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Nel Paese dei pittori

di Stefania Mattioli

La mostra “Fiamminghi e Olandesi, dipinti dalle collezioni lombarde”, è aperta a Milano, Palazzo Reale, fino al 18 agosto. Circa novanta opere, provenienti da musei pubblici e collezioni private, testimoniano la lunga vicenda di contatti artistici che, a partire dal Quattrocento, la regione intrattenne con i Paesi Bassi. “Stile” ha intervistato Bert W. Meijer, direttore dell’Istituto Universitario Olandese di Firenze e curatore dell’evento.

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Ci può spiegare quale è la natura dei legami intercorsi fra la civiltà culturale e commerciale dei Paesi Bassi e quella lombarda? E se questa mostra in qualche modo è il riflesso di tali rapporti?
In parte la storia è scritta in quello che si chiama in Italia “Monte di Pietà”: molti banchieri lombardi sin dal medioevo prestavano denaro alla popolazione indigena del Nord. Nel ’400 i maggiori acquirenti dell’arte fiamminga sono i mercanti o le corti, come quella dei Gonzaga a Mantova. Nel secolo successivo la famiglia Affaitati di Cremona ebbe un’importante agenzia commerciale ad Anversa. Non dimentichiamo inoltre che Milano nel Cinquecento è dominata dagli Asburgo, gli stessi a governare nei Paesi Bassi: in questo periodo i rapporti si intensificano notevolmente. L’arrivo in Italia degli arazzi acquistati a Bruxelles, la sosta di artisti lombardi (quali Zanetto Bugatto, Battista Lodi e Gianpaolo Lomazzo) nelle Fiandre e soprattutto quella dei nordici in Lombardia – Bartholomeus Spranger, Rubens e altri – incrementarono l’interscambio culturale fra i due Paesi, e la mostra ne è certo una parziale ma significativa testimonianza.
Ad eccezione del primo periodo – quando a prevalere sono i soggetti religiosi – si è soliti identificare la pittura nordica con la pittura di “genere”: paesaggi, scene di vita quotidiana, nature morte e ritratti. Una pittura costruita sulla base di stereotipi che, sistematicamente ripetuti, incontrano il favore della committenza. In cosa consiste l’originalità dei pittori d’oltralpe e della loro scuola?
Nella luce e nel colore… Senza dubbio l’originalità di questi pittori è legata alla brillantezza della tavolozza: la tecnica ad olio, ideata da Van Eyck, ha permesso loro di stendere fini strati pittorici e ottenere, suscitando l’invidia dei pittori italiani, raffinate velature ed eleganti trasparenze. Un’altra loro caratteristica peculiare va individuata nella capacità di esprimere iconograficamente i sentimenti ed in particolare la devozione, come disse Michelangelo.
Effetti luministici prodigiosi, modulazioni chiaroscurali fortemente suggestive lasciano ipotizzare che siano stati gli “inventori” della luce in pittura. Federico Zeri ha scritto che il Rinascimento fiammingo si basa sulla scoperta della luce come quello italiano sulla scoperta della prospettiva. Cosa ne pensa?
Esiste una contrapposizione tra le due culture che può essere sintetizzata in questo modo, anche se in realtà essa stessa cela differenze più complesse…
L’attenzione – quasi maniacale – degli artisti verso i particolari e gli aspetti aneddotici del quotidiano può essere riferita a specifiche esigenze della committenza oppure è semplicemente un virtuosismo manieristico?
Penso che dipenda dal loro modo di sentire, dal desiderio di rappresentare la molteplice e complessa varietà del mondo circostante in tutta la sua estensione.
Quali sono, da un punto di vista storico-artistico, le opere di maggior significato presenti in mostra?
Sinceramente le opere significative sono molte. Ci sono grossi nomi come Rubens, Van Dyck, Gerard Ter Borch e Gerard Dou, pittori d’interni e ritrattisti fra i più importanti, Hugo van der Goes, autore del famoso “Trittico Portinari” giunto a Firenze nel 1483. Vera rivelazione per il pubblico sono anche i molti maestri meno conosciuti (o addirittura anonimi), le cui opere, di altissima qualità, non hanno nulla da invidiare a quelle più famose.
La sezione della Pinacoteca Ambrosiana comprende tele d’ispirazione religiosa attribuite a Paul Brill e Jan Breueghel. Quanto il pensiero protestante ha influenzato questi dipinti?
La particolarità della sezione dell’Ambrosiana è che è rimasta intatta da quando nel 1618 il Cardinal Borromeo – suo fondatore – la donò alla pinacoteca. Federico Borromeo, nelle vesti di collezionista, ebbe infatti un rapporto molto stretto con le Fiandre, ed in particolare con Jan Breueghel (1595-1625). A tale proposito è curioso apprendere che il significato di alcune opere da lui commissionate gli si svelò con il tempo: spesso la lettura di un dipinto riserva sorprese che si rivelano solo con una conoscenza profonda. Nello specifico non vi è traccia del pensiero protestante: non a caso Jan Breueghel era un cattolico praticante.
Nonostante una tradizione da tempo consolidata, come e perché nel ’600 si esaurisce il filone della pittura fiamminga e olandese?
Difficile stabilirne con precisione le cause. Probabilmente l’esaurimento della cultura pittorica egemone è dovuto alla decadenza economica. E’ anche vero che il fiorire di una scuola è legato a pochi artisti di maggiore levatura, e quando queste figure vengono a mancare diventa difficile mantenere la continuità necessaria per tramandare il “mestiere”… Lodovico Guicciardini nel 1560 scrisse riguardo ai Paesi Bassi: “Questo è un Paese di pittori”. Per alcuni secoli è stato vero più che in altri luoghi. In epoca moderna, però, personaggi come Ensor, Van Gogh e Permeke – presenti in mostra – forse testimoniano che la tradizione subisce inevitabili trasformazioni ma non si esaurisce mai.
Oltre alle collezioni pubbliche, la mostra pone l’accento sull’importanza del collezionismo privato (anche perché, non dimentichiamolo, nella maggior parte dei casi le raccolte pubbliche sono il frutto di cospicue donazioni private). Qual è il ruolo del collezionista nel nostro tempo e quanto è cambiato rispetto al passato?
In passato collezionare arte era manifestazione tangibile del proprio stato sociale. Inoltre si acquistava non solo per sé (e la propria devozione) ma soprattutto per la Chiesa, di conseguenza i più richiesti erano i dipinti d’ispirazione religiosa. Oggi questo non accade quasi più (a causa della riforma protestante, in Olanda la committenza religiosa diminuisce già nel Seicento, periodo in cui, anche in Italia, ad aumentare notevolmente sono le gallerie e collezioni private); a rimanere invariati da secoli sono invece la passione e l’amore per l’arte che inducono il collezionista all’acquisto.
Lei ha affermato che “sino ad oggi non è mai stata organizzata una mostra di questo soggetto che riguardasse i musei della Lombardia”. Da dove trae origine l’idea per questa singolare esposizione?
L’idea nasce dal progetto (condotto dall’Istituto Universitario Olandese di Storia dell’Arte di Firenze) di inventariare i dipinti fiamminghi e olandesi presenti nelle collezioni pubbliche italiane. A tale proposito è già stato pubblicato il primo di due volumi – il secondo uscirà a breve – dedicati alla Lombardia, nei quali sono racchiuse complessivamente mille opere.

Un’esperienza entusiasmante quanto faticosa…
Catalogare mille dipinti ha richiesto un grande impegno. E’ però grazie a questo lavoro che oggi la mostra è una realtà significante, soprattutto per l’alta qualità delle opere monitorate (alla maggior parte delle quali – sino ad ora – non era stata prestata molta attenzione…).
Il criterio espositivo rispetta la provenienza dei dipinti, offrendo allo spettatore una pregevole occasione scientifico-estetica: vedere e confrontare – nello stesso luogo e per la prima volta – opere che, accomunate dalla loro origine, sono abitualmente collocate in sedi diverse…
Sì, è vero. Avevamo tre possibilità: raggruppare i dipinti per genere, per cronologia o per provenienza. Abbiamo scelto la soluzione a noi più congeniale.

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