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Giovanni Frangi – Intervista, quotazioni, biografia artistica


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intervista di Alessandra Zanchi

­­Giovanni Frangi, artista milanese nato nel ’59, è tra le figure più importanti della sua generazione. Ha esposto in tutto il mondo ed è stato premiato alla XII Quadriennale.

Giovanni Frangi

Giovanni Frangi


 

Partiamo dalla formazione e dagli esordi. Un inizio piuttosto precoce, non è vero? Sì ho cominciato a dipingere fin da bambino. Poi la mia formazione è stata decisamente “classica”. Dopo il Liceo, mi diplomo nel 1982 all’Accademia di Brera e, sul finire degli anni Ottanta, si delinea un mio stile personale. In questi anni realizzo quadri molto grandi e affronto il tema della periferia urbana, occupandomi, in particolare, delle tangenziali e degli svincoli di Milano, che dipingo quasi completamente in giallo. Capisco allora che la mia dimensione preferita è quella del grande formato e che, seppur con divagazioni, il mio interesse principale è per il tema della natura e del paesaggio nelle sue varie declinazioni.

Tra le prime opere ci sono anche tele raffiguranti finestre, poltrone, sedie, tavoli che sono state considerata come frutto di un percorso di messa a punto di un alfabeto personale. Si tratta dei quadri che ho esposto nel 1986 alla Galleria Bergamini di Milano, con la presentazione di Achille Bonito Oliva. In realtà fanno sempre parte delle mie riflessioni sul paesaggio; per cui, molto spesso, si parte dal pretesto di un oggetto che poi evolve verso nuove soluzioni e trasformazioni, finanche all’astrazione.

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Quale allora il passaggio successivo all’indagine sulla città? Dopo la città, nasce una serie di dipinti che viene esposta nella sala del Cenacolo di Montecitorio, a Roma, nel 1997. Sono opere in cui esploro il mondo vicino all’acqua: paesaggi acquatici che formano un ciclo intitolato La fuga di Renzo, ovvero la storia di un viaggio nella laguna: da un porto al tramonto all’approdo notturno ad un impianto industriale illuminato dalla luna. È la prima volta in cui penso ad una serie di quadri collegati in modo da comporre una storia. Una tappa molto importante. Continuo ancora a dipingere quadri tradizionali, con valore autonomo, ma il mio lavoro è sempre più in quella direzione. Affronto temi diversi, a seconda della mia ispirazione. Esaurito un tema, di solito per noia, comincio la ricerca di altri spunti per una nuova avventura, sicché nel 1999 nasce per esempio Il richiamo della foresta. Nel Palazzo delle Stelline a Milano ho ambientato una serie di dipinti raffiguranti alberi nelle diverse stagioni, posizionati per terra con un basamento autoreggente. Ho usato i quadri come scenografie che interagivano tra loro e che cercavano di ridare al visitatore la sensazione di spaesamento che si prova nella foresta.

Le opere interagiscono ormai completamente con lo spazio circostante; mi pare inoltre che l’illusione sia un elemento importante con cui giocare.  Certamente. Il quadro rimane quadro ma già necessita di uscire da se stesso e, soprattutto, di staccarsi dalla parete. Inoltre, l’immagine illusionistica della foresta che si ha da un lato viene ribaltata e contraddetta dalla vista del retro dei quadri che li riqualifica come oggetti svelando l’illusione stessa.

Nel 2004, con la mostra a Villa Panza a Biumo, spazio e opera diventano una cosa sola… Avevo l’esigenza di riempire completamente una stanza di quadri come se fosse dipinta su ogni parete. La riflessione era sul tema della notte e di nuovo sull’acqua. Volevo ricreare la sensazione naturalistica di un paesaggio notturno lontano dalla città, in cui pian piano si vanno scoprendo strane forme. Dopo vari tentativi, Panza mi ha dato la possibilità di realizzarla nelle scuderie, una stanza di 15 metri per 8 per 3 di altezza. Nel frattempo avevo iniziato a fare delle sculture, utilizzando la gommapiuma bruciata; erano forme di tronco d’albero, ispirate a Leoncillo. Per Villa Panza però ho creato degli scogli o iceberg che uscivano dai quadri, laddove parte dipinta e parte tridimensionale erano un tutt’uno. In un ambiente notturno l’illuminazione cambiava ogni 12 minuti passando dal buio alla luce, con una curiosa illusione di alba e tramonto.

Come si arriva a questa soluzioni? Mi pare chiaro che, accanto alla pittura tradizionale, conviva un bisogno di sperimentazione continuo con materiali diversi oltre che con la scultura. Arrivo alle soluzioni in modo casuale. Per esempio: nel capannone dove lavoro avevo notato l’effetto delle luci a basso consumo, che si accendono lentamente, sui quadri (mi piaceva vederli emergere dall’oscurità); così ho pensato di usarle nelle opere ambientate. Credo che la sperimentazione con materiali diversi sia importantissima ed è anche molto divertente; come quando fai una torta e trovi un nuovo ingrediente che le rende più buona… Quanto alla scultura, dopo aver iniziato con il più tradizionale gesso, ho trovato nella gommapiuma il mio materiale ideale: un po’ antiscultoreo, leggero, precario e deteriorabile (ha una sua vita), ma in grado di esprimere molto bene il mio sentire.

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Ci sono dei punti di riferimento tra i maestri storici e gli artisti attuali?  Potrei dire centomila nomi… Leoncillo del periodo astratto di sicuro, poi adoro Degas, soprattutto i suoi monotipi (sconosciuti, ma straordinari), i disegni di Licini e, ancora, certamente Cucchi, il più grande della Transavanguardia, De Dominicis, Boetti… Si potrebbe non finire mai.

Veniamo dunque a View Master. Un gioco? Un’illusione ottica? Un’opera d’arte? La mostra di Firenze è la conseguenza e la continuazione del mio percorso. Il “View Master” è una nota macchinetta ideata negli anni Settanta per vedere le immagini in tre dimensioni. Un oggetto di modernariato che mi interessava per l’illusione stereoscopica. Essendo abituato a lavorare sull’ambiente, ho avuto un’idea legata allo spazio della galleria (che ho ricostruito in legno per la preparazione del mio capannone a Casaletta, vicino a Milano). Tutti e due gli ingressi della galleria sono chiusi da pareti di cartongesso. Solo attraverso un piccolo foro si può vedere l’opera all’interno. Non si può quindi entrare. L’opera si scopre attraverso questa scatola magica o camera ottica, che dir si voglia, un po’ per dettagli e mai nella sua interezza. I punti di vista sono due e opposti: da un lato si vede un’immagine costruita con sculture in gommapiuma, carta argentata e acqua vera riflettente la luce (sempre fondamentale), che raffigura il disgelo dei ghiacci; dall’altro la visione opposta di un fondale marino sott’acqua. Le zone di anticamera, asettiche e semibuie, sono il preambolo alla sorpresa all’interno. Ci sono anche un video sul mio lavoro, realizzato da Alessandro Uccelli, e otto dipinti ispirati ai fondali e ai ghiacci in disgelo. Ma la vera novità è il View Master, che mi ha aperto diverse idee e possibilità; ne ho già pensati moltissimi con situazioni incredibili, da tramonti a stellate a universi siderali; mi piacerebbe farne trenta tutti insieme. Certo, servono un grande spazio e lunghi tempi di preparazione.

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