foresta di simboli”, e dunque la scelta del paesaggio dove vivere e dipingere determina la sua visione. Come i Tropici per Gauguin o Arles per Van Gogh, i Grigioni sin dal 1886 e l’Engadina, dal 1894 alla morte, furono, per lui, un’espansione del proprio Io. Non a caso Segantini scelse la Svizzera: renitente alla leva, non poteva tornare nel natio Trentino. L’emigrazione gli restituì l’alta quota, la luce del paradiso perduto della prima infanzia. In lui l’osservazione di alcuni, significanti, elementi del reale – e in particolare della luce – genera l’affiorare del suo essere psichico, che ci viene restituito nella nitidezza dell’immagine.

Fondamentale, in questo senso, è la resa della luce attraverso la tecnica divisionista. Come si accostò a questa tecnica, e cosa significò per la sua poetica?
Fu la scoperta della divisione del tono, cioè delle leggi ottiche che erano state molto discusse in Francia e in Europa dalla seconda metà dell’Ottocento, a permettergli di elaborare la propria visione pittorica. L’approfondimento di questo nuovo modo di concepire la pittura, tuttavia, fu reso necessario dal cambiamento di ambiente: dopo averlo confrontato con la luce cristallina e tersa delle Alpi, Segantini capì che ne poteva tradurre l’intensità soltanto tramite il colore, e ciò gli consentì di esprimerne la trascendenza. Nelle sue mani la luce diventa sinonimo della presenza del divino in natura.
A partire già da “Ave Maria a trasbordo”.
Sì, a partire da “Ave Maria a trasbordo”, che è il primo dipinto puramente divisionista, di un divisionismo molto empirico, spontaneo. Segantini è un intuitivo, sente la pittura nella materia, e la sensualità delle cose è per lui molto importante. Non parte dalla teoria: conosce la teoria e questo lo conforta nelle sue scelte, che sono però scelte emotive.
A contatto con la luce e la natura dell’Engadina la sua arte evolve dunque sempre più verso una visione “panteistica”. Può illustrarci questo percorso?
Ho voluto evidenziarlo attraverso le opere in mostra. Questo suo panteismo presenta affinità con il pessimismo di Schopenhauer, in quanto nei suoi dipinti animali ed esseri umani appaiono uniti in un comune destino di sottomissione alla natura. La fede segantiniana non celebra un Dio personale come quello della religione cristiana. Egli si allontana dalla tradizione cattolica, ma gli rimane una profonda religiosità che trova sbocco nella trasfigurazione della natura e della maternità, temi che informano la sua produzione e che sono, appunto, i due poli iconografici delle opere in mostra.

Infine, pensa che questa mostra potrà contribuire a restituire a Segantini il prestigio internazionale che gli compete?
Non ne dubito. E’ quasi impossibile ottenere il prestito dei quadri importanti del tardo Segantini, fragili e spesso di imponenti dimensioni, e questa mostra concederà l’opportunità irripetibile di vederli insieme. Appunto per tale difficoltà di accesso, l’opera di Segantini ha perso l’universalità che era indiscussa fino alla prima guerra mondiale.

(Stile Arte, febbraio 2001)

NEL VIDEO: CON SEGANTINI SULLE MONTAGNE INCANTATE

 

SE HAI GRADITO IL SERVIZIO E STILE ARTE, VAI ALL’INIZIO DELLA PAGINA E CLICCA “MI PIACE”

 

x

Ti potrebbe interessare

stendhal

Sindrome di Stendhal – Perché si soffre della sindrome di Stendhal?

velierofriederichape

Friedrich. Viaggio di nozze. Il significato