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Mario Castellano, divisionismo e macchia

E’ da circa trent’anni che Mario Castellano, artista autodidatta nato nel 1950, ha indirizzato la sua ricerca estetica verso una direzione tecnica e stilistica piuttosto originale che egli stesso definisce “divisionismo macchiaiolo”.

Dopo avere brevemente percorso un periodo formativo contrassegnato dall’esercizio di una pittura marcatamente di tradizione – sia dal punto di vista tematico che, soprattutto, da quello esecutivo -, Castellano ha poi con rapidità individuato una rotta autonoma per esplorare i territori dell’arte al fine di conquistare la dimensione espressiva più consona alle proprie esigenze interiori. E’ così che a breve è giunto a mettere a punto un personalissimo approccio alla tela dove trova compimento il tentativo di riunire i vibranti effetti di scomposizione luminosa ammirati nelle opere dei maestri divisionisti e le calde contrapposizioni cromatiche tipiche della pittura di macchia. Il linguaggio scelto da Castellano per il suo racconto fatto di immagini e di emozioni ha origine da una singolare coniugazione tra modernità e tradizione: il paesaggio e la veduta restano gli argomenti centrali di una narrazione che pare un autentico canto alla natura, ma che nel corso del tempo si è anche sviluppata intorno ai temi derivanti da una intensa meditazione introspettiva, vero movente della sua ricerca.

Dunque, al naturalismo dominato dalla fedele riproduzione delle più varie atmosfere di luce e colore, si sono in un secondo momento aggiunti, in quello che possiamo indicare come un filone parallelo, elementi di forte richiamo surrealista e situazioni stranianti di vago sapore metafisico. Qui troviamo singolari ambientazioni d’interno arricchite da numerosi elementi simbolici, mentre più che una citazione sembrano i manichini che sulla tela sostituiscono le figure umane. Vicine a questo versante della sua produzione sono anche le composizioni di argomento sacro, in cui i manichini senza volto sono per Castellano il pretesto per rappresentare la divinità senza presuntuosamente indicarne le fattezze. La scelta dei supporti da parte del pittore è varia: piuttosto disinvolto appare infatti il passaggio da tele di grandi dimensioni che ospitano composizioni di ampio respiro – come quelle in cui si sviluppano i vasti e verdeggianti paesaggi montani -, a tele più piccole, dove però l’impaginazione ridotta non provoca la contrazione del fraseggio compositivo, anche grazie ad una tecnica particolarmente scrupolosa che vede Castellano fare uso di pennelli finissimi, per una stesura della materia cromatica tanto minuziosa da costringerlo a lavorare con il supporto di una lente d’ingrandimento.

Nelle vedute veneziane, la morbidezza delle cromie e del gioco di luce, che scende a impreziosire l’equilibrato alternarsi di cielo, architettura ed acqua, suggerisce atmosfere sognanti e languide, percorse da una fresca aura poetica; la scelta delle inquadrature tradisce il desiderio del pittore di catturare emotivamente l’osservatore, di accompagnarlo nell’esplorazione di quegli scorci suggestivi esaltati nella loro bellezza attraverso convinte opzioni compositive. Una tavolozza più accesa e contrastata domina le vedute montane e le marine, in cui prevale un sentimento forte della natura, da cui proviene la passione per il paesaggio che percorre sin dagli esordi tutto l’arco creativo della produzione di Castellano. Vi si legge a chiare lettere il desiderio di celebrarne la bellezza, colta negli scorci bresciani, delle nostre montagne, dei laghi, della Bassa, ma anche nelle grandiose aperture delle Alpi svizzere; una natura viva e vibrante, raccontata con una gestualità altrettanto vibrante e mossa che a tratti ci ricorda la pittura vorticosa del “maestro dei maestri” Van Gogh, verso il quale Castellano nutre, come è evidente, speciale devozione.

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[PDF] Mario Castellano, divisionismo e macchia



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