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Il Battesimo di Piero della Francesca dov’era collocato? Chi lo commissionò? La soluzione Manescalchi

di Roberto Manescalchi

Angiolino Tricca ci dice che, Piero vecchio, il Battesimo e la Natività erano appese ad una parete del suo studio (cfr le due foto, qui sotto). Nella fattispecie il Battesimo, che fu sicuramente una delle prime opere, una quarantina di anni dopo la sua esecuzione, secondo Tricca, sarebbe stato ancora attaccato (non consegnato) ad una parete dello studio di Piero. L’opera di Piero, non avrebbe potuto quindi, in alcun modo, essere oggetto di completamento da parte di Matteo di Giovanni.

In San Giovanni Val D’Afra in Sansepolcro, come ormai sappiamo (https://www.stilearte.it/piero-della-francesca/) troneggiava il polittico di Matteo di Giovanni esattamente così come lo abbiamo ricostruito.

Lo testimoniano i due stemmi sulla base uno con le armi dei Graziani che sulla chiesa avevano protettorato e giurisdizione e l’altro con lo stemma della confraternita che lì aveva la sua sede. Le dimensioni e l’importanza della piccola chiesa (qui sotto)

fanno escludere in modo categorico, indipendentemente dal problema della mancata consegna documentata dal Tricca, la presenza di due opere (Matteo e Piero) di siffatta levatura. Quale delle due avrebbe dovuto ornare l’Altar Maggiore e quale un ipotetico altare secondario? La compresenza nello stesso luogo delle due opere, in questo caso, è, a nostro avviso, da escludere in modo assolutamente categorico.

Se il Battesimo di Piero non fu consegnato perché? Chi fu il suo committente? Per quale luogo, allora, fu pensato e realizzato?

L’esame delle chiese intitolate al Battista in Alta Valle del Tevere ci ha permesso di rilevare che nella vicina Anghiari, a soli sette km da Sansepolcro, entro la cinta muraria esiste un edificio (Battistero), oggi sconsacrato realizzato nel 1442. La data di compimento dell’opera si legge ancora Sull’Architrave del portale esterno.

Non ci risultano iconografie coeve che fossero ospitate sull’Altare Maggiore di detto edificio… forse che quella prevista non sia mai arrivata? Perché?

Per la realizzazione di un battistero, all’interno del castello di Anghiari, sappiamo che il capitano di ventura Baldaccio Bruni mise a disposizione nel 1439 “400 masse di grossoni d’Argento”. Nel 1438 il condottiero aveva sposato in Firenze Annalena Malatesta. Al momento della donazione a favore dell’erigendo battistero il condottiero avrebbe potuto essere stato nella condizione di dover ringraziare per l’arrivo di un erede e o di offrire per la speranza di un erede. Nella condizione, quindi, di poter e voler commissionare anche l’icona dell’altare maggiore del battistero oltre che finanziarne la costruzione. Icona che, stante la titolazione della chiesa, non poteva che essere un Battesimo! Il figlioletto di Baldaccio, di cui conosciamo praticamente solo l’esistenza, morì o fu ucciso, praticamente in concomitanza al fatto di sangue che vide prima la defenestrazione, da una finestra di Palazzo vecchio, del condottiero (1441) e poi subito dopo la sua decapitazione.

Nel 1439 sappiamo Piero a Firenze e sappiamo che a più riprese, in città, si trovò anche Baldaccio. Nel caso di una commissione pittorica da parte del famoso condottiero per il Battistero di Anghiari ci pare plausibile e non fuori luogo che essa potesse essere affidata ad un artista suo conterraneo piuttosto che a un fiorentino. Se la commissione di una pittura a Piero da parte del capitano di ventura Baldaccio Bruni potesse far storcere il naso a qualcuno non dimentichiamo, tuttavia, che il prestigioso casato della moglie sarebbe, invece, perfettamente in linea con una ipotetica assegnazione al nostro pittore. Il luogo di destinazione della tavola dipinta non sarebbe stato disdicevole. Di certo più importante e meno isolato della piccola cappella di Momentana cui Piero affidò poi la Madonna del parto… uno dei suoi affreschi più significativi.

Ovviamente il Tricca fu truffaldino e perciò da molti giudicato di sicuro inattendibile. Certo che ci sovviene insistentemente anche che:

– Tricca fu molto amico del senatore Giovambattista Collacchioni che siglò il contratto per conto dell’acquirente del Battesimo (Jhon Charles Robinson). Abbiamo, a testimonianza, almeno una caricatura del Senatore eseguita dal Tricca

– Tricca fu anche buon conoscente di Jhon Charles Robinson (con cui aveva già fatto qualche affare), che, non essendo riuscito a farsi finanziare dal nascente Victoria and Albert Museum, acquistò la tavola, nel 1859, per conto dell’industriale Matteo Uzielli per quattrocento sterline. Alla morte dell’Uzielli (1861) Sir Charles Lock Eastlake comperò l’opera per poi cederla alla National Gallery.
– Tricca dipinse nel suo quadro di ambientazione storica laterali congrui con la tavola oggi alla National.
– Tricca riprodusse varie opere di Piero, che conosceva perfettamente, per la Storia della pittura italiana di Giovanni Rosini e molte altre opere di antichi maestri per altre imprese editoriali e fu certamente un esperto!
La natività fu venduta nel 1861 a Mr Alexander Barker dai Franceschi Marini (discendenti del grande pittore) e dalla collezione di quest’ultimo passò alla National Gallery nel 1874. “L’ultimo della famiglia De Franceschi fu un certo Giovan Battista, Proposto della Cattedrale, che, il 7 febbraio 1698, nominò suo «erede universale» Don Ranieri Benedetto Marini, canonico della Badia con l’obbligo di assumere il casato De Franceschi e trasmetterlo ai suoi eredi in perpetuo” (Evelyn Franceschi Marini, Piero della Francesca…, 1912). Si potrebbe così, forse spiegare come il Battesimo possa essere finito nel patrimonio della Cattedrale e la Natività possa, invece, esser rimasta nella disponibilità di un discendete del canonico. Certo è che Tricca raffigura i due dipinti appesi (non consegnati ad alcun committente) in una parete dello studio di un Piero ormai vecchio e la cosa è assolutamente verosimile.

Tutti i documenti che, fino ad oggi, sono stati riferiti al Battesimo di Piero dagli studiosi che si sono occupati dell’opera, afferiscono più al fantastico che non al reale. La Chiesa di San Giovanni in val d’Afra oggi all’interno della città in via Giovanni Buitoni (già via del Rio che era alimentato dall’acqua del torrente Afra) era tutta affrescata nel XIV sec. (ben prima della nascita di Piero) e quindi aveva già la sua icona per l’altare maggiore. Potrebbe essere stato che gli affreschi si fossero deteriorati e che Matteo di Giovanni sia stato incaricato di un nuovo polittico. I documenti riferiti al Battesimo di Piero in San Giovanni sono molto tardi e totalmente inattendibili. Chissà cosa ha visto, ad esempio Francesco Gherardi Dragomanni intorno alla metà dell’Ottocento che esperto d’arte non era e dubitiamo assai sia stato in grado di cogliere la differenza tra Piero e Matteo. Illustri pinacotecai, ci pare di ricordare, abbiano mischiato le cose fino a ieri… niente a che vedere con Tricca! Le considerazioni di cui sopra ci hanno spinto quindi ad un accurato esame della fabbrica del Battistero.

L’esame scientifico di un architettura non può prescindere dal rilievo e qui presentiamo, semplificata, una sezione che consente di valutare le dimensioni della parete di fondo o, se preferite, opposta al portale che avrebbe, se mai, dovuto ospitare il Battesimo di Piero.
Prese le misure e tracciata una linea ideale tra i marcapiani delle due imposte della volta a botte (rilievo, foto e ricostruzione di Paolo Amintore Gaggiottini, qui sotto)

vi abbiamo adagiato il volo della colombina che nel Battesimo di Piero simboleggia lo Spirito Santo. Questa operazione ha consentito di constatare che le misure dell’opera in rapporto a quelle della parete stanno in perfetta e armonica simbiosi e sono frutto di precisi rapporti calcolati in braccia fiorentine. Ci siamo poi resi conto, inoltre ed in aggiunta, che se si potesse aprire una finestra, sulla parete, in luogo del dipinto avremmo anche la sorpresa di vedere lo stesso preciso paesaggio che fa da sfondo al Battesimo pierfrancescano (la visuale esatta della scena dipinta da Piero determinata attraverso triangolazione trigonometrica sarebbe, in realtà dal colle di Turicchi. Poco lontano e sul collegamento ideale tra la casa di Piero -Sansepolcro- e la casa di Baldaccio -castello di Sorci -). Non si tratta di paesaggio che possa dar adito ad equivoci

– non ciancino di Marecchia o Montefeltro le cacciatrici di paesaggi – che Piero, sullo sfondo, tra l’albero alla destra del Cristo ed il Cristo medesimo, ha dipinto, inequivocabilmente e ben riconoscibile dagli edifici, il suo borgo (rilievo, foto e ricostruzione di Paolo Amintore Gaggiottini, qui sotto).

Da nuovi documenti sui rapporti tra Baldaccio Bruni, Sansepolcro e i notabili della città – oggetto di prossima pubblicazione in uno studio di Alberto Barelli che ringraziamo per l’anteprima -, sappiamo che Ludovico Pichi, uno dei principali signori della città, aveva acquisito il castello di Sorci (qui sotto) fin dal 1427.

Ben prima, quindi, della sventurata morte di Baldaccio e sappiamo che ad un membro della famiglia Pichi, forse proprio Ludovico, Piero dedicò il suo trattato d’abaco. Lo stemma della famiglia Pichi è riportato nel frontespizio (qui sotto)

ed il Pichi è da Piero definito: “quel tale che i prieghi suoi me son comandamenti”. Negli anni della realizzazione del Battistero di Baldaccio e del Battesimo di Piero un Pichi fu quindi locatore di Baldaccio – del castello che Baldaccio occupava in Valtiberina – e protettore del giovane artista. La cosa è quantomeno singolare ed è certamente ulteriore buon supporto alla nostra ipotesi di studio. Nel caso di Ludovico poi una raccomandazione del giovane protetto non avrebbe certamente potuto essere disattesa dal capitano dei Fiorentini. Il nostro trattava direttamente con Cosimo il vecchio e con i Malatesta. Per ricordare come trattava ricordiamo solo che, reggente la Signoria di Rimini Carlo -zio di Sigismondo-, Ludovico si permise di defenestrare dal palazzo dei Malatesta di Sansepolcro il rappresentante della potente famiglia che sulla città aveva giurisdizione. Qualche anno dopo, regnante Sigismondo Pandolfo, non credo che avrebbe potuto farlo, ma con suo zio Carlo lo fece.

Ricapitolando:

1) 1442, la data di costruzione dell’edificio (Battistero di Anghiari) è sicuramente compatibile con quella della realizzazione della sua opera da parte di Piero.

2) Se il committente del Battesimo di Piero fosse stato Baldaccio Bruni si potrebbero ben spiegare: a) la mancata consegna a causa della sopraggiunta morte del condottiero, b) la mancanza di icona sull’Altare del Battistero, c) la presenza del dipinto, realizzato una quarantina di anni prima, ancora nello studio di Piero vecchio immaginato dal Tricca.

3) 1439, nell’anno in cui Baldaccio elargì una cospicua somma per l’erigendo Battistero il presunto committente e l’artista si trovavano nello stesso luogo abbastanza lontani – in quell’epoca circa tre giorni di viaggio – dall’Alta valle del Tevere.

4) Le misure del Battesimo e l’ambientazione dello stesso sono in perfetta sintonia e modulate sull’architettura che, per ipotesi, lo avrebbe dovuto ospitare.

5) Ove fosse mancato un trait-d’union più che significativo tra Baldaccio Bruni e Piero della Francesca… con Ludovico Pichi eccolo servito in un piatto d’argento.

Concludendo:

A volte le coincidenze casuali – in un processo saremmo condannati con una quantità di indizi decisamente minore – portano ad errori manifesti e grossolani, ma questa idea di studio è tutt’altro che peregrina e certamente degna di attenzione ed approfondimento.
In special modo, oggi, dopo aver ampiamente dimostrato la perfetta estraneità tra il polittico di Matteo di Giovanni e il Battesimo di Piero della Francesca (https://www.stilearte.it/piero-della-francesca/)

 

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Roberto Manescalchi: “L’Ercole di Piero, tra mito e realtà”:

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