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Le ombre di Caravaggio. Ecco come il pittore otteneva la massima verità

Le immagini della pagina sono tratte da ” Giovane Caravaggio. Le cento opere ritrovate. Una scoperta che rivoluziona il sistema-Merisi”

 

di Roberto Manescalchi

Lei, Bernardelli Curuz, sta lavorando, dopo la scoperta dei disegni di Caravaggio, alle tecniche usate dal pittore. Perchè hanno sempre detto che Caravaggio non disegnava?

“Uno degli elementi più strani di tutta la produzione degli storici, attorno a Caravaggio, è quella che un’affermazione dei contemporanei del pittore – non disegnava – è stata estesa ad ogni periodo della vita del pittore. E assunta come dogma. Caravaggio disegna tantissimo, da giovane. Poi, parzialmente, supera i vincoli del disegno, ma senza abbandonarlo. Ciò che è davvero comico è pensare che Caravaggio non abbia mai disegnato. E’ comico in sè.  Del resto sarebbe come dire che Einstein non ha mai fatto le divisioni, le sottrazioni e le moltiplicazioni, le addizioni. E che non le ha fatte nemmeno da bambino. Se noi volessimo affermarlo, per sottolineare la grandezza divina di un genio, potremmo farlo, ma sarebbe un’invenzione puramente romanzesca.

Romanzesco era il fatto di affermare che Caravaggio non avesse mai disegnato, nemmeno da ragazzo. La collega Adriana Conconi Fedrigolli ed io abbiamo dimostrato il contrario, con un’azione semplicissima, scontata, banale: cercare tra i materiali della scuola da lui frequentata. Sarebbe come dire che Lei non ha mai scritto una riga, non ha mai fatto un tema, prima di scrivere sui giornali. Per dimostrare il contrario basterebbe andare nell’archivio delle scuole elementari che lei frequentato, poi alle medie, poi alle superiori. Nei suoi temi delle superiori sarebbero già visibili gli stilemi, i costrutti, gli interessi che poi avrebbe focalizzato da adulto. Sarebbe possibile ricostruire il dna del suo pensiero. E potremmo trovare tante cose interessanti rispetto allo sviluppo del suo lavoro successivo.  Adriana Conconi Fedrigolli ed io abbiamo guardato nella cartella del maestro di Caravaggio. Caravaggio fu allievo – esiste ancora il contratto tra la mamma del pittore e il maestro –  di Peterzano. Il periodo di frequenza, stabilito dallo stesso contratto, copre un arco temporale coincidente con quello delle attuali scuole superiori. Abbiamo stabilito le differenze di “scrittura” – è molto facile  farlo – tra il maestro e i pochi allievi che aveva. E’ una cosa di una banalità unica. Eppure il preconcetto aveva paralizzato ogni cosa. Nemmeno studi comparativi sistematici tra il materiale disegnativo del Fondo Peterzano e le opere di Caravaggio… Perchè? Perchè non ci si poteva scontrare con il dogma in base al quale Caravaggio non ha mai disegnato”.

Però, ora, per tutti, Caravaggio ha disegnato

“Sì. Le radiografie e le altre prove di laboratorio, non condotte da me, hanno dimostrato che esistono tracce di disegno anche sotto il film pittorico dei suoi dipinti. L’altra spallata al preconcetto l’ha data Rossella Vodret con il suo lavoro basato su prove di laboratorio. Ogni volta che si abbatte un preconcetto non solo si fa avanzare la scienza o la disciplina – che brutto termine, disciplina – di cui ci si occupa… Non è fondamentale, per il mondo, sapere se Caravaggio avesse disegnato oppure no, per il mondo. Eppure per tutti diventa importante la frantumazione del preconcetto e del pregiudizio, che ci consente di guardare, senza assumere altri pregiudizi, anche in campi fondamentali, per la vita. Nel corso dei miei studi mi sono spesso chiesto quante strade cieche vengono imboccate in settori vitali, come ad esempio nella Medicina – per fare l’esempio del settore a cui siamo più sensibili – a causa di un preconcetto.  Tanti risultati, in ogni settore, non vengono raggiunti, perchè non si mette in discussione il preconcetto didattico. Noi impariamo per formule, per preconcetti. Noi facciamo esami in cui il professore ci fa una domanda preconcetta a cui deve essere data una risposta preconcetta. Queste formule e questi preconcetti garantiscono l’ordine sociale e le carriere gestite dallo Stato, ma limitano il processo evolutivo. Il preconcetto uccide la ricerca, in ogni campo, perchè crea i presupposti dell’errore ripetuto e costante. Tutti gli studi che restano su un binario morto per qualche anno sono da rivedere. E’ necessario fare retromarcia, Quindi studiare i disegni di Caravaggio e la sua tecnica è un piccolo, stupido esercizio di filosofia applicata che mi permetto di fare perchè, attraverso Caravaggio, sto studiando il rapporto perverso tra pensiero autoritario e debacle di ogni ricerca”.

C’è stata infatti una reazione violentissima. Espressa con odio, al vostro studio. Come se lo spiega?

“In quel momento non ero consapevole di quanto uno studio di 1500 disegni circa del Fondo Peterzano, con l’attribuzione di 100 circa a Caravaggio – una piccola cosa e la ritengo tale, perchè si può vivere anche senza i disegni di Caravaggio – potesse creare reazioni a catena, all’esterno del mio settore. No, non erano tanto i disegni di Caravaggio. Nel 2012, quando uscì il nostro studio, i governi italiani venivano designati da altri Paesi; l’Italia era un laboratorio retrivo e recessivo di alchimie politiche della sinistra trasformista, che doveva garantire una parvenza di democrazia. Erano più o meno gli anni della Fornero e della Merkel. Io ero direttore dei musei di Brescia, città che, in quel periodo, era governata dal centro destra. E io sono di matrice liberale, ma sono quasi un anarchico proudhoniano. I disegni di Caravaggio diventarono un modo, per l’Italia e l’Europa, per misurare il rapporto tra ortodossia acritica – richiesta dalla Germania all’Italia, in quel periodo e dall’alleato Obama – e invenzione – cioè capacità di trovare-. All’Italia non era più nemmeno permesso di cercare e trovare. Per questo il caso dei disegni di Caravaggio appassionò tanto gli italiani. Caravaggio forse interessava poco. La gente aveva afferrato qualcosa, che era difficile spiegarsi, ma era specchio del Paese, in quel momento. Però siamo un popolo acutissimo; anche quando non ci rendiamo conto del motivo per il quale una cosa ci interessa, stiamo in realtà mettendone a fuoco gli elementi strutturali”.

L’Italia stava assumendo diversi direttori di museo tedeschi.

“Io non ho nulla con i direttori tedeschi di musei, in Italia, per carità. Ma certo stava succedendo, in quegli anni, qualcosa di veramente strano. Gli italiani intuivano, intuivano che dietro il caso dei disegni c’era qualcosa di più importante dei semplici disegni. Qualcosa che atteneva alla libertà, al continente, alla natura del centro-sinistra dogmatico, alla dittatura”.

Ma torniamo alla tecnica. Allora, Caravaggio ha disegnato, ma ha utilizzato molto anche le ombre, per i rilievi.

“Sì, ha disegnato molto anche se in modo pittorico, con grandi sfumati, in maniera molto diversa dal suo maestro. Potremmo dire che Peterzano era incardinato e vincolato al disegno come un toscano – nonostante fosse un bergamasco di Venezia – e che Caravaggio era più pittoricista, cioè riteneva che il disegno, per quanto importante, non potesse creare un percorso di soggezione da parte della pittura stessa. Presto dimostreremo che Caravaggio disegnava anche esclusivamente per disegnare, cioè realizzando opere finalizzate ad essere fruite come tali e non solo disegni preparatori, bozzetti, studi. Il disegno, comunque fosse, era ritenuto fondamentale, a quell’epoca. Pensiamo solo che Leonardo lo ritiene cardine dell’attività didattica. Abbiamo ben presente cosa significasse Leonardo per Milano? Cinquanta, sessanta settant’anni dopo la sua morte non era possibile fare un passo senza citare Leonardo.  Il disegno era imprescindibile per tutti. Non sapevi disegnare? Imparavi o ti rimandavano a casa. Poi, da pittore fatto, avevi la libertà di scegliere quanto il disegno fosse importante, quale fosse il suo ruolo. Caravaggio supera spesso il disegno, nella maturità, utilizzandolo fino a frantumarlo e facendo convergere ogni possibile elemento tecnico nella sua modalità di operare. Anche il rilievo delle ombre. Alla fine ciò che conta, per lui, è il risultato e non il modo in cui esso è raggiunto. Cioè Caravaggio non segue il “protocollo Caravaggio” ideato dai miei colleghi, nei decenni. Caravaggio  non fa le primarie per stabilire quale composizione scegliere per un quadro; Caravaggio non è politicamente corretto e non è un pittore tedesco. E’ per una serie di preconcetti – che hanno una base fortemente politica, perchè Caravaggio è assunto come uno Spartaco di sinistra, dalla sinistra stessa –  che il periodo precedente al trasferimento romano è rimasto dominato dall’ombra per tanti decenni. Sappiamo bene, come spettatori di tanti film o telefilm polizieschi che se l’assassino non si trova non è perchè sa nascondersi bene ma perchè è sbagliata l’ipotesi investigativa”.

Cosa significa che Caravaggio utilizzava il rifilo delle ombre e perchè?

“Caravaggio punta al massimo risultato, dopo essersi frantumato i nervi con i committenti, che sono sempre politicamente corretti.Lì sì che diventa furibondo. Ma una volta ottenutoa la prima approvazione,  non deve seguire un protocollo accademico. Chiude la porta dello studio alle spalle dopo aver incontrato un gruppo di idioti che gli chiedono anche di sottoporre all’antimafia la sua idea di pittura. Non deve documentare nulla, del processo creativo. Vuole raggiungere un risultato che crei ammirazione e sconcerto. Quindi utilizza tutto ciò che possa consentirgli di raggiungere il risultato migliore. Disegni, lacerti di tele, sagome, cartoni, mascherine, ombre, sigilli impressi sull’imprimitura, piccoli calchi, dita, vernici, pennelli grandi e pennelli da miniatore. Oggi ragioniamo per protocolli sempre più assillanti. Per schemi. E sembra spiacerci che Caravaggio abbia disegnato, usato stencil e ombre. Vorremmo che avesse fatto immagini gigantesche in pochi secondi, utilizzando il solo pennello. Le ombre le utilizzavano gli antichi. Plinio il Vecchio dice che la pittura nasce con il ricalco dei bordi dell’ombra di un soggetto che sta tra il pittore e il supporto. Nel senso che il soggetto si metteva davanti a una tela a una tavola o davanti al muro e il pittore ricalcava i margini dell’ombra. Nulla come la cattura dell’ombra di una figura, presa quando il sole è basso, all’orizzonte, è così nitido e vero e intenso. Caravaggio dipinge in dimensione 1:1. Ciò significa che la maggior parte dei suoi dipinti raffigurano persone e cose che hanno la stessa altezza e la stessa larghezza che hanno nella realtà. L’ombra permette in pochi secondi di impostare una silhouette 1:1, attorno alla quale lavorare. E questa silhouette appare già viva. Perchè un pittore dovrebbe astenersi da tutto ciò? Forse perchè si deve presentare alle primarie? Nelle grandi opere pone il modello davanti alla tela. Alla mattina o alla sera, quando il sole è basso, l’ombra è molto netta. Pone il soggetto a un metro dalla tela stessa e segue i bordi dell’ombra. Possiamo ben vedere il risultato. Provarlo. Noi l’abbiamo provato. Una tela bianca. Una persona che si mette davanti alla tela. Ecco i risultati. Queste – poco più sotto, nella pagina , ndr – sono semplici ombre. Non le abbiamo circondate di linee. Non abbiamo fatto nulla. Non è impossibile raggiungere una verità assoluta, usando un’ombra. Caravaggio preleva certamente attraverso l’ombra, poi integra con mascherine di disegni che in buona parte ha preparato a Milano, perchè le matrici stanno nel fondo Peterzano.  Il volto, nei dettagli lo aggiunge a quel modo. Non ci sconcerta, Warhol con le ideazioni rapide e pratiche. E perchè non accettiamo la natura divinamente umana di Caravaggio?”

Fotografia di ombre proiettate dal sole sul muro o su una tela

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