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Nel 1600 portavamo già i jeans. La nuova testimonianza della Filatrice con due bambini

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Al Museo Baroffio del Sacro Monte di Varese una nuova opera del Maestro della tela jeans “La filatrice con due bambini”, donazione di un benefattore anonimo, arricchisce il patrimonio museale per quanto riguarda la pittura lombarda di fine Seicento.Il quadro esposto dal 4 settembre.

Si arricchisce il patrimonio del Museo Baroffio e del Santuario al Sacro Monte di Varese. Da sabato 4 settembre sarà visibile una nuova opera: si tratta de “La filatrice con due bambini” del Maestro della tela jeans. Il quadro, un olio su tela di dimensione 90 x 115 cm, è stato donato alla Parrocchia di Santa Maria del Monte (proprietaria del Museo) nel giugno del 2021 da un benefattore anonimo e va ad aggiungersi alla collezione del Museo, che già annovera la copia di un’altra opera dello stesso autore: “Il barbiere”.

«È un tassello importante che va a impreziosire il patrimonio artistico del Museo Baroffio e del Santuario, lo scrigno che custodisce i gioielli del nostro Santuario», afferma don Sergio Ghisoni, arciprete della parrocchia di Santa Maria del Monte. «È anche un significativo segno dell’attaccamento che c’è al Sacro Monte di Varese, luogo di grande fede ma anche sito d’arte riconosciuto, attorno al quale si è sviluppata una forte vicinanza. E questa donazione, per la quale ringrazio il donatore, ne è una viva testimonianza».

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Protagonista del quadro “La filatrice con due bambini” è un’anziana donna, seduta e apparentemente cieca da un occhio, che fila con un’espressione arcigna. Alla sua destra un bambino meglio vestito, che tiene un bastone e un bicchiere, mentre il fanciullo alla sua sinistra sembra sistemarsi la giacca. Si tratta di un’opera attribuita al Maestro della tela jeans, nome dato al pittore attivo nell’Italia settentrionale alla fine del XVII secolo, a cui sono da ricondurre ad oggi otto dipinti caratterizzati dalla presenza del blue jeans. Tessuto universale, che è ancora tra i più utilizzati al mondo e che già nel XVII secolo veniva prodotto sia nel capoluogo ligure, sia a Milano e Piacenza, il jeans era utilizzato per la confezione di abiti destinati alle sfere sociali più modeste.

«Con questa opera si impreziosisce il patrimonio museale, in particolare per quanto riguarda il periodo di fine Seicento con un autore anagraficamente sconosciuto che operò soprattutto nel Nord Italia», spiega Marina Albeni di Archeologistics, realtà varesina impegnata nella valorizzazione dei beni culturali cui è affidata la gestione del Museo Baroffio. «Si arricchiscono le testimonianze di quel periodo, ma soprattutto si amplia la proposta di pittori che vollero raccontare a fine del XVII secolo la realtà rurale dell’epoca, le persone meno abbienti, restituendoci uno spaccato di vita quotidiana importante. Di quel periodo, il Museo Baroffio ospita anche alcune opere di Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto, che insieme con il Maestro della tela di jeans, ha saputo raffigurare la quotidianità del tempo con un realismo forte e talvolta anche duro».
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Alcuni storici dell’arte, Alessandro Morandotti, Francesco Frangi e Gerlinde Gruber tra i primi, hanno cominciato ad approfondire la personalità dell’anonimo Maestro della tela jeans, le cui opere note sono state oggetto anche di un’importante esposizione monografica nel 2010 a Parigi presso la Galerie Canesso. La questione del Maestro della tela jeans porta con sé «qualche enigma di non poco conto, relativo non solo all’identità anagrafica dell’artista, ma anche all’individuazione della sua origine geografica. Se numerosi indizi fanno credere che un tratto significativo della carriera del pittore si sia giocato in territorio lombardo sullo scorcio del Seicento, altrettanto consistenti sono le ragioni che invitano a immaginare una sua formazione in diverso contesto. La sfida, per il futuro, sarà quella di capire in quale angolo d’Europa quel racconto cominciò a fiorire», spiegano Alessandro Morandotti e Francesco Frangi, nelle pagine introduttive del catalogo della mostra Canesso.

Dice Maurizio Bernardelli Curuz, che, anni fa, ha dedicato un saggio alla funzione pedagogica e propagandistica dei quadri del Pitocchetto, nell’ambito di una grande operazione culturale e politica promossa dalla Chiesa e dagli Stati Europei per ridurre il tragico fenomeno del vagabondaggio. “La solida stoffa-azzurro blu mostra anche una connotazione legata all’etica del lavoro, che si sviluppò tra fine Seicento e inizi Settecento. I lavoratori si smarcavano nettamente dal popolo degli straccioni, come classe conscia dei propri valori, che stavano nell’impegno, nella fatica e nell’onestà. Come è ben rilevabile nel Pitocchetto, le classi dirigenti dell’epoca crearono – per “sbandire la mendicità” che era devastante – una scala sociale basata sull’impegno e sul lavoro. I piccoli portaroli – bambini o ragazzini che fungevano da fattorini per la consegna delle merci del mercato – stanno all’ultimo gradino di questa scala, ma vengono dipinti da Pitocchetto come eroi del quotidiano. I loro coetanei straccioni, che giocano a carte, vengono invece censiti pittoricamente con sommo disprezzo”.

L’opera è visibile dal 4 settembre al Museo Baroffio, il mercoledì, giovedì e venerdì dalle 14 alle 18; il sabato, la domenica e i festivi dalle 10 alle 18.

Il Museo Baroffio nelle sue sale novecentesche custodisce opere dal Medioevo al Settecento (non solo dipinti, ma anche miniature, disegni, sculture, ceramiche, monete, tessuti e ricami): su tre piani è possibile ammirare la quadreria del barone Baroffio, le opere provenienti dal Santuario tra cui l’iconica Madonna con il Bambino del 1196 e un nucleo di opere contemporanee a tema mariano donate da monsignor Pasquale Macchi dove spiccano i nomi di Guttuso, Matisse e Bodini.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI PER IL PUBBLICO

[email protected]

Tel: +39.3664774873

Archeologistics – Fondata nel 2004, è una realtà varesina impegnata nella divulgazione e conoscenza dei beni culturali. Progetta e realizza servizi di gestione museale, educazione al patrimonio, visite guidate e turismo culturale. In Lombardia opera in tutti i quattro siti Unesco Patrimonio dell’Umanità della provincia di Varese e collabora con le principali istituzioni del territorio e con il Ministero per i Beni Culturali. Fornisce consulenza per musei, monumenti e aree archeologiche, luoghi d’interesse storico-artistico e progetta percorsi per scuole e pubblico specialistico. 

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