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Chi ha visto quel Moretto? I capolavori da cercare nelle vecchie soffitte


 

Chissà quante volte si è fantasticato di frugare in soffitta e ritrovarsi fra le mani il dipinto di un grande maestro. E se il quadro appeso nel salotto buono di famiglia fosse un’opera autentica di un pittore del Cinquecento come Alessandro Bonvicino, detto il Moretto? A giudicare dal numero di dipinti ascrivibili al noto pittore, la cui collocazione risulta attualmente ignota, possiamo se non altro continuare a cercare (e a sperare…). Come ci ha infatti confermato Pier Virgilio Begni Redona, autore della più completa monografia dedicata a Moretto, che, pubblicata nel 1988, riportava un elenco dettagliato sia delle sue opere perdute che di quelle all’epoca disperse, se è vero che negli ultimi anni ci sono stati alcuni eclatanti ritrovamenti, come quello della Venere e amorino rinvenuto a Londra dove pare fosse giunta nel 1940, tuttavia alla data attuale non sono comunque pochi i dipinti di cui si sono perse le tracce, e per i quali dunque la “caccia al tesoro” è più che mai aperta.

Per cominciare esiste una vasta documentazione, corredata anche da un’immagine fotografica, di un olio su tela di grandi dimensioni (199,2 x 165 cm) raffigurante La Natività di Maria di cui a partire dal 1950 non si è più saputo nulla. La più antica notizia in merito all’opera risale al 1777, quando risulta collocata nella chiesa di un convento di monache Benedettine a Pavia. In seguito il dipinto venne rintracciato in una collezione inglese, quella dei nobili Holford di Londra, che lo avevano regolarmente inventariato. Nel 1927 la collezione venne però messa all’asta da Christie’s e da quel momento intercorse un lungo silenzio delle voci storiografiche, interrotto solo nel 1943, quando viene pubblicata la monografia di Gombosi, il quale aveva individuato la tela a Bologna, nella Collezione Modiano. Già tre anni dopo, il quadro non ne faceva più parte e da allora è ignota la sua ubicazione.

Da quello che si può giudicare dalla riproduzione fotografica la stesura pittorica rimanda a certe soluzioni manieristiche entrate nelle scelte formali di Moretto in una fase piuttosto avanzata della sua carriera, la datazione del dipinto è quindi collocabile nel quinquennio tra il 1545 e il 1550. Risale invece al 1866 l’ultimo riferimento storiografico certo a una coppia di grandi pannelli eseguiti ad olio su tela e raffiguranti San Giorgio e San Giovanni Evangelista (entrambi di 265 x 121 cm), che erano un tempo collocati nella chiesa di Santa Maria della Ghiaia in Verona. Nel 1812, i due dipinti passarono alla collezione del conte Teodoro Lechi in Milano, dove rimasero anche quando la raccolta venne trasferita a Brescia. Nessuna notizia in merito alla successiva destinazione delle opere è però riportata nell’Archivio Lechi, solitamente molto preciso. Mistero fitto avvolge anche la sorte di un’altra opera di autografia certa. Si tratta di un San Tommaso d’Aquino, che nel suo testamento Moretto aveva destinato alla chiesa di San Clemente a Brescia, dove in effetti è collocato dalle guide artistiche della letteratura antica. Nel 1747, Maccarinelli ne riferiva così: “Opera di Alessandro Bonvicini, (…), è quella tela a destra nella Sagristia, in cui rappresentato si vede il quinto Dottor della Chiesa S.Tomaso d’Aquino illuminato da un raggio celeste, che le fologoreggia il volto”.

Nell’Ottocento l’opera viene nuovamente citata, ma già alla fine del secolo è inclusa tra quelle disperse. Vista anche la natura più “privata” del tema del ritratto, non stupisce che pure numerose di queste prove dell’artista sia andata smarrita nel corso dei secoli. Si può cominciare citando un Ritratto di dama, che, attribuito in un primo momento a Tiziano, è documentato nella collezione Lanfranconi a Parigi e in seguito in quella Nemes ed Herzog di Budapest; l’opera venne poi proposta in una mostra allestita nella capitale ungherese nel 1937-38 con un’attribuzione a Paris Bordone, per essere poi assegnata al Moretto nel 1943 da Gombosi. Molto è stato scritto anche di un Ritratto di Brunoro Gambara, in cui Moretto, stando alle fonti, avrebbe saputo eccellentemente descrivere non solo le fattezze ma pure le qualità d’animo del nobiluomo originario di Pralboino, fratello della poetessa Veronica. L’opera è citata da Carotti nella cronaca dell’inaugurazione della raccolta d’arte di Carlo e Antonio Grandi, avvenuta a Milano il 21 dicembre 1905, anche se in seguito il Gombosi, pur inserendola fra le autografe, solleva il dubbio che potesse trattarsi di una copia dell’originale. Di tale dipinto è andato perduto pure l’unico documento fotografico, realizzato in un antico studio milanese. Un altro esponente della buona società cittadina del XVI secolo, il medico Bartolomeo Arniggia, pare avesse lasciato ai suoi eredi un proprio ritratto a firma del Bonvicino, che probabilmente va identificato con un “Ritratto d’un Chirurgo, mezza figura al naturale, del Moretto” descritto nel 1700 dall’Averoldo e poi inserito nell’inventario settecentesco di Faustino Lechi, che aggiunge alcuni dettagli che possono aiutare a riconoscerlo: “Mezza figura al naturale, in piedi. Tavolo, calamaio e ferro dell’arte, libri di Arnigio: ‘Ars longa, vita brevis’ e un altro ‘Ippocartis opera’. In alto una boccetta con acqua e un bicchiere di orina”.

Nell’Archivio Lechi è riportato che con un contratto datato 21 aprile 1802 il dipinto fu acquistato dal mercante inglese Richard Vickris Pryor, ma da quel momento la sua collocazione risulta ignota. Doveroso citare anche l’effigie di Agostino Gallo, amico del pittore e l’Autoritratto che nel 1628 Ridolfi scrive di avere veduto, insieme, nella casa di Francesco Gallo. Dell’Autoritratto l’autore aveva pure tratto un’incisione, che è quella pubblicata a pag. 244 del suo volume Le meraviglie dell’arte, pubblicata a Venezia. Di un altro ritratto, quello di Mattia Ugoni, vescovo di Famagosta, esistono solo notizie bibliografiche, riportate nei testi seicenteschi di Rossi, che lo colloca in casa del Conte Gian Battista Gambara, e di Ridolfi. Un capitolo a parte riguarda la ricerca di un altro nucleo di dipinti perduti. Curioso, infatti, sarebbe anche poter verificare la pertinenza di alcune attribuzioni, che vengono messe in dubbio dalla difficoltà di analisi offerta dalle sole riproduzioni fotografiche oggi a disposizione degli studiosi. E’ questo il caso del Ritratto virile che era stato assegnato al nostro pittore nel catalogo della Collezione Mendoza di Milano, quando venne posto in vendita nella galleria Pesaro del capoluogo lombardo nel 1936; o la Madonna con Bambino che venne ammirata nella Collezione Leuchtembreg a Pietroburgo nel 1903 da Néoustroïeff, il quale, pur annotando alcune imperfezioni nel disegno, l’attribuiva a Moretto; o ancora le due piccole tele raffiguranti San Nicola da Bari e Sant’Agostino, che erano probabilmente parti di un polittico di cui è ignota la destinazione originaria e che appartenevano alla Collezione Paul Delaroff, messe in vendita dopo il 1914. (giovanna galli)

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STILE Brescia 2007

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