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Ida Barbarigo, pittrice-intellettuale tra Venezia e Parigi

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“IDA BARBARIGO” di Giovanna Dal Bon. Un catalogo ricco d’immagini inedite, pubblicato dalla Axel & May Vervoordt Foundation rende omaggio all’artista veneziana, affascinante personalità del Novecento.
Un viaggio tra impressioni e vagabondaggi, passeggiate e immersioni en plein air da cui trarre emozioni, spunti, luci e colori, in cui cogliere vite reali: Giovanna Dal Bon ci introduce nel mondo“vagabondante” di Ida Barbarigo, tracciando non una semplice biografia ma quello che lei stessa definisce un periplo-ritratto.Il prezioso volume che la Axel e May Vervoordt Foundation ha pubblicato insieme a MER. Paper Kunsthalle in omaggio all’artista veneziana – intensa e affascinante personalità del panorama culturale della Venezia del Novecento, ancora attiva e creativa a oltre novant’anni e capace di sorprendente sensibilità nel suo lavoro – è un’ode al soffio, all’energia invisibile, a quell’aria che separa e  unisce ciò che si può vedere da ciò che non appare.

Interior shot at Ida Barbarigo’s Studio In Palazzo Balbi-Valier, 2011 © Jean-Pierre Gabriel
Interior shot at Ida Barbarigo’s Studio In Palazzo Balbi-Valier, 2011 © Jean-Pierre Gabriel

Ida Barbarigo (cognome d’arte assunto a Parigi negli anni Cinquanta su suggerimento della Galerie de  France) viene da una famiglia d’artisti, nasce tra colori e pennelli e si nutre di poesia.
Il padre è Guido Cadorin, amatissimo dal Vate d’Annunzio e spesso affiancato nei suoi lavori agli architetti Marcello Piacentini e Brenno del Giudice, suo cognato. La madre Livia, raffinata ed elegante allieva di Guido, ha tra i suoi antenati musicisti inventori di stradivari, i Fiorini di Cremona. Ida (1920-2018) la ricordava improvvisare arie di Monteverdi o frammenti di canzonieri seicenteschi e la sera leggere ad alta voce, a  lei e al fratello Paolo, le Mille e una Notte in francese.
Ida e il marito Zoran Music a Venezia Anni 60 ©Gianni Berengo Gardin Ida Barbarigo
Ida e il marito Zoran Music a Venezia Anni 60 ©Gianni Berengo Gardin Ida Barbarigo

Tra gli anni Venti e Quaranta, la Barbarigo comincia a maturare la sua sensibilità partendo dalla grande tradizione veneziana di cui rimarrà intrisa, dagli insegnamenti paterni e dell’Accademia di Belle Arti, ma già desiderosa e capace di contestarli, di sovvertirli per cercare nuove strade.Questo ritratto incalzante e ritmico proposto da Giovanna Dal Bon, che vive e Venezia e scrive poesia, autrice di numerosi saggi d’arte e letteratura e direttore dell’archivio Cadorin-Music, ci catapulta nell’immaginario dell’artista, tra le pietre calpestate, le fondamenta, i riti e gli incontri; i luoghi della sua formazione artistica e della sua “particolare bildung”.
 
Ci riporta alle sue “passeggiate” – come le chiamerà Ida stessa – a un incessante errare per cogliere vibrazioni e catturare emozioni.  Riviviamo la dimora-Bottega dei Cadorin al 2534 della Fondamenta Briati, i bar e gli incontri causali di  Piazza San Marco, le Zattere – vero paesaggio dell’anima di ieri e di oggi – la casa-studio di Parigi al 21 Rue du Bac, vicinissima alla Senna.Sentiamo il chiacchiericcio delle persone comuni, il vociare dei bambini, lo scorrere dell’acqua in laguna e nei canali; respiriamo i tempi di guerra con le durezze e i soprusi e l’aria della Parigi degli anni Cinquanta, meta agognata, dove Ida s’impone di “disimparare a dipingere” per ricominciare. E poi il volto e i silenzi di Zoran Music, che diverrà suo marito, le visioni di Dubuffet, le “costellazioni di incontri” d’artisti: Kokoschka, Vieira da Silva, Fontana, Brancusi e tanti altri.
Ida Barbarigo, Expérience déconcertante, 1962 Olio su tela 60 x 73 cm ©Axel Vervoordt Gallery
Ida Barbarigo, Expérience déconcertante, 1962 Olio su tela 60 x 73 cm ©Axel Vervoordt Gallery

I dipinti della Barbarigo tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi del Sessanta sono particolarmente moderni per la sua capacità, all’avanguardia, di dipingere l’invisibile, il vuoto.
Si concentra così su elementi che le permettono di re-inventare il rapporto con la realtà, con lo spazio. Elegge “le seggiole” a emblemi del contemporaneo, quelle lagunari come quelle parigine: sedie impilate, scrostate, controluce, disseminate nei caffé; sedie che – come scrive Giovanna Dal Bon – “diventano un leitmotiv che scandisce il suo percorso pittorico, un alfabeto, quasi un basso continuo in pittura che cercherà di sviluppare e trascinare a più estreme conseguenze”. Sedie che raccontano le vite e i dialoghi di chi occasionalmente le occupa e che la Barbarigo percepisce, raccoglie, trasmette. Allo stesso modo, ha una vera passione per le linee, che accennano e non contengono: le chiama le “interferenze far il pieno e il vuoto”.
Ritratto di Ida Barbarigo Al Palazzo Balbi-Valier, 2011 © Jean-Pierre Gabriel
Ritratto di Ida Barbarigo Al Palazzo Balbi-Valier, 2011 © Jean-Pierre Gabriel

Il volume dedicato a Ida Barbarigo (distribuito da Exhibitions International e acquistabile nell’edizione inglese presso alcuni bookshop a Venezia mentre è in corso di realizzazione una versione in lingua italiana) propone anche un interessante catalogo delle opere della pittrice veneziana tra il 1959 al 1964, con un supplemento dei suoi lavori più recenti, mentre il racconto della sua vita e della sua arte è scandito da fotografie inedite rinvenute nell’archivio Cadorin-Music.
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