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Che dramma quel paesaggio

di Roberto Gramiccia

Franco Mulas dipinge ormai da più di quarant’anni. E uno si immaginerebbe, non conoscendolo, un signore tranquillo e appagato. Uno che ne ha viste di cotte e di crude. Che ha avuto i suoi successi e i suoi riconoscimenti e che, quindi, oggi passi il suo tempo a gestire tranquillamente la sua piena maturità artistica insistendo sulle cose che gli riescono meglio. E invece no. Mulas non ci pensa proprio alla “pensione dorata del pittore” e si è messo in gioco come un ragazzo.
Il suo ultimo ciclo, quello delle Schegge, è, forse, per potenza, originalità e spericolatezza il più “giovanile” di una carriera ormai lunga e prestigiosa iniziata verso la fine degli anni ’60 con la prima serie di dipinti che prese il nome di Week-end, seguita dalle opere ispirate al Maggio francese e alla contestazione giovanile e dai cicli Pitture nere e Itinerari (anni Settanta), dalle serie Autoritratto Identikit e dalla sequenza di quattro dipinti con cui nell’80 partecipò alla Biennale di Venezia dal titolo L’albero rosso di Mondrian, dal capitolo delle Finzioni, da Big Burg fino ad oggi.
Se non fosse per una vena cospicua di ironia (e autoironia) continuamente rifornita da una umanità affabile ma cinica, come accade ai romani purosangue, Mulas potrebbe passare per un allievo postmoderno di Giordano Bruno, per lo sguardo critico e unitario che riesce ancora a dirigere sul mondo.
Ebbene, nella sua pittura l’ironia scompare. Rimane la carica eversiva di chi rappresenta l’esplosione di una realtà che, dietro le sembianze plastificate di una stagnazione apparente, mostra le crepe ingravescenti di un processo di disaggregazione delle strutture fondanti della società occidentale, delle strutture fondanti del pensiero critico e creativo, della natura stessa colpita nel cuore dei suoi più intimi e imprescindibili equilibri. Guerre “preventive” e non, azioni e reazioni terroristiche, catastrofi naturali di portata enorme facilitate dalla politica temeraria e improvvida delle grandi corporation, rischi di pandemie simili alla peste del Manzoni, fughe e migrazioni epocali dalla miseria e dalla morte e quant’altro è inevitabilmente connesso con le dinamiche perverse di questi processi distruttivi producono, inoltre, conseguenze incalcolabili in termini di immiserimento morale e di annichilimento delle coscienze, rese ancor più spiritualmente patogene dall’influenza narcotizzante dei media.
Le schegge di questo mondo, Franco Mulas dipinge. E la sua pittura non può avere cedimenti perché, come negli anni ’60 e ’70, è sostenuta, oltre che dall’esercizio di un “nobile mestiere”, da una tensione etica senza esitazioni. Naturalmente l’artista non è un agitatore politico. Non è un propagandista, né un illustratore. I suoi non sono, né possono (né debbono) essere comizi.
Mulas usa i colori ad olio su tavola come gli antichi maestri. Come gli antichi maestri dipinge paesaggi. Ma i suoi paesaggi sono diversi da quelli di Corot o di Segantini, perché pur attingendo dalla realtà, di essa non aspirano a dare una rappresentazione mimetica, se non nell’utilizzo dei colori del contemporaneo. Questi colori sono tratti da un mix di sollecitazioni retiniche che provengono da una natura “sporca” e contaminata e dall’enorme “reservoir” delle immagini digitali della pubblicità e dell’ipercomunicazione. “Per raccontare il dramma del paesaggio – mi dice Mulas – uso delle nuance di colore impensabili ai tempi dei grandi pittori di natura di fine Ottocento, ma che un bambino di oggi che passa ore davanti al computer o alla televisione percepisce come naturali”.
Per il resto, egli non dipinge case, prati, montagne, fiumi o ponti, cartelli pubblicitari, campi di calcio, oggetti di consumo, figure, immagini digitali accattivanti o ripugnanti. Non dipinge queste cose ma tutte queste cose, ugualmente, sono dentro la sua pittura fintamente astratta, che raccoglie in sé la forza e la velocità del gesto, centrifugando gli elementi costitutivi di una realtà naturaltecnologica che tende ad autodistruggersi. Per questo – la cosa mi ha assai colpito – Mulas parla di “dramma del paesaggio”. Perchè in esso c’è, “riassunta” metaforicamente, la crisi profonda del nostro tempo.
La velocità di esecuzione e la rappresentazione stessa della velocità, resa magistralmente con l’uso del “fuori fuoco” e del “fuori registro”, che alludono alle quadricromie della stampa, e con la pratica istintiva della rasoiata pittorica e del colpo di spatola, fanno pensare a una riedizione del dinamismo plastico futurista (viene in mente La città che sale di Boccioni). Ma mentre per i Futuristi la velocità testimoniava i trionfi di un’immancabile, elitaria e superiore civiltà meccanica, per Mulas la velocità è quella della dissoluzione, del vortice, del mulinello che alza la polvere delle rovine di una civiltà che stiamo perdendo. “Voglio dipingere velocemente la velocità, la frantumazione del mondo, della società” dice l’artista romano, che ha negli occhi la scintilla di chi non si rassegna ad essere uno spettatore passivo.
Se c’è un errore da evitare nell’accostarsi all’opera di questo autore è quello di abbandonarsi ad una lettura della sua pittura emotivamente consegnata alle lusinghe del policromatismo e del gesto (di sorprendente virtuosismo tecnico). Mulas è un virtuoso. Ma non vuole essere e non è solamente questo. E ove si osservino le sue Schegge con l’attenzione che fa del fruitore un complice sensibile (un co-autore), si avvertono un piacere e un disagio insieme. Una cosa che ti prende allo stomaco. Un pugno sferrato senza alcuna concessione alla retorica e alla propaganda. Questa sensazione è il segno che l’obiettivo è stato raggiunto.
Per molti anni si è detto che la caduta delle ideologie ci avrebbe dischiuso orizzonti immancabili di pace e di progresso. Non è stato così. La pittura di Mulas, oltre ad intrattenere in sé il bene della qualità, una cosa almeno ce la insegna: che bisogna rimanere svegli, svegli nella ricerca e liberi nel giudizio. L’ideologia di una nuova intelligenza critica che riscopra il gusto di coniugare etica ed estetica, senza atteggiamenti bacchettoni ed arroganti, ma con la forza del lavoro e l’umiltà orgogliosa che deriva dalla consapevolezza di appartenere ad una nobile tradizione è quella che Mulas, con il suo lavoro, ci propone.
Per un artista di valore il mercato, la tecnologia, la mondanità vengono dopo o non vengono proprio. Quello che conta è mantenere dritta la barra senza tentennamenti, aggiungendo, quando è possibile, anche solo una virgola alla storia dell’arte, alla storia dell’uomo. Questa cosa è obiettivamente progressiva, ed importante perché contribuisce a mantenere aperta una questione a cui Mulas, crediamo, tiene molto: non ratificare la fine della storia, ma “tenere aperta la pratica”… magari in attesa di tempi migliori.

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