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Luigi Manini –

Celebre come scenografo e architetto, Luigi Manini è stato pure pittore e, sebbene la sua attività in questo senso sia stata numericamente ridotta e artisticamente collaterale, è in essa che si possono rintracciare le basi del suo successo negli altri settori: tutto nasce infatti dal disegno e dalla pittura, perlomeno da un punto di vista cronologico.

L’attività pittorica del cremasco si colloca infatti in gran parte nella sua giovinezza, a partire dalle prime prove eseguite durante la frequentazione del corso di ornato all’Accademia di Brera, dove giunse quattordicenne. In seguito, affinò per conto suo le proprie attitudini artistiche, studiando prospettiva, dipingendo paesaggi dal vero, copiando nelle chiese decorazioni ed ornamenti. Al periodo compreso tra il 1866, quando a Crema si associò al concittadino Eugenio Malfassi in un’impresa di decorazione, e il 1873, anno fatidico che vede l’avvio della sua felice carriera di scenografo, si collocano alcuni cicli decorativi, purtroppo oggi scomparsi o irriconoscibili, a cui il Nostro si dedicò sia in edifici pubblici che privati, come la chiesa di Zappello, l’ospedale cittadino, e alcune ville nobiliari. Nello spirito eclettico che gli consentì di far confluire nel suo lavoro stimoli provenienti da diverse fonti, attraverso il ricorso a un intelligente citazionismo, in continuo rapporto dialettico con l’universo artistico internazionale, va ricercata la ricchezza e la raffinatezza delle soluzioni formali adottate da Manini anche in pittura.

Come vedutista, egli ha lasciato diverse prove, in cui si osserva la piacevole contaminazione fra pittura di paesaggio, aderente alla più solida tradizione ottocentesca, e soluzioni scenografiche che palesemente documentano la sua inclinazione verso il fantastico. In un precocissimo acquerello realizzato nel 1867, raffigurante il Cortile interno di palazzo Zurla, Manini dimostra una sorprendente sicurezza nel disegno, oltre che una grande abilità nella tecnica pittorica e nella resa spaziale, in cui emerge l’accurata definizione prospettica che ne anticipa le doti d’architetto. Molte sono poi le tele che rivelano il suo interesse per il paesaggio: vedute alpine, scorci di rupi, laghi incassati nei monti, vette innevate, marine. Spesso si trattava di soggetti colti dal vero, ma più di frequente esse erano frutto della fantasia dell’artista, che le creava quali sfondi per scene teatrali, come il notevole paesaggio realizzato per la Forza del Destino di Verdi e quello, ancor più spettacolare, per Roberto il Diavolo di Meyerbeer, in cui appare un prodigioso tramonto, ottenuto tramite un fascio di luce infuocata che filtra tra le rocce e i pini marittimi. All’attività teatrale di Manini va poi collegata anche un’altra porzione della sua produzione pittorica, quella ispirata all’orientalismo, dove le composizioni sono abitate da figure di esotici personaggi: esemplare è una grande Scena ambientata in Egitto, con un gruppo di beduini che si riposano assieme ai loro cammelli accanto ad antichi monumenti, delineati con estrema precisione. Alcune tele di dimensioni analoghe e numerate, come una Morte di Cleopatra e la Capanna di indiani pellerossa, hanno indotto a pensare ad una serie di opere destinate alla rappresentazione di diverse civiltà del passato, alla quale dovrebbe appartenere anche una Scena con la vita nell’antica Roma. Si distingue per l’originalità del soggetto la citata Capanna di indiani pellerossa, che effigia però indios dell’Amazzonia, dove una sbrigliata fantasia ha evidentemente generato un paesaggio più sognato che conosciuto.

Il virtuosismo di Manini nelle invenzioni di carattere architettonico si misura con la tradizione paesaggista e vedutista che si sviluppa a Roma alla fine del XVII secolo con Van Wittel e che tocca il suo apice nella Venezia del Settecento con Canaletto, Guardi e Bellotto. Fra i dipinti di genere, si annoverano poi alcune prove che si discostano secondo la critica dalla maniera usuale del pittore per una più sentita realtà, sia di soggetto che di tono. Si tratta di oli su tela di dimensioni ridotte che raffigurano delicate scene d’interni nelle quali predomina l’ispirazione scenografica della pittura di Manini, volta ad interpretare lo spazio come vuoto contenitore del dramma della realtà. I dettagli sono indagati con dovizia fiamminga, mentre gli uomini sono presenze umili e discrete. La composizione è dominata da un sottile senso di sospensione e silenzio, di quiete e serena intimità domestica. L’autore sottolinea gli effetti di luce, curati e naturalissimi, volti a suscitare magiche atmosfere e toni sentimentali, ma non stucchevoli. Si colgono in questa produzione evidenti rimandi al lavoro di maestri quali Pagliano e Fortuny, ma accanto ad essi vanno segnalati pure artisti locali come Angelo Bacchetta e d Eugenio Giuseppe Conti, che furono i punti di riferimento più prossimi al giovane Manini. Tra i quadri di soggetto sacro, infine, spicca la Maddalena penitente, uno dei pochi dipinti con figure di grandi dimensioni. In questo caso il soggetto è in realtà un pretesto per ritrarre una giovane donna nuda, distesa su un telo entro una quinta rocciosa, mentre legge un librone in un caldo pomeriggio estivo. Solo la presenza del teschio, che si confonde con i massi, è chiaro riferimento alla santa peccatrice del Vangelo.

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[PDF] Luigi Manini, l’eclettico



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