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Mauro Di Silvestre –

 

Ci sono artisti che vedi crescere come uomini e come autori. Il giudizio e il rapporto con essi non può essere freddamente professionale. C’è dentro lo scorrere della loro vita ma anche della tua. E allora tutto cambia e si apre un bivio. O ti lasci sopraffare dall’affetto e perdi l’obiettività, come capita a volte con i figli. Oppure porti a valore il capitale dei ricordi e delle memorie, e allora l’obiettività si ispessisce e diventa solo più calda, più partecipe ma non meno fedele. Insomma, coloro che hai visto crescere puoi conoscerli meglio se non ti fanno velo le emozioni biografiche ed autobiografiche. Ciò vale per il giudizio sulle persone e per quello sulla loro opera. Specie se si tratta dell’opera di un artista. Credo che fra me ed il lavoro di Mauro Di Silvestre, fra me e lui la storia sia un po’ questa e che il giudizio, sincronico, su di lui sia frutto di una diacronia di sentimenti, di esperienze e amicizie comuni che hanno attraversato almeno quindici anni di storia personale e pubblica nell’ambiente romano dell’arte. Di Mauro, quello che ho sempre apprezzato, prima ancora che fosse evidente il suo valore di artista, è la voglia di capire e di fare.

La determinazione e la delicatezza dei modi. La curiosità e la naturale attitudine a considerarsi ed essere cittadino del mondo. Andare a lavorare giovanissimo negli Stati Uniti non è una cosa che fanno tutti, lui lo ha fatto. E’ per questo che egli appare a suo agio in ogni luogo e in ogni circostanza ed esibisce un suo stile per così dire internazionale, disinvolto e meticcio. Insisto su tali aspetti della formazione e del carattere non solo per assecondare uno stile narrativo che ho scelto come tratto connotante dei miei ritratti e che intende fare attenzione a non separare l’opera dalla vita, applicando un criterio anti-purovisibilista che avrebbe suscitato le ire di Roberto Longhi, ma anche per un’altra ragione. La ragione è quella di contenere al minimo i rischi di una lettura del lavoro di Di Silvestre riduttiva e influenzata solo dal suo apparire espressione di una personale letteratura visiva fatta di ricordi familiari e infantili, una scia proustiana di odori e immagini sfocate capace di riaccendere le atmosfere di una vita vissuta da ragazzino dentro le stanze, nei cortili e lungo le strade delle periferie romane degli anni Settanta. Il rischio di amplificare la portata di un intimismo tutto autobiografico, di un’estetica dei sentimenti domestici che intende affermarsi a gomitate nel tempo della “tecnica al servizio del mercato”, fino a farne il carattere prevalente o, peggio, esclusivo della ricerca pittorica di Mauro Di Silvestre è evidente. Ma non bisogna cadere nella trappola e per evitarlo aiuta, sicuramente, conoscere l’autore, la sua formazione e le sue esperienze. Serve ricordare la sua pratica di assistente di grandi maestri e il suo amore per il mestiere. Mauro è uno che i maestri li rispetta e che da loro vuole prendere non per “ri-fare” ma per “continuare a fare”, conservando della tradizione ciò che va conservato e mettendoci del suo.

Questa disponibilità all’ascolto io l’ho potuta leggere nel suo sguardo e nelle sue opere mentre le sue qualità crescevano e si consolidavano, fino a farne l’autore apprezzato e un po’ meno giovane (41 anni) che è adesso. E i suoi quadri, alla fine, parlano una lingua ben più complessa di quella balbettata da semplici “cartoline di ricordi”. Così vedi confondersi, dentro le pieghe della sua ricerca, la lezione degli interni di Spadini, di Donghi, di Trombadori, di Cipriano Efisio Oppo (giusto per rimanere nell’ambito delle prime Scuole romane), insieme alle suggestioni di un’arte americana ancora capace di reagire a stimoli che non si esauriscono nell’orizzonte sterile e compulsivo del consumo e dell’iperconsumo. Pensiamo al realismo di Hopper (che tanto ci ricorda quello dell’ultimo Ziveri) e ad Alex Katz, per esempio, al mondo infinito dei suoi personaggi. La ricchezza dei riferimenti rende complessa la trama di una investigazione che è molto più colta di quanto la semplicità apparente del modo di porsi di Mauro Di Silvestre e delle sue opere lasci supporre. E così assumono peso anche le immagini anamnestiche più sfumate e tenui che si sovrappongono a quelle più nette ed evidenti della cronaca, come a rappresentare la levità ma pure l’insistenza insopprimibile dei ricordi e dei sogni. Non c’è cosa più materiale di un sogno. Non c’è cosa più fisica di un ricordo. La fissazione di spaccare in due come una mela la realtà dividendo la materia dallo spirito, il passato dal presente, l’anima dal corpo ha prodotto un sacco di guai. Ha legittimato sia le derive più volgari di un materialismo meccanicistico e scientista che quelle, più pericolose ancora, di uno spiritualismo irrazionalista, credulone e superstizioso. Ecco, se c’è un riconoscimento di cui Mauro dovrebbe andare fiero è quello che rimarca la capacità espressa dalla sua pittura, in un’apparente e consapevole ambiguità tra presente e passato, tra fisicità degli oggetti e persistenza dei ricordi, di falsificare con l’evidenza dell’arte la banalità degli insegnamenti più meccanicamente dualistici. Manualità raffinata e lentezza artigiana si mischiano nel lavoro quotidiano di Di Silvestre, il quale “accoglie – parole di Achille Bonito Oliva – nella propria inquadratura resti di famiglia, compleanni, tende e piante di plastica, trasparenze di vestiti, auto della domenica, piatti di spaghetti, cortili di casa, cieli limpidi e travestimenti di bambini. Paesaggi di affezione composti, destrutturati e ricomposti per fondare la fertile soglia dell’immagine: scomparire per comparire nell’arte e comparire per scomparire nella vita”. Ed è aggirandosi fra tutto questo che Mauro, a volte, si imbatte nella stoffa di una tappezzeria e se ne fa pittoricamente sedurre, aprendo sorprendenti e vasti cammei astratti nella sua imagerie. Perché poi è la pittura ad essere proprietaria dei gesti del pittore, prima di ogni altra cosa.

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[PDF] Mauro Di Silvestre

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